I lavoratori precari dei "call center" devono essere regolarmente assunti
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Articolo del 01/04/2012 Autore Avv. Eugenio Gargiulo Altri articoli dell'autore


Ottime notizie per quei lavoratori precari che lavorano nei "call center": hanno diritto tutti ad una regolare assunzione. Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione - sezione Lavoro - con la recentissima sentenza n. 4476 del 21 marzo 2012 .

I magistrati del "Palazzaccio", nel respingere il ricorso avanzato da una società di "call center", hanno confermato la sentenza già emessa dalla Corte d'Appello che aveva ordinato l'assunzione di un lavoratore considerato precario. La società di call center , di contro, continuava a non voler riconoscere la natura subordinata del rapporto di lavoro instaurato con quel dipendente.

I giudici della Suprema Corte, invece, non hanno inteso aderire alla tesi dell'azienda ricorrente, affermando in sentenza che "requisito fondamentale del rapporto di lavoro subordinato, ai fini della sua distinzione dal rapporto di lavoro autonomo, è il vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall'emanazione di ordini specifici, oltre che dall'esercizio di una assidua attività di vigilanza e controllo dell'esecuzione delle prestazioni lavorative. L'esistenza di tale vincolo va concretamente apprezzata con riguardo alla specificità dell'incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione."

In buona sostanza - hanno evidenziato nella loro pronuncia gli ermellini - "una volta accertato, nel concreto atteggiarsi del rapporto, il vincolo di soggezione del lavoratore con inserimento nell'organizzazione aziendale, correttamente il giudice di merito ha ritenuto che non poteva assumere rilevanza contraria la non continuità della prestazione e neppure la mancata osservanza di un preciso orario".

La Corte d'Appello aveva, difatti, ritenuto che, nonostante il "nomen juris" attribuito dalle parti al rapporto - che prevedeva dapprima contratti di collaborazione coordinata e continuativa e poi contratti a progetto, succedutisi senza soluzione di continuità per oltre sei anni - in base alle risultanze istruttorie sussistevano, nel caso concreto del lavoratore del call center, tutti quei requisiti essenziali della subordinazione, con la conseguenza che, essendo comunque nulli i termini apposti ai contratti, perché privi della indicazione del motivo che giustificasse l'assunzione, doveva ritenersi costituito un unico rapporto a tempo indeterminato sin dall'origine!

I magistrati della Suprema Corte hanno poi rilevato che corretto è il ragionamento logico-giuridico seguito dai giudici della Corte d'Appello, che avevano altresì evidenziato che il dipendente doveva coordinarsi con le esigenze organizzative aziendali e quindi era pienamente inserito nell'organizzazione aziendale, utilizzando strumenti e mezzi di quest'ultima; che esisteva un controllo particolarmente accentuato ed invasivo, non usuale neppure per la maggior parte dei rapporti subordinati esistenti e, quindi, inconciliabile con la tipologia del rapporto autonomo di lavoro.

Il lavoratore, inoltre, era stato acclarato in giudizio essere sottoposto "non tanto a generiche direttive, ma a istruzioni specifiche, sia nell'ambito di "briefing", finalizzati a fornire informazioni e specifiche in merito alle prestazioni contrattuali, sia con puntuali ordini di servizio, o a seguito di interventi dell'assistente di sala".

Sull'argomento interviene, altresì, l'avv. Eugenio Gargiulo il quale evidenzia come i  giudici della Suprema Corte di Cassazione abbiano sottolineato in merito , altresì, che non è idoneo a surrogare il criterio della subordinazione neanche il "nomen juris" che al rapporto di lavoro sia dato dalle sue stesse parti, il quale pur costituendo un elemento dal quale non si può prescindere, assume rilievo decisivo ove l'autoqualificazione non risulti in contrasto con le concrete modalità del rapporto medesimo. In sintesi, il giudice di merito, cui compete di dare l'esatta qualificazione giuridica del rapporto, deve attribuire valore prevalente, rispetto al "nomen juris" adoperato in sede di conclusione del contratto, al comportamento delle parti nell'attuazione del rapporto stesso!


Avv. Eugenio Gargiulo
Avvocato
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