Ingiuria - minaccia di vendetta: e' reato dire «Lei non sa chi sono io, te la farò pagare»!
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Articolo del 29/03/2012 Autore Avv. Eugenio Gargiulo Altri articoli dell'autore


«Lei non sa chi sono io, la pagherà», non è solo una frase un po' patetica e fuori moda ma anche un reato! Così , con la sentenza n. 11621 del 27 marzo 2012, la Quinta sezione penale di Cassazione ha ribaltato la decisione con cui il Giudice di pace di Salerno aveva assolto dai reati di ingiuria e minacce un uomo che era stato querelato per essersi rivolto al suo interlocutore mediante espressioni del genere “lei non sa chi sono io” e “te la farò pagare”.

Espressioni che - a detta dei giudici di legittimità - andavano lette in "combinato disposto" nonché attentamente valutate nel merito anche in ordine al concreto ambito in cui erano state pronunciate.

La Cassazione, con la sentenza 11621 ha accolto, quindi, la richiesta del procuratore della Corte d'Appello di Salerno che voleva la condanna per ingiurie e minacce del ricorrente, “salvato” invece dal giudice di pace. Il giudice di prima istanza aveva escluso, sbagliando, la portata minacciosa dell'espressione «lei non sa chi sono io». Una frase, spiega la Cassazione, che va letta in "combinato disposto" con la promessa di una vendetta che può essere percepita dall'ascoltatore, più plausibile proprio perché chi la pronuncia lascia intendere di essere in una posizione in cui può nuocere.

Sempre secondo il giudice di pace, l'ira dell’imputato sarebbe stata provocata da un fatto ingiusto,ovvero una querela che la signora minacciata aveva presentato contro il "personaggio misterioso".

Anche in questo caso la Cassazione ha precisato che “una denuncia non può essere di per sé considerata un’ingiustizia a prescindere dalla sua fondatezza, in ogni caso la reazione non era arrivata a caldo, facendo così presumere che fosse solo il risultato di vecchi rancori”.

Con la sentenza di oggi la Cassazione torna per la seconda volta a sottolineare l'inopportunità di ricorrere a un modo di dire che è indice di arroganza e maleducazione e spesso, anche di fantasia.

La prima volta lo ha fatto, con la sentenza numero 138 del 2006, confermando una sanzione disciplinare a carico di un avvocato.

Quest’ultimo, aveva pronunciato la frase “incriminata” pretendendo da una dipendente del Consiglio dell’Ordine di appartenenza maggiori ossequi nei suoi confronti, durante una fila per fare delle fotocopie. La Cassazione, con la sentenza numero 138 del 2006, aveva dato torto all’avvocato facendo notare che “nel suo sproloquio, non aveva usato il titolo di dottoressa. Perché non sapeva chi era la signora che faceva le fotocopie”

Questa “bacchettata” da parte della Corte si è, dunque, ripetuta nella recentissima sentenza n. 11621/12. , con la quale la Suprema Corte di Cassazione ha evidenziato che la frase “incriminata” va letta in “combinato disposto” con la promessa di una vendetta, e che chi l’ha pronunciata lascia intendere di essere in una posizione in cui può nuocere; pertanto ha stabilito che si configurano gli elementi costitutivi dei reati di ingiurie e minacce.

Sull’argomento interviene,altresì, l’avv. Eugenio Gargiulo il quale precisa che oramai tutti noi abbiamo, nei rapporti interpersonali, o comunque anche nelle occasioni di lavoro e del vivere sociale, delle circostanze che possono o che comunque ci costringono delle volte a rispondere, di fronte all'arroganza di altre persone, "lei non sa chi sono io". Tuttavia da sola questa frase non costituisce reato a meno che non sia inserita nel contesto della frase "lei non sa chi sono io e te la farò,quindi, pagare". In questo caso ,giustamente, il Supremo organo di legittimità ( la Corte di Cassazione), ha criticato la decisione del giudice di pace, perché effettivamente in questo “contesto” la persona può realmente sentirsi minacciata.

In tutti gli altri casi, le persone che si vogliano sfogare , pronunciando “Lei non sa chi sono io” lo potranno tranquillamente continuare a fare senza essere suscettibili di un’imputazione penale!!!


Avv. Eugenio Gargiulo
Avvocato
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