Delitti contro la persona: l’omicidio preterintenzionale, di cui all’art. 584 cp
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Articolo del 01/02/2012 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


In via preliminare si deve affermare che all’interno del vigente ordinamento giuridico penale sono presenti soltanto due ipotesi di  reato preterintenzionale[1]: l’omicidio e l’aborto preterintenzionale di cui all’art. 18, comma 2, legge 22 maggio 1978 n. 194. Più in particolare, si osserva che l’omicidio preterintenzionale rappresenta una fra le fattispecie penali incriminatrici di maggiore gravità ed allarme sociale  che sono contemplate all’interno del vigente ordinamento giuridico penale.

Il vigente codice penale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 43 c.p.,  offre una definizione normativa molto precisa e specifica in tema di preterintenzione che è proprio la seguente: “Il delitto è preterintenzionale, o oltre l’intenzione, quando dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente”. In sostanza, tra il dolo e la colpa l’articolo 43 c.p. sembra prevedere una terza forma di colpevolezza, non secondo né contro, ma oltre l’intenzione: la  preterintenzione.

Perché  la fattispecie possa dirsi preterintenzionale è necessaria la volizione di un evento e la realizzazione  involontaria di un evento più grave, causalmente messo in relazione ad una condotta sostenuta dalla volontà dell’evento meno grave.

Fatte queste brevi premesse introduttive, si osserva che l’omicidio preterintenzionale è costituito dal fatto di chi, ponendo in essere atti diretti unicamente a percuotere una persona o a provocarle una lesione personale, ne cagioni la morte, la quale, quindi, rappresenta un quid pluris  rispetto all’evento effettivamente perseguito dl soggetto agente.

Quindi, ai sensi e per gli effetti dell’art. 584 c.p. (omicidio preterintenzionale) : “Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti  preveduti dagli articoli 581 e 582, cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a  diciotto  anni”.

Si tratta di un reato comune, di danno, a forma libera e di evento, in quanto si perfeziona tramite la verificazione dell’evento dannoso. Inoltre, la condotta è caratterizzata da atti diretti a percuotere o ledere, mentre l’evento morte si configura come un quid pluris non voluto rispetto alla condotta effettivamente voluta.

Il  soggetto  passivo del delitto in oggetto è il titolare del bene  della vita e come tale può essere qualsiasi uomo. Inoltre, l’offesa è rappresentata dalla distruzione del bene della vita.

Il delitto si perfeziona e si consuma nel momento in cui viene cagionata la morte di una persona ed il tentativo appare, secondo lo scrivente, di dubbia configurabilità. Tuttavia, su quest’ultimo punto, in senso affermativo riporto il seguente principio di diritto elaborato dalla Suprema Corte: “L’omicidio preterintenzionale si rende configurabile anche se la volontà di percuotere o di ledere non abbia avuto il suo esito materiale, essendo sufficiente che l’autore dell’aggressione abbia commesso atti diretti a percuotere o ledere (incluso il tentativo). Può pertanto assumere rilevanza anche un semplice atteggiamento minaccioso ed aggressivo, sempre che sia diretto a ledere o percuotere. (Cassazione   penale,  Sezione  I, sentenza 3 maggio 1982)

Inoltre, il bene giuridico tutelato coincide con l’interesse generale dello Stato a salvaguardare la sicurezza della persona fisica, ed in particolare la vita umana. Pertanto, il legislatore, con la norma de quo, ha voluto proteggere  in  modo  avanzato  la vita delle persone  nei confronti di tutte quelle condotte che, pur non essendo dirette ad uccidere la vittima, possano parimenti provocarne la morte.

Sulla base delle precedenti riflessioni e considerazioni, si osserva che l’elemento soggettivo (psicologico) del reato è rappresentato dalla  preterintenzione[2], che è quella particolare forma di colpevolezza per la quale un soggetto agisce volontariamente per realizzare uno specifico evento, ma dalla sua condotta ne deriva un evento più grave di quello voluto.  Proprio su quest’ultimo punto preso in esame la Suprema  Corte  ha  precisato  che:  “L’omicidio  preterintenzionale  deve  ritenersi caratterizzato, quanto  all’elemento  psicologico, non dalla coesistenza di dolo e colpa, ma dalla sola presenza del dolo, costituito dalla coscienza e volontà di attentare all’incolumità del soggetto passivo mediante percosse o lesioni; nel che resta assorbita  la  prevedibilità dell’evento  omogeneo più grave costituito dalla morte; disciplina, questa, che manifestamente  non  confligge  con  l’art. 27 della Costituzione. (Cassazione   penale,  sezione   V,   sentenza  14   aprile   2006, n.  13673)

Inoltre, per una migliore completezza espositiva dell’argomento, lo scrivente ritiene utile e di grande interesse  riportare, nel corso di questa trattazione, una sentenza del giudice di legittimità che  ha delineato  con estrema chiarezza un criterio – parametro  che differenzia e contraddistingue l’omicidio colposo da  quello preterintenzionale in tema di responsabilità penale del medico. Pertanto, il Supremo Collegio ha stabilito quanto segue: “In tema di trattamento medico – chirurgico, risponde di omicidio preterintenzionale il medico che sottoponga il paziente ad un intervento (dal quale consegua la morte di quest’ultimo) in assenza di finalità terapeutiche, ovvero per fini estranei alla tutela della salute del paziente, ad esempio provocando coscientemente un’inutile mutilazione, od agendo per scopi estranei (scientifici, dimostrativi, didattici, esibizionistici o di natura estetica), non accettati dal paziente; al contrario, non ne risponde, nonostante l’esito infausto, il medico che sottoponga il paziente ad un trattamento non consentito ed in violazione delle regole dell’arte medica, inquadrabile nella categoria degli atti medici, poiché in tali casi la condotta non è diretta a ledere, e l’agente, se cagiona la morte del paziente, risponderà di omicidio colposo ove l’evento sia riconducibile alla violazione di una regola cautelare. (Cassazione  penale, sezione  IV, sentenza 23 settembre 2010, n. 34521).

In tema di applicabilità delle norme sul concorso di persone nel reato molto interessante si profila una recente pronuncia della giurisprudenza di legittimità che ha enucleato il seguente principio di diritto: “E’  configurabile  il  concorso  di  persone nell’omicidio  preterintenzionale  quando vi è la partecipazione materiale o morale di più soggetti attivi nell’attività diretta a percuotere o ledere una persona senza la volontà di ucciderla e vi sia un evidente rapporto di causalità tra tale attività e l’evento mortale”. (Cassazione   penale,  sezione   V,  sentenza  21  gennaio   2005,  n. 1751)

In estrema sintesi, a parere dello scrivente, è ammissibile il concorso di persone nel reato (art. 110 c.p.) in tutti quei casi in cui più persone concorrono moralmente e materialmente con atti diretti a ledere o percuotere, dai quali derivi la morte (evento non voluto), sempre che tra attività ed evento sussista il nesso di causalità.

A questo punto della trattazione dell’argomento restano ancora da analizzare gli aspetti procedurali del reato de quo. L’autorità giudiziaria competente è la Corte di assise (art. 5 c.p.p.) e si tratta di un reato procedibile d’ufficio (art. 50 c.p.p.) dove è prevista anche la celebrazione dell’udienza preliminare (artt. 416 e 418 c.p.p.). Inoltre, l’arresto è facoltativo in flagranza (art. 381 c.p.p.) mentre, invece, il fermo di indiziato di delitto è consentito (art. 384 c.p.p.); le misure cautelari personali (art. 280, 287 c.p.p.) possono essere consentite e, quindi, applicabili. Inoltre, sono consentite anche le intercettazioni di conversazioni o comunicazioni come mezzo di ricerca della prova ex art. 266 c.p.p.

In riferimento ai rapporti con altri reati[3] si osserva che, secondo la Suprema Corte, il criterio distintivo[4] tra l’omicidio volontario e l’omicidio preterintenzionale risiede nell’elemento psicologico, nel senso che nell’ipotesi della preterintenzione la volontà dell’agente è diretta a percuotere o a ferire la vittima, con esclusione assoluta di ogni previsione dell’evento morte, mentre nell’omicidio volontario la volontà dell’agente  è  costituita  dall’animus necandi  ossia dal dolo intenzionale, nelle gradazioni del dolo diretto o eventuale, il cui accertamento è rimesso alla valutazione rigorosa  di  elementi oggettivi  desunti  dalle concrete modalità della condotta. (Cassazione  penale,  sezione  I,  sentenza  21   settembre  2007,  n. 35369)

Infine, resta ancora da analizzare il regime delle circostanze aggravanti[5]   per il delitto in esame. Pertanto, ai sensi e per gli effetti dell’art. 585 c.p., la pena prevista per il reato di omicidio preterintenzionale viene aumentata da un terzo alla metà, se concorre alcuna delle circostanze aggravanti previste dall’art. 576 c.p. Invece, l’aumento è fino ad un terzo, se concorre alcuna delle circostanze previste dall’art. 577 c.p., ovvero se il fatto viene commesso con delle armi o con sostanze corrosive, ovvero da persona travisata o da più persone riunite.

Ai fini dell’integrazione della fattispecie di omicidio preterintenzionale, ex art. 584 codice penale, si richiede l’accertamento di una condotta dolosa  (id est: atti diretti a percuotere o ferire) o di un evento  (morte) che è legato eziologicamente a  tale condotta. Più in dettaglio, si osserva che l’omicidio preterintenzionale richiede che l’autore dell’aggressione abbia commesso atti diretti a percuotere e ledere e che esista un rapporto di causa ad effetto tra gli atti predetti e l’evento letale.

In ultima analisi, osservo che  per la sussistenza dell'ipotesi criminosa prevista dall'art. 584 codice penale è necessario che la morte, non voluta dal colpevole, sia derivata da atti da lui compiuti, diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli artt. 581 e 582 codice penale. L'agente deve, pertanto, avere commesso intenzionalmente contro il soggetto passivo un delitto di percosse o di lesioni, sia pure allo stato di semplice tentativo, dal quale sia derivato l'evento letale non voluto, che viene posto a suo carico per il solo rapporto di causalità materiale, prescindendo da ogni indagine di volontarietà o di colpa o di prevedibilità dell'evento maggiore. Per aversi omicidio preterintenzionale non occorre che la volontà di percuotere o di ledere abbia avuto il suo esito materiale, essendo sufficiente che l'autore dell'aggressione abbia commesso atti diretti a percuotere o a ledere, incluso quindi il tentativo. Ne discende che, per la sussistenza del delitto non è necessario che la serie causale che ha provocato l'evento morte rappresenti lo sviluppo dello stesso evento di percosse o di lesioni voluto dal colpevole, ma basta che esista un rapporto di causa ad effetto tra i predetti atti diretti a percuotere o a ledere e l'evento letale.

 

Regio  Decreto  19 ottobre 1930 n.1398   Codice penale

 

585. (Circostanze aggravanti) Nei casi previsti dagli articoli 582, 583, 583 bis e 584, la pena è aumentata da un terzo alla metà, se concorre alcuna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 576, ed è aumentata fino a un terzo, se concorre alcuna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 577, ovvero se il fatto è commesso con armi o con sostanze corrosive, ovvero da persona travisata o da più persone riunite (1).

Agli effetti della legge penale, per «armi» s'intendono (2):

1) quelle da sparo e tutte le altre la cui destinazione naturale è l'offesa alla persona;

2) tutti gli strumenti atti ad offendere, dei quali è dalla legge vietato il porto in modo assoluto, ovvero senza giustificato motivo (3).

Sono assimilate alle armi le materie esplodenti e i gas asfissianti o accecanti.

(1) Questo comma è stato così sostituito dall'art. 3, comma 59, della L. 15 luglio 2009, n. 94.

(2) Gli artt. 1 e 2 della L. 18 aprile 1975, n. 110 recante le norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi, distinguono le armi da guerra e le armi comuni da sparo.

(3) Si veda l'art. 4 della L. 18 aprile 1975, n. 110.



[1] È  manifestamente  infondata  la  questione di legittimità costituzionale  dell’articolo  584  c.p.  (omicidio  preterintenzionale), sollevata, in relazione  agli  articoli  3 e 27 della  Costituzione, sotto il profilo  dell’asserita  eccessività  della  pena minima  ivi prevista, rispetto a quella invece prevista  dall’articolo  586  stesso codice  (morte come  conseguenza di altro delitto), giacché la diversità del trattamento sanzionatorio è frutto di una scelta discrezionale incontestabile del legislatore. Cassazione  penale,  sezione   V,  sentenza  24  novembre  2005, n. 42600

[2] In  tema  di  omicidio  preterintenzionale   (art. 584 c.p.), l’elemento  soggettivo  è costituito, non già da dolo e responsabilità oggettiva né da dolo misto a colpa, ma unicamente dal dolo di percosse  o  lesioni,  in  quanto  la  disposizione di cui  all’art. 43  c.p.  assorbe  la  prevedibilità di  evento  più grave  nell’intenzione  di  risultato. Cassazione   penale,  sezione   V,   sentenza  14   aprile   2006,  n. 13673

[3] Colui che abbia agito con dolo alternativo, cioè con la volontà di ferire o di uccidere, deve rispondere di omicidio volontario, e non di omicidio preterintenzionale, qualora si verifichi l’evento più grave. Cassazione penale, sezione I, sentenza  16 novembre 1966, n. 1416

[4] Il  criterio  distintivo  tra  delitto  doloso  e  preterintenzionale  non  va  ricercato  nell’elemento  oggettivo, ma nel coefficiente psicologico e, quindi, nella volontà e previsione di un evento meno grave di quello verificatosi in concreto, posto che trattasi di reato doloso, in cui, però, si evidenzia una componente fortuita. Pertanto, ai fini della sussistenza del delitto preterintenzionale, non ha rilevanza il grado di prevedibilità dell’evento più grave. Cassazione   penale,  sezione   I,  sentenza  26   settembre  1978, n. 11338

[5] In tema di circostanze aggravanti comuni, il motivo è futile quando la spinta al reato manca di quel minimo di consistenza  che la coscienza collettiva esige per operare  un  collegamento accettabile  sul piano logico con l’azione commessa. Cassazione   penale,   sezione   I,  sentenza   21   settembre   2007,  n. 35369


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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