Delitti contro la persona: la morte o le lesioni come conseguenza di altro delitto
Condividi su Facebook | Discuti nel forum | Consiglia | Scrivi all'autore | Errore |

Articolo del 15/01/2012 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Da un’attenta analisi storica, osservo che il codice Zanardelli (entrato in vigore il 1° gennaio del 1890) non prevedeva alcuna figura criminosa di carattere generale analoga a quella prevista e punita dall’art. 586 c.p., ma soltanto degli specifici delitti il cui fatto tipico si caratterizzava per la creazione di situazioni di pericolo per la vita o l’incolumità individuale.

In via del tutto preliminare, osservo che l’analisi e l’interpretazione della norma di cui all’art. 586 c.p. è tutt’altro che agevole per ogni giurista. Infatti, proprio a tal proposito, ritengo che la norma si presta a molteplici interpretazioni che conducono a diverse soluzioni giuridiche. Il problema centrale dell’istituto giuridico disciplinato dalla norma dell’art. 586 c.p. è costituito dall’individuazione del rapporto tra il delitto doloso di base e l’evento di morte o di lesione non voluto. Infatti, proprio su quest’ultimo punto, si sono delineati sia in dottrina che in giurisprudenza diversi indirizzi interpretativi della giurisprudenza.

In sintesi, si tratta di una norma di chiusura e di rafforzamento del sistema di tutela del bene della vita e dell’incolumità fisica che è destinata a trovare applicazione nei casi in cui la morte o le lesioni siano la conseguenza non voluta di un qualsiasi altro delitto doloso.  

Orbene, l’articolo 586 codice penale, rubricato  “Morte o lesioni come conseguenza di altro delitto(1)”, prevede che: “Quando da un fatto previsto come delitto  doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano le disposizioni dell’articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 sono aumentate”.

L’articolo in commento è un reato comune, poiché può essere commesso da chiunque; di danno, perché richiede l’offesa in senso naturalistico del bene protetto; di evento, perché si perfeziona con la verificazione dell’evento dannoso. La condotta consiste nel porre in essere un delitto, diverso rispetto a quelli contro l’incolumità personale (percosse o lesioni), dal quale scaturisca  la morte o  la lesione di una persona, come evento non voluto. Il  suddetto evento deve essere intrinsecamente diverso da quello voluto.

Si consuma nel momento in cui si verifica la morte o la lesione personale ed il tentativo non è in alcun modo configurabile essendo una fattispecie ove l’evento più grave è involontario. Inoltre, l’elemento psicologico del reato è la colpa(2) inteso come un comportamento contrario alle regole cautelari; si tratta di un reato di competenza del Tribunale in composizione monocratica che, ovviamente, in considerazione del suo particolare allarme sociale è procedibile d’ufficio. L’articolo 5, lettera c), del codice di procedura penale esclude per la cognizione di questo delitto la competenza della Corte di assise anche se dal fatto deriva la morte di una persona.

Il  bene giuridico tutelato attraverso l’incriminazione in esame è l’incolumità pubblica.

A parere dello scrivente, la norma di cui all’art. 586 c.p. non delinea una particolare figura di reato, ma costituisce una speciale applicazione dell’art. 83 c.p., sanzionando, in via sussidiaria, ogni tipo di condotta penalmente illecita dalla quale derivi come conseguenza non voluta la morte o le lesioni. La norma di cui all’art. 586 c.p. si differenzia dall’art. 83 c.p. in quanto la prima prevede che la responsabilità per il secondo evento non sia subordinata all’indagine sull’errore dei mezzi di esecuzione del reato o sull’altra causa richiesta, al contrario, dall’art. 83 c.p.

Nella fattispecie penale incriminatrice di cui all’art. 586 c.p. il rapporto fra il delitto voluto e l’evento non voluto è stabilito in termini di pura e semplice causalità materiale. Lo scrivente, in particolare, ritiene che si deve riconoscere la sussistenza del nesso di causalità materiale ogni qualvolta la condotta abbia costituito  la  cd. condicio sine qua non dell’evento(3). In particolare, lo scrivente ravvisa nella fattispecie prevista dall’art. 586 c.p. una responsabilità per colpa specifica, fondata sulla inosservanza della norma penale incriminatrice del reato base doloso. Il delitto di cui all’art. 586 c.p. (morte o lesioni come conseguenza di altro delitto), pur essendo punito a titolo di colpa, esige che il reato base sia doloso, può con questo essere unificato sotto il vincolo della continuazione. (Cassazione  penale, sezione  II, sentenza 14 gennaio 1999, n. 323)

Inoltre, riconosco che, nell’articolo in commento, la colpa specifica consiste proprio nella violazione di una specifica norma a contenuto cautelare che, nella fattispecie, viene costituita dalla stessa norma penale che prevede il reato base, la cui inosservanza consente la presunzione della sussistenza della colpa anche con riferimento all’evento più grave (morte o lesioni) cagionato.

Si è ritenuta incriminabile, ai sensi e per gli effetti della norma in questione, la condotta di chi, avendo dolosamente incendiato un’abitazione allo scopo di danneggiarla, provocava una deflagrazione nella quale trovava la morte il proprietario della casa (Cassazione  penale,  sezione  IV, sentenza  25  gennaio 2006, n. 19179).

Inoltre, in tema di responsabilità penale per morte come conseguenza non voluta del delitto di cessione di sostanze stupefacenti, è necessario che il comportamento che venga posto in relazione di causa-effetto con la morte della vittima integri la fattispecie delittuosa, ossia che la sostanza che sia stata ceduta per essere assunta dalla vittima risulti inserita nelle tabelle delle sostanze stupefacenti allegate al D.P.R. n. 309 del 1990.

Secondo la Suprema Corte  “In tema di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto (art. 586(4) c.p.), ove l’evento sia riconducibile all’assunzione di sostanze stupefacenti, la responsabilità(5) del soggetto che abbia fornito tali sostanze non può essere affermata sulla sola base del nesso di causalità materiale ma richiede la sussistenza di una colpa in concreto costituita dalla violazione di una regola precauzionale (diversa dal divieto, penalmente sanzionato, di cessione delle suddette sostanze), accompagnata dalla prevedibilità ed evitabilità dell’evento, da valutarsi alla stregua del c.d. agente modello razionale, tenuto conto delle circostanze del caso concreto conosciute o conoscibili dall’agente reale”. (Cassazione   penale,  sezione   VI,  sentenza  9  settembre  2009, n. 35099)

In questo specifico contesto, lo scrivente  ritiene particolarmente  significativa  la sentenza n. 490 del 18 agosto 2010, emessa dalla Corte di Appello Penale di Perugia che ha stabilito quanto segue: “In tema di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto, la morte dell’assuntore di sostanza stupefacente è imputabile alla responsabilità del cedente, sotto il profilo del nesso di causalità materiale oltre che della colpa in concreto per violazione di una regola precauzionale e con prevedibilità ed evitabilità dell’evento, qualora il cedente fosse  consapevole dello stato di malessere fisico del cessionario al momento della cessione e ciò nonostante gli abbia ceduto sostanza stupefacente di alta qualità sotto il profilo della purezza”.

Tuttavia, nel caso in cui l’evento sia stato previsto come certo o come altamente probabile e quindi voluto, non può prospettarsi l’ipotesi di cui all’art. 586 c.p. (morte o lesioni come conseguenza di altro delitto), né quella del concorso anomalo di cui all’art.116 c.p. (Cassazione   penale,  sezione  I,   sentenza  27  marzo  2008, n. 12954)

Lo scrivente osserva, altresì, che la norma di cui all’art. 586 c.p. pone l’evento non voluto a carico dell’autore di un delitto doloso per il solo fatto che tra condotta ed evento sussista il nesso di causalità materiale, purchè  non interrotto ai sensi e per gli effetti dell’art. 41, cpv., c.p.  da eccezionali fattori eziologici sopravvenuti.

In riferimento ai rapporti con altri reati, il reato di cui all’art. 586 c.p. (morte come conseguenza di altro delitto) si differenzia dall’omicidio preterintenzionale(6) (art. 584 c.p.) perché  mentre nel secondo l’attività del colpevole è diretta a realizzare un fatto che, ove non si verificasse la morte, costituirebbe reato di percosse o di lesioni, nel primo l’attività deve concretarsi in un delitto doloso diverso dalle percosse o dalle lesioni. Sempre  in tema di  rapporto con altri reati, fra l’art. 586 c.p. e l’art. 589 c.p. (omicidio colposo) esiste un concorso apparente di norme, che va risolto ex art. 15 c.p. con l’applicazione esclusiva della norma speciale. La quale è proprio quella dell’art. 586 c.p., che prevede alcuni elementi comuni con la norma dell’art. 589 citato (condotta umana che cagiona l’evento della morte di una persona) e alcuni elementi aggiuntivi esclusivi (colpa consistente nella commissione di un delitto doloso, pena aggravata). Ne consegue che allorquando la morte è conseguenza di altro delitto non può applicarsi la norma dell’art. 589 c.p., ma deve, piuttosto, applicarsi soltanto quella dell’art. 586 c.p. (in  tal  senso  si  veda   la   Cassazione  penale, sezione  III, 9 febbraio 1996, n. 1602).

Inoltre, è importante mettere in evidenza, per una migliore completezza espositiva dell’argomento, che il reato di omicidio quale conseguenza di altro delitto, di cui all’art. 586 codice penale, non concorre con il reato di omissione di soccorso di cui all’art. 593 codice penale, in quanto l’evento letale già posto a carico dell’agente quale autore di un reato di danno (art. 586 codice penale) non può essere addebitato allo stesso anche quale conseguenza di un reato di pericolo (art. 593 codice penale). (Cassazione  penale, sezione  VI, sentenza 10 febbraio 1989, n. 1955)

In ultima analisi, secondo il modesto parere dello scrivente, nei confronti di colui che, a qualsiasi titolo illecito, cede una sostanza stupefacente (così integrando il reato previsto e punito dall’art. 73 del D.P.R. n. 309/1990), in caso di morte del cessionario, intervenuta a seguito di assunzione della sostanza ceduta, può trovare applicazione l’art. 586 c.p. Infatti, l’auto-assunzione dello stupefacente ceduto non rimuove il nesso causale, essendo essa la più normale e probabile conseguenza della cessione.

Inoltre, ferma restando la necessità di accertare la colpa in concreto, in caso di successive, plurime, cessioni della sostanza stupefacente, lo scrivente ritiene ancora assolutamente applicabile l’art. 586 c.p. sia al cedente immediato (colui, cioè, che ha direttamente ceduto alla vittima la dose rivelatasi fatale), sia al cedente mediato (cioè al fornitore del cedente immediato). Pertanto, ritengo che le cessioni intermedie non possono essere considerate, in alcun modo, come delle cause sopravvenute idonee ad escludere il nesso di causalità. Proprio su quest’ultimo punto, riporto, successivamente, proprio due pronunce della Suprema Corte che confermano la mia tesi sopra esposta. Nella prima pronuncia la Suprema Corte ha stabilito quanto segue:  “Nel caso di morte derivata dall’assunzione di sostanza stupefacente, va affermata la responsabilità del fornitore ai sensi dell’art. 586 codice penale. A tal fine è sufficiente l’accertamento del nesso di causalità materiale tra la fornitura illecita, che integra pur sempre una condotta volontaria, e l’evento morte non voluto, ricollegabile etiologicamente a tale condotta secondo criteri di prevedibilità.”. (Cassazione penale, sezione  VI, sentenza 2 dicembre 1988 n. 11799)

Inoltre, nella seconda pronuncia il Supremo Collegio ha stabilito che: “La responsabilità che l’art. 586 codice penale prevede quando la morte o la lesione di una persona derivi dalla commissione di un delitto doloso come conseguenza non voluta dal colpevole, non abbisogna di indagini sugli estremi di colpa in relazione all’evento non voluto, purchè l’evento diverso ed ulteriore verificatosi sia comunque collegato eziologicamente alla condotta precedente, essendo posto a carico dell’agente attraverso la riaffermazione del principio di cui all’art. 40 codice penale. Ne consegue che, in caso di morte sopravvenuta, e sicuramente prevedibile, a seguito di assunzione di eroina, risponde di tale evento non solo colui che ha ceduto direttamente alla vittima la predetta sostanza stupefacente, ma anche l’originario fornitore una volta che sia stato identificato. (Cassazione   penale,   sezione  VI, sentenza 15 dicembre 1988, n. 12482)

(1) L’articolo 586 c.p.  presuppone, comunque, un fatto antigiuridico e colpevole.

(2) Secondo una parte della dottrina l’art. 586 c.p. sarebbe un’ipotesi di responsabilità dolosa mista a colpa, da accertare con il parametro della prevedibilità dell’evento non voluto.

(3)Si veda in senso contrario la Cassazione penale, sez. V, sentenza 7 febbraio 2006, n. 14302: In tema di responsabilità penale per morte o lesioni costituenti conseguenza non voluta di altro delitto doloso (art. 586 c.p.), si deve ritenere sussistente la responsabilità non sulla base del mero rapporto di causalità materiale (purché non interrotto ai sensi dell'art. 41 comma 2 c.p., da eccezionali fattori eziologici sopravvenuti) fra la precedente condotta e l'evento diverso ed ulteriore, ma solo allorquando si accerti la sussistenza di un coefficiente di "prevedibilità" della morte o delle lesioni, sì da potersene dedurre una forma di "responsabilità per colpa".

(4) Per  una  particolare ipotesi di riduzione della pena, si veda l’art. 81 D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 che dispone: “Quando l’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope abbia cagionato la morte o lesioni personali dell’assuntore e taluno, per aver determinato o comunque agevolato l’uso di sostanze, debba rispondere ai sensi degli articoli 586, 589 o 590 del codice penale, le pene stabilite da tali articoli, nonché quelle stabilite per i reati previsti dal presente testo unico, eventualmente commesse nella predetta attività di determinazione o agevolazione, sono ridotte dalla metà a due terzi se il colpevole ha prestato assistenza alla persona offesa ed ha tempestivamente informato l’autorità sanitaria o di polizia”.

(5) La responsabilità penale per morte o lesioni costituenti conseguenza non voluta di un delitto doloso (art. 586 c.p.), deve ritenersi configurabile, attesa la indefettibilità, nell’attuale sistema normativo, del principio di colpevolezza tendenzialmente esclusivo di ogni forma di responsabilità oggettiva, solo a condizione che sussista un coefficiente di riferibilità psicologica, a titolo di colpa, dell’evento non voluto all’autore del delitto voluto. (Cassazione   penale, sezione I, 20 gennaio 2003, n. 2595)

(6) Nel fatto di chi vende o comunque ceda una quantità di droga ad un tossicomane, il quale deceda a causa dell’assunzione autonomamente realizzata della droga stessa, non è configurabile il reato di omicidio preterintenzionale, di cui all’art. 584 codice penale, bensì quello previsto dall’art. 586 (morte o lesioni come conseguenza di altro delitto) in relazione all’art. 589 codice penale (omicidio colposo). Infatti, in tale ipotesi deve ravvisarsi non il dolo diretto, inequivocabilmente richiesto dall’art. 584 codice penale (“atti diretti a …” percuotere e/o cagionare lesioni), ma una condotta lesiva caratterizzata da dolo indiretto eventuale. Cassazione   penale, sezione I, sentenza  5  dicembre 1988


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

www.avvocatoamaolo.com
^ Vai all' inizio


Articoli correlati

Articoli su Overlex per l'argomento: penale

» Tutti gli articoli su overlex in tema di penale

Siti di interesse per l'argomento: penale





Concorso miglior articolo giuridico pubblicato su Overlex
Clicca qui
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading