"Ingolfa" il Tribunale promuovendo più cause relative al medesimo contenzioso: condannato al risarcimento per "lite temeraria"!
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Articolo del 23/12/2011 Autore Avv. Eugenio Gargiulo Altri articoli dell'autore


L'esser coinvolto come parte in un giudizio davanti agli organi della giurisdizione è, già di per sé, motivo di turbamento, destinato ad accrescersi con l'andare del tempo, che rimane legittimo e necessario entro certi limiti temporali, ma diviene ingiustificato e fonte, perciò, di danno risarcibile oltre tali confini. Quando, perciò, l'insorgenza stessa della lite è frutto dell'atteggiamento temerario di una delle parti, viene meno sin da subito la ragione che giustifica il sacrificio esistenziale dell'altra parte, e il pregiudizio patito da quest'ultima acquista il carattere dell'illiceità e della risarcibilità, a carico di chi l'ha provocato, indipendentemente dalla ragionevolezza della durata del giudizio.

E' quanto "motivato" in una recentissima sentenza da un Giudice del Tribunale di Foggia, il quale, nel respingere l'ennesima domanda avanzata da un "indomito ricorrente" in giudizio, lo ha condannato al pagamento del risarcimento del danno "non patrimoniale" per lite temeraria (art. 96 c.p.c.) per aver, per l'appunto, "ingolfato" il carico di contenzioso pendente dinanzi al Tribunale , promuovendo una serie di giudizi ruotanti attorno alla medesima "questione controversa", pur non potendo sostenere le proprie istanze con  "validi ed apprezzabili motivazioni giuridiche e di diritto".

Il Tribunale dauno ha evidenziato nella sua pronuncia come "Le reali conseguenze delle liti temerarie vanno ben oltre il semplice danno alla controparte, risarcibile in base alla norma codicistica, perché contribuiscono in misura essenziale, ingolfando inutilmente i ruoli, ad allungare i tempi della risposta giudiziaria alla domanda di giustizia, così frustrando le legittime aspettative, costituzionalmente e convenzionalmente garantite, della generalità dei giustiziabili e generando ritardi incompatibili con la ragionevole durata del processo, il cui peso finanziario grava, in ultima analisi, sull'amministrazione giudiziaria e, quindi, sul contribuente"

L'insistente ricorrente in giudizio, più volte rivoltosi al Tribunale per astiosi motivi legati ad una divisione ereditaria, si era difeso dall'accusa di lite temeraria  sostenendo la tesi  della perdurante complessità delle questioni che erano state oggetto del giudizio, tali da escludere che l'esercizio dell'azione da lui intrapresa fosse stato imprudente. ( così Cassazione civile, sez. II, 12/01/2010, n. 327).

Ma il Tribunale di Foggia gli ha dato torto, aderendo invece ad un recensissimo orientamento della giurisprudenza di merito, ed affermando che "..Va accolta la domanda risarcitoria per responsabilità processuale aggravata ex art. 96, c.p.c., la cui relativa condanna presuppone l'accertamento sia dell'elemento soggettivo (che deve ravvisarsi in tutti quei casi in cui vi sia conoscenza dell'infondatezza della domanda e delle tesi sostenute, ovvero, il difetto della normale diligenza nell'acquisizione di detta conoscenza, come, ad esempio, quando venga contrastato un costante, consolidato e mai smentito indirizzo giurisprudenziale), sia dell'elemento oggettivo, cioè dell'entità del danno sofferto. A tale ultimo fine, il riferimento a nozioni di comune esperienza ed al principio costituzionalizzato della ragionevole durata del processo, porta a ritenere che ingiustificate condotte processuali oltre a causare danni patrimoniali, producono "ex se" anche danni non patrimoniali di natura psicologica, che vanno liquidati equitativamente sulla base degli elementi in concreto desumibili dagli atti di causa. In punto di determinazione del relativo quantum, da operare in via equitativa ex art. 1226 e 2056, c.c., va opportunamente premesso che mentre il danno patrimoniale si identifica con le spese processuali sopportate per la difesa tecnica, il danno non patrimoniale sofferto dai convenuti è "in re ipsa". Costituisce infatti un fatto di comune esperienza che, condotte processuali avventate producono danni non patrimoniali di natura psicologica e, quindi, una vera e propria lesione all'integrità psico-fisica consistente in una situazione di disagio interiore, dato che il processo è ordinariamente causa di ansia, stress e dispendio di tempo ed energie. Esso, ingenera preoccupazione in relazione al futuro della persona, unitamente al turbamento della serenità della medesima nei rapporti interpersonali, ed è pertanto suscettibile di dar luogo al risarcimento del danno in favore della parte che lo abbia irragionevolmente subito. Conseguentemente, il parametro da utilizzare richiama quello della stima del danno da violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, che la Corte Europea di Strasburgo liquida in una somma compresa fra ? 1.000,00 ed ? 1.500,00 per ciascun anno di ritardo." ( in tal senso vedasi Tribunale Bari, sez. I, 10/05/2010, n. 1600; ed ancora Tribunale Roma, sez. XI, 11/01/2010).

Una sentenza importante che mira a "porre un freno" all'abuso dello "strumento processuale" utilizzato al solo fine di "recar danno e fastidio" al proprio contendente!


Avv. Eugenio Gargiulo
Avvocato
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