Non commette "peculato" né "abuso d'ufficio" l'impiegato pubblico che utilizzi, a fini privati, ma in modo "modesto", l'utenza telefonica intestata all'Amministrazione!
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Articolo del 21/12/2011 Autore Avv. Eugenio Gargiulo Altri articoli dell'autore


E' lecito per i dipendenti pubblici l'utilizzo del cellulare di servizio e dello stesso "internet", per scopi privati, se le relative spese risultano modeste , ovvero arrecanti una lesione irrisoria all'integrità patrimoniale della amministrazione pubblica di appartenenza.

Lo ha deciso il Tribunale, sezione penale, di Lucera, chiamato a pronunciarsi in merito alla configurabilità , nei confronti di un impiegato dell'amministrazione comunale della cittadina sveva, dei reati di abuso di ufficio e di peculato, per aver utilizzato, a fini personali, l'utenza di telefonia mobile e la connessione "analogica" ad Internet , intestati alla P.A. di appartenenza.

L'impiegato si era difeso in giudizio sostenendo, tramite il suo legale, la pressocchè ininfluente lesione arrecata alle "casse" dell' amministrazione comunale, quantificabile in circa ?.60,00 (euro sessanta/00) , "spalmate" in un arco temporale di circa sei mesi!

Ed il Tribunale di Lucera, aderendo ad un recentissimo orientamento della Suprema Corte di Cassazione, ha condiviso la tesi dell'imputato affermando che " qualora un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio, disponendo, per ragione dell'ufficio o del servizio, di un'utenza telefonica intestata all'Amministrazione, la utilizzi,invece, per effettuare chiamate di interesse personale, non è punibile per i reati di peculato ( art. 314 c.p.) o di abuso di ufficio (art. 323 c.p.), quando la "res" sottratta non abbia valore economico, ma anche là dove la stessa abbia valore di tale modesta entità da non arrecare alcuna lesione all'integrità patrimoniale della pubblica amministrazione". ( in senso uniforme sia Corte di Cassazione, Sez. VI pen., 20 dicembre 2010 - 10 gennaio 2011, n. 256 ; sia Corte di Cassazione, Sez. VI pen., sentenza 19 ottobre 2010, n. 41709)

I magistrati dauni, ribadendo la tesi giuridica già espressa nella sentenza n. 41709/2010 della Suprema Corte, hanno evidenziato in pronuncia che "la fattispecie del peculato integra un reato plurioffensivo, in quanto configura, da un lato, un delitto di abuso della situazione giuridica di cui il soggetto è titolare e, dall'altro, un delitto contro il patrimonio pubblico e così volto a tutelarne la sua integrità economica e la sua destinazione pubblicistica" e che "nel rapporto tra i due interessi tutelati quello cui dare prevalenza, anche in considerazione degli elementi costituitivi della fattispecie de qua, non può che essere il pubblico patrimonio, in quanto il peculato si realizza con l'appropriazione a proprio profitto e per finalità diverse da quelle d'ufficio di un bene economico rientrante nella sfera pubblica".

Avendo, pertanto, il Tribunale valutato, nel caos concreto in esame, l'insussistenza di un effettivo e concreto incremento economico a favore dell'impiegato pubblico/beneficiario, idoneo a configurare il requisito dell'ingiusto vantaggio patrimoniale con riferimento al reato di abuso d'ufficio, nonchè l'assenza di atti appropriativi di valore economico sufficiente per la configurabilità del delitto di peculato,  ha mandato assolto il pubblico dipendente lucerino per i reati sopra ascritti e indicati.

In effetti, nel caso specifico non era ravvisabile né una vera e propria sottrazione di denaro o cosa mobile appartenente alla P.A. né, tanto meno, una volontà "truffaldina" volta a procurarsi un ingiusto vantaggio patrimoniale a scapito della Pubblica Amministrazione. 

La sentenza sembra voler ribadire che anche i pubblici impiegati  sono "esseri umani"  che, purchè svolgano correttamente le proprie mansioni, hanno quindi , quando è possibile, un "minimo" diritto a "navigare su Internet" per qualche minuto, o ad effettuare una breve telefonata privata, seppur utilizzando le linee telefoniche intestate alla P.A.!


Avv. Eugenio Gargiulo
Avvocato
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