Il diritto di partecipazioni agli utili nell’impresa familiare
Condividi su Facebook | Discuti nel forum | Consiglia | Scrivi all'autore | Errore |

Articolo del 10/10/2011 Autore Avv. Massimiliano Gallone Altri articoli dell'autore


Il diritto agli utili dell' impresa familiare , previsto dall'art. 230 bis c.c., è condizionato dai risultati raggiunti dall'azienda, essendo poi gli stessi utili naturalmente destinati (salvo il caso di diverso accordo) non alla distribuzione tra i partecipanti ma al reimpiego nell'azienda o in acquisti di beni. Ne consegue che la maturazione di tale diritto - dalla quale decorre la prescrizione ordinaria decennale - coincide, in assenza di un patto di distribuzione periodica, con la cessazione dell' impresa familiare o della collaborazione del singolo partecipante.

Con ricorso del 27 gennaio 2001, Pa.Li. proponeva appello avverso la sentenza n. 468/00 del Tribunale di Treviso, giudice del lavoro, con la quale erano state parzialmente accolte le domande formulate nei suoi confronti dalle figlie P.L.E. e P.E..

In primo grado queste ultime premesso di aver lavorato nell'impresa familiare (previo accertamento giudiziale della sua esistenza) costituita dall'azienda di falegnameria intestata al loro genitore avevano rivendicato il versamento della loro quota di utili, nella misura complessiva del 50%, nonche' la comproprieta', sempre al 50% (ovvero la corresponsione del valore corrispondente), dei tre immobili capannone, appartamento e terreni agricoli secondo loro acquistati con i proventi dell'impresa.

Pa.Li. aveva contestato tali pretese, negando l'esistenza, sia pure di fatto, di un'impresa familiare, e precisando che le figlie avevano lavorato in qualita' di sue dipendenti (peraltro all'inizio alquanto inesperte) regolarmente retribuite; in subordine, qualora si fosse ritenuto applicabile l'art. 230 bis c.c., aveva sottolineato che le congiunte avevano convissuto ed erano state mantenute da lui e che la loro eventuale quota non era superiore al 15% ciascuna, come tale gia' interamente soddisfatta con le somme loro versate nel corso del rapporto.

Aveva inoltre dedotto che gli immobili erano stati acquistati con risorse personali e non con i proventi dell'impresa, ed aveva altresi' eccepito in ogni caso l'intervenuta prescrizione di qualsiasi eventuale diritto delle ricorrenti, sia considerando il termine breve quinquennale di cui all'art. 2948 c.c., che quello ordinario decennale. Infine, in via riconvenzionale, aveva chiesto il risarcimento dei danni procuratigli dalla revoca degli affidamenti bancali in seguito alla trascrizione del ricorso avversario.

Il primo Giudice sentite le parti e numerosi testi, e disposta una c.t.u. tecnico - contabile aveva riconosciuto l'esistenza dell'impresa accogliendo in buona parte le domande, rigettando la riconvenzionale per assoluta carenza di prova circa i danni asseritamente subiti dal Pa..

Con l'atto di appello quest'ultimo ribadiva il proprio assunto, ed in particolare contestava sia l'esistenza dell'impresa familiare, sia l'entita' ed il valore delle quote attribuite alle figlie, sia i criteri di calcolo adottati dal c.t.u. (e fatti propri dal Tribunale).

Concludeva chiedendo preliminarmente dichiararsi l'intervenuta prescrizione di ogni diritto vantato dalle ricorrenti e, per, l'effetto, respingersi le loro domande tutte; accertarsi e dichiararsi l'insussistenza dell'impresa familiare ex art. 230 bis c.c., e dunque respingersi le domande medesime; in subordine respingersi le domande stesse per avere le ricorrenti gia' percepito ogni loro spettanza; in estremo subordine, ridursi dette pretese alla misura che risultera' di giustizia, all'esito di espletanda consulenza tecnica d'ufficio; dichiarare l'incapacita' processuale delle appellate; rinnovarsi la c.t.u.; il tutto con vittoria di spese? Costituitesi, le appellate chiedevano il rigetto dell'impugnazione, con articolate argomentazioni ed, in via incidentale, insistevano per ottenere la comproprieta' degli immobili (ovvero il relativo controvalore) almeno per la quota del 25%. Prima dell'udienza di discussione, fissata per il 2.7.02, il Pa.

decedeva in data (OMISSIS), e pertanto alla predetta udienza il processo era interrotto. Successivamente, con ricorso del 2.1.03, il giudizio veniva riassunto dall'altra figlia del defunto, P. M., nella sua qualita' di erede, e la stessa riproponeva le medesime conclusioni formulate dal de cuius. Con sentenza del 18 gennaio - 10 agosto 2005, l'adita Corte di Appello di Venezia rigettava entrambi i gravami, confermando integralmente l'impugnata sentenza del Giudice del Lavoro di Treviso. Riteneva - contrariamente alle richieste avanzate dall'appellante - non presenti, nella specie, i presupposti per la nomina di un curatore speciale, sussistente, invece la dedotta impresa familiare e non maturato il termine decennale di prescrizione.

Per la cassazione di tale pronuncia ricorre P.M. con tre motivi.

Resistono P.L.E. e P.E. con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo P.M. lamenta violazione, errata, falsa applicazione degli artt. 78, 110 e 780 c.p.c. anche in relazione all'art. 490 c.c., nonche' nullita' della sentenza per omessa nomina del curatore speciale - nonostante il conflitto di interessi per essere le appellate eredi universali di Pa.Li., oltre che creditrici nei confronti dell'eredita' del medesimo - e violazione all'art. 102 c.p.c. nonche' vizio di motivazione della stessa. Il motivo, pur valutato nelle sue varie articolazioni, e' infondato.

Invero, nella presente causa si discute esclusivamente del diritto di P.L. ed E. quali titolari, jure proprio, del credito maturato per la partecipazione in impresa familiare nei confronti del padre e non dei problemi successori tra le coeredi P.. Ed il fatto che le sigg.re P.L. ed E. siano anche successori di Pa.Li., insieme alla sorella M. e la madre C.T. (rimasta contumace), non esclude che le stesse abbiano continuato a fare valere jure proprio nella presente causa, anche dopo la riassunzione da parte della sorella M., il diritto al riconoscimento dei propri crediti.

Correttamente la difesa delle resistenti osserva come sia un mero fatto, che non interessa il presente giudizio, che il credito di P.L. ed E. venga in futuro portato in esecuzione nei confronti della massa ereditaria e percio' che le stesse, assorbite in ipotesi le quote successorie di cui sono titolari come coeredi, si soddisfino anche sulle quote successorie della madre e della sorella M..

Indubitabile e' la loro legittimazione processuale, cosi' come in primo grado, a promuovere il giudizio in grado d'appello per difendere la sentenza del primo Giudice anche nei confronti della sorella M., che, rimasta estranea nel giudizio di primo grado, ha riassunto l'impugnazione dopo la morte del padre all'evidente fine di ottenere la riforma della decisione e percio' la declaratoria di insussistenza del credito che le impedirebbe di esercitare, di fatto, il proprio diritto successorio. Del tutto condivisibile e', di conseguenza, l'impugnata decisione ove si afferma che le appellate "erano parte in causa anche prima del decesso del genitore, in quanto portatrici di un interesse proprio nell'ambito dell'asserita impresa familiare ed anche in questa fase del giudizio continuano ad essere titolari del medesimo interesse jure proprio, cosi' come del resto gia' riconosciuto dal primo Giudice: il tutto a differenza della posizione della sorella M., la quale non ha agito per ottenere il riconoscimento di eventuali suoi diritti nell'ambito della predetta impresa, ed e' ora presente in giudizio, per resistere alle pretese delle sorelle, soltanto jure successionis, nella sua figura di coerede del de cujus. Non si ravvisano pertanto i presupposti per la nomina di un curatore speciale, ex art. 78 c.p.c., comma 2 cosi' come richiesto dall'appellante principale, non sussistendo nella fattispecie un problema di rapporti conflittuali tra rappresentato e rappresentante". Non sussiste, in definitiva, alcuna delle lamentate violazioni di legge in quanto, non discutendosi in causa di domande di coeredi beneficiate contro l'eredita', bensi' delle pretese creditorie per partecipazione in impresa familiare di P. L. ed E. nei confronti del padre, a cui P.M. resiste jure successionis quale successore del padre, non sussiste alcun conflitto di interessi, ne' necessita' di nomina di curatore speciale, ne' tantomeno litisconsorzio necessario ex art. 102 c.p.c..

Con il secondo motivo P.M. denuncia violazione dell'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 per violazione degli artt. 2948 e 2949 c.c. in materia di prescrizione, per errata applicazione dell'art. 2946 c.c. in relazione all'art. 230 bis c.c. e vizio di motivazione.

Anche questo motivo e' infondato.

Va in primo luogo osservato, in relazione alle argomentazioni adottate dalla ricorrente a sostegno del suo assunto, che l'eccezione di prescrizione e' validamente proposta quando la parte ne abbia allegato il fatto costitutivo, e cioe' l'inerzia del titolare, a nulla rilevando che chi la invochi abbia erroneamente individuato il termine applicabile, ovvero il momento iniziale o finale di esso:

queste ultime infatti sono questioni di diritto, sulle quali il giudice non e' vincolato dalle allegazioni di parte (Cass. 22 maggio 2007 n. 11843). A tal proposito va puntualizzato che il diritto agli utili dell'impresa familiare, previsto dall'art. 230 bis c.c., e' condizionato dai risultati raggiunti dall'azienda, essendo poi gli stessi utili naturalmente destinati (salvo il caso di diverso accordo) non alla distribuzione tra i partecipanti ma al reimpiego nell'azienda o in acquisti di beni; la maturazione di tale diritto - dalla quale decorrono rivalutazione monetaria ed interessi ex art. 429 c.p.c., in relazione alla riconducibilita' della collaborazione continuativa all'impresa familiare ad uno dei rapporti di cui all'art. 409 c.p.c., n. 3 - coincide di regola, in assenza di un patto di distribuzione periodica, con la cessazione dell'impresa familiare o della collaborazione del singolo partecipante (Cass. 22 ottobre 1999 n. 11921; Cass. 23 dicembre 2003 n. 19683), sicche' la prescrizione applicabile - ordinaria decennale, salva l'ipotesi di detto patto - comincia a decorrere da uno dei due summenzionati eventi.

Nel caso in esame, essendo risultato nella sentenza di primo grado - cosi' come riportato nello stesso ricorso in esame - che P. L.E. presto' l'attivita' nell'impresa familiare dal 1976 al maggio 1987, mentre la sorella E. la presto' sino al dicembre 1988, deve escludersi l'intero decorso del termine decennale proprio della prescrizione ordinaria rispetto all'atto introduttivo del giudizio, depositato il 30.12.1996 e successivamente notificato. Ne' tale conclusione puo' ritenersi inficiata dall'assunto della ricorrente, secondo cui, nella specie, la stessa P.L. aveva affermato nel ricorso introduttivo di ricevere L. 500.000 al mese, poiche' tale dichiarazione non e' sufficiente di per se' a far ritenere la presenza di un patto limitativo delle spettanze a detto importo mensile piuttosto che l'attribuzione di acconti i cui conteggi finali erano pur sempre da determinarsi al momento della cessazione del rapporto. Pertanto deve escludersi che - come sostenuto dalla ricorrente - si sia in presenza di una prescrizione quinquennale, decorrente dalle singole mensilita'. La ricorrente lamenta poi con il terzo motivo la violazione degli artt. 230 bis e 2255 c.c. e artt. 112 e 432 c.p.c. nonche' vizio di motivazione circa la sussistenza della impresa familiare, del suo avviamento, la determinazione degli utili e delle quote dei partecipanti. Anche questo motivo non puo' trovare accoglimento.

Invero, nessuna censura puo' essere fondatamente opposta alle argomentazioni adottate, in proposito, dalla Corte d'Appello, la quale ha ritenuto di condividere con il primo Giudice:

a) sia la valutazione delle complesse risultanze processuali e numerose testimonianze, sulla base delle quali, "per le modalita' con cui si e' gradualmente sviluppata la collaborazione lavorativa tra Pa.Li. e le sue congiunte (ivi compresa l'altra figlia M. e la moglie C.T.) sia pure in tempi e modi diversi per ciascuna di esse, nella fattispecie andava senza dubbio affermata l'esistenza di una impresa familiare", essendo state "ben considerate" anche le circostanze della diminuzione dell'apporto lavorativo da parte della C. nei periodi di lunga assenza del Pa. da casa e dall'azienda a partire dal 1980 ed il conseguente maggiore impegno in termini gestionali, soprattutto di Pa.Lu., che sostituiva il padre durante le prolungate assenze;

b) sia le valutazione del CTU sotto il profilo economico, le quali sono state attentamente considerate ed approvate dal Giudice di Appello, in relazione alla molteplicita' dei profili indicati dalla ricorrente.

Pertanto, risolvendosi, in realta', le formulate doglianze nella richiesta di una diversa valutazione degli elementi di fatto rispetto a quella operata dal Giudice del merito che, nella specie, ha adeguatamente motivato la sua determinazione, il motivo va disatteso.

Per quanto precede, il ricorso va rigettato.

Le peculiarita' delle questioni esaminate ed il parziale accoglimento delle domande delle attuali resistenti inducono a compensare le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il ricorso e compensa le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 27 maggio 2009.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2009


Avv. Massimiliano Gallone
Avvocato

www.studiolegalegallone.it
^ Vai all' inizio


Articoli correlati

Articoli su Overlex per l'argomento: successioni/eredità

» Tutti gli articoli su overlex in tema di successioni/eredità

Siti di interesse per l'argomento: successioni/eredità





Concorso miglior articolo giuridico pubblicato su Overlex
Clicca qui
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading