Portico soggetto a pubblico passaggio. Servitù di uso pubblico e dicatio ad patriam.
Condividi su Facebook | Discuti nel forum | Consiglia | Scrivi all'autore | Errore |

Articolo del 03/09/2011 Autore Avv. David Di Meo Altri articoli dell'autore


In diritto si definisce servitù (o servitù prediale nel caso di terreni) un diritto reale minore di godimento su cosa altrui, consistente in "un peso imposto sopra un fondo per l'utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario" (art. 1027 del codice civile).

L’art. 1067 del codice civile vieta al proprietario del fondo servente di compiere alcuna cosa che tenda a diminuire l’esercizio della servitù o a renderlo più incomodo.

Una questione interessante attiene alla situazione in cui sopra un portico soggetto al pubblico passaggio, con marciapiede adiacente, venisse inibito il transito pedonale tramite la posizione di vasi o altri sbarramenti da parte dei condomini o dei gestori di un’attività commerciale ivi presente, magari per consentire l’accesso diretto esclusivamente nel proprio locale commerciale.

Si rileva come la Cassazione abbia stabilito che “l’aggravamento dell’esercizio in dipendenza della trasformazione operata sul fondo dominante va verificato accertando se l’innovazione abbia alterato l’originario rapporto con il fondo servente e se il sacrificio imposto sia maggiore rispetto a quello originariamente previsto, dovendosi valutare l’opera non in sé stessa, come risultato di un’attività consentita o non consentita nella normale esplicazione o meno dei poteri dominicali, bensì per le implicazioni che ne derivano a carico del fondo assoggettato” (Cass., sez. II, 11 gennaio 2006, n. 209).

In tema di servitù di uso pubblico sui beni condominiali si segnala la sentenza della Suprema Corte n. 3075 del 2006, che precisa  il concetto di dicatio ad patriam, quale modalità di costituzione delle servitù di uso pubblico.

La costituzione della servitù di uso pubblico per dicatio ad patriam, puntualizza la Suprema Corte nella decisione in rassegna, consiste nel comportamento del proprietario di un bene immobile che, pur se non intenzionalmente diretto a dar vita al diritto di uso pubblico, tuttavia denoti in modo univoco la volontà di mettere il bene in questione a disposizione di una comunità indeterminata di cittadini, in modo non precario né discontinuo, assoggettando il bene stesso al correlativo uso da parte della collettività.

Tale uso “ab immemorabilia” determina la costituzione del predetto diritto, senza che occorra il decorso di un congruo periodo di tempo (come nella fattispecie dell’usucapione), ovvero un atto negoziale od ablatorio (in senso conforme, tra le tante, Cass. n. 15111/00; Cass. n. 875/01; Cass. n. 6924/01;Cass.n.12167/02). In sostanza, affinché sorga una servitù di uso pubblico su un’area privata è necessario che l’uso dell’area avvenga da tempi imprecisati ad opera di una collettività indeterminata di individui, considerati non “uti singuli”, bensì “uti cives” ed occorre, altresì, che tale uso soddisfi un interesse pubblico.

Sul punto autorevole dottrina ha sostenuto  che le servitù di uso pubblico non sono inquadrabili nella categoria civilistica delle servitu’ prediali (cfr. Vitucci, voce “Servitù prediali”, pag.506, in Digesto delle discipline privatistiche, Vol. XVIII, Utet, 1998).

Difatti, nella servitù di uso pubblico manca il soddisfacimento dell’utilità di un fondo “dominante”, trattandosi di un peso imposto sopra un fondo privato per l’utilità di una collettività generalizzata di individui. Il consequenziale diritto di godimento non è costituito in capo ad uno o più soggetti determinati in qualità di proprietari di un fondo detto, appunto, dominante, bensì in capo alla intera collettività.

Sempre su tale tema, si deve mettere in evidenza la sentenza del Consiglio di Stato n. 373 del 4 febbraio 2004, ove si precisa che ai fini dell'esistenza di una servitù pubblica di passaggio non è determinante l'inclusione negli elenchi delle strade pubbliche, atteso che, perché una strada possa rientrare nella categoria delle vie vicinali pubbliche devono sussistere i requisiti del passaggio, della concreta idoneità della strada a soddisfare esigenze di generale interesse e il titolo valido a sorreggere l'affermazione del diritto di uso pubblico, che può identificarsi anche nella protrazione dell'uso stesso da tempo immemorabile, posto che il passaggio deve essere esercitato "iure servitutis pubblicae" da una collettività di persone qualificate dall'appartenenza ad una comunità territoriale.

Ancora sul punto, con pronuncia 3316 del 21 giugno 2007, il Consiglio di Stato ha precisato quando si realizza l’uso pubblico di un’area privata, stabilendo di conseguenza principi utili anche nell’applicazione della Tosap e del canone Cosap. Ai sensi dell’art. 38 del d.lgs. 507/93 (e dell’art. 63 del d.lgs. 446/97), infatti, sono soggette a imposizione anche le occupazioni realizzate su aree private soggette a servitù di pubblico passaggio. La c.d. dicatio ad patriam, quale modo di costituzione di una servitù di uso pubblico, consiste nel comportamento del proprietario di un bene che denoti in modo univoco la volontà di mettere l’area privata a disposizione di una comunità indeterminata di cittadini, per soddisfare un’esigenza comune ai membri di tale collettività uti cives.

Pertanto, nel caso di portico soggetto a pubblico passaggio si è chiaramente in presenza di una servitù di uso pubblico, che non trova la sua ragione di esistere nel soddisfacimento dell’utilità di un fondo “dominante”, trattandosi piuttosto di un peso imposto sopra un fondo privato per l’utilità di una collettività generalizzata di individui. In tal senso, nemmeno la presenza di un marciapiede contiguo al porticato vale, di per sé, ad inficiare il diritto spettante alla generalità dei cittadini di utilizzare il portico stesso qualora questo sia di fatto adibito ad uso pubblico, posto che l’interesse della collettività dovrà inquadrarsi non tanto nel raggiungimento di un fondo dominante, quanto piuttosto nell’uso stesso del porticato (con i consequenziali corollari in termini di utilità quali il riparo da eventi metereologici, uso di locali, accesso ai negozi ecc.).

Allora, se ne deve dedurre che non possono essere poste in essere limitazioni all’uso pubblico del porticato salvo espressa autorizzazione da parte dell’ente esponenziale della collettività (id est  il Comune). Ad ogni buon conto, la presenza di un marciapiede adiacente, in grado di permettere il transito pedonale, potrebbe tutto al più favorire il rilascio dell’autorizzazione allo sbarramento del porticato, rappresentando l’assenza di detta autorizzazione una situazione certamente illecita.


Avv. David Di Meo ^ Vai all' inizio


Articoli correlati

Articoli su Overlex per l'argomento: condominio

» Tutti gli articoli su overlex in tema di condominio

Siti di interesse per l'argomento: condominio





Concorso miglior articolo giuridico pubblicato su Overlex
Clicca qui
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading