Stop alla dichiarazione fraudolenta
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Articolo del 27/07/2011 Autore Mazzaraco Mariagrazia Altri articoli dell'autore


La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10394/10 ha chiarito che a commettere il reato di dichiarazione fraudolenta è il contribuente che porta in detrazione, fraudolentemente appunto, costi realmente sostenuti ma imputati ad operazioni di fatto inesistenti: contabilizzate in documenti contabili quali fatture emesse proprio per operazioni inesistenti.

Due sono le fattispecie di reato che concorrono: l’emissione di fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti e la dichiarazione fraudolenta mediante fatture false, contemplate nell’art. 2 del decreto legislativo n. 74/2000.

Derogando all’art. 110 c.p. rubricato “pena per coloro che concorrono nel reato”, il legislatore focalizzando l’attenzione sul decreto legislativo n. 74 del 2000 ha categoricamente “escluso il concorso tra l’emissione e la utilizzazione di documenti fittizi, perché consentire che l’emittente sia chiamato a rispondere tanto del delitto di emissione, quanto di concorso nel delitto di utilizzazione tramite dichiarazione fiscale, significherebbe punirlo due volte per la medesima condotta” – principio del ne bis in idem. “La fatturazione effettuata in favore di soggetto diverso da quello effettivo non è riconducibile a una ipotesi di fatturazione con indicazioni incomplete o inesatte di cui al dpr 26 ottobre 1972, n. 633, art. 41, comma 3, né a quella di omissione dell’indicazione dei soggetti tra cui l’operazione è effettuata, prescritta dall’art. 21, comma 2, n. 1, stesso decreto”.

I giudici con l’ermellino, nella sentenza “de qua” non mancano di sottolineare che l’imposta sul valore aggiunto, matura e si versa sulle prestazioni imponibili; il soggetto passivo d’imposta che ha eseguito l’operazione potrà esercitare successivamente l’azione di rivalsa per compensarla con altrettanti acquisti di beni e servizi. Diversamente il versamento dell’IVA ad un soggetto inesistente, ritorna dunque a piè pari l’operazione inesistente, originerebbe un’ipotesi di recupero in debito del tributo.

Nella disciplina penale tributaria, si denuncia altresì l’ampio margine di discrezionalità a cui si presterebbe l’art. 4 del decreto legislativo n. 74/2000 in materia di dichiarazione infedele. Atteso che, il sistema penal-tributario guarda con occhio benevolo più al momento dichiarativo che formativo, le operazioni extra-dichiarative restano escluse da qualsiasi attenzione giurisprudenziale a scapito di quel principio di determinatezza di cui tanto se ne parla all’art. 4, colonna portante dell’intero impianto costituzionale e penalistico.

L’estrema opinabilità e vaghezza del suddetto articolo facilita il proliferarsi di condotte elusive; l’unica norma anti-elusiva rinvenibile nell’ordinamento in vigore che, se posta in essere applicherebbe alla lettera il principio di determinatezza sarebbe l’art. 110, “Norme generali sulle valutazioni” del TUIR, – Testo Unico Imposte sui Redditi, in merito alla nuova figura codicisticamente prevista del “trasfer pricing”.


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