Guida pratica sui costi del procedimento di mediazione
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Articolo del 24/05/2011 Autore Dott. Vito Meltonese Altri articoli dell'autore


La questione dei costi del procedimento di mediazione può essere certamente annoverata tra quelle più dibattute e di maggior interesse dopo l’ entrata in vigore della nuova disciplina anche perché ritenuti da molti operatori del diritto esageratamente elevati ed idonei a determinare un eccessivo aggravio a carico dei cittadini.

Il presente articolo si pone l’obiettivo di illustrare sinteticamente le spese complessive che il procedimento di mediazione comporta, prestando particolare attenzione a tutti i meccanismi previsti dalla legislazione vigente che possono determinare un incremento considerevole dei costi che vengono prima facie pubblicizzati dagli Organismi di mediazione.

La materia in esame viene disciplinata dalle seguenti norme:

  1. art. 17, D. Lgs. N. 28/2010 che, invero, si limita a delegare al Ministero della Giustizia la regolamentazione sistematica delle indennità di mediazione;
  2. art. 16, D.M. n. 180/2010 che, in attuazione della citata norma, introduce una disciplina puntuale delle indennità suddette.

L’indennità del procedimento di mediazione comprende due categorie di costi: spese di avvio del procedimento; spese di mediazione.

  1. Le spese di avvio del procedimento

Le spese di avvio consistono in un importo fisso che ciascuna parte è tenuta a versare all’Organismo di conciliazione che dovrebbe utilizzare le stesse per far fronte ai c.d. costi di segreteria necessari per “allestire” il procedimento.

Tale indennità è pari a Euro 40,00 oltre Iva (per un totale di Euro 48,00) e deve essere versata da ciascuna parte che aderisce alla mediazione.

In particolare, l’istante versa detto l’importo al momento del deposito della domanda di mediazione mentre la parte chiamata vi deve provvedere al momento della adesione al procedimento.

  1. Le spese di mediazione

Le spese di mediazione consistono in un importo calcolato in proporzione al valore della controversia trattata  – che deve essere indicato nella domanda di mediazione a norma del codice di procedura civile - secondo scaglioni di riferimento predeterminati, che viene corrisposto in favore dell’Organismo da ciascuna parte che vi aderisce.

L’art. 16 evoca un concetto di “parte” mutuato dal processo civile ed intesa come “centro di interessi” che, dunque, può accorpare anche diversi soggetti titolari di un interesse unico che intendono realizzare attraverso la mediazione.

La norma prevede, altresì, una obbligazione solidale a carico delle parti che aderiscono al procedimento e – sempre nell’ottica di tutelare il diritto di credito dell’Organismo – statuisce che le spese devono essere corrisposte prima dell’inizio dell’incontro con il mediatore in misura non inferiore alla metà.

Premessi questi brevi cenni normativi, si ritiene opportuna un’analisi più approfondita dell’argomento in esame atteso che le spese di mediazione rappresentano una tematica di notevole rilievo pratico anche perché la disciplina normativa prevede diverse “insidie” idonee a rendere eccessivamente oneroso il procedimento di mediazione in danno degli utenti.

Ciascuna parte che aderisce alla mediazione, dunque, versa in favore dell’Organismo una indennità calcolata in proporzione al valore della causa sula scorta di tariffe predeterminate.

Il Ministero della Giustizia, in allegato al D.M. 180/2010, ha redatto una tabelle indicativa (c.d. tabella A) delle indennità di mediazione dovute da ciascuna parte che oscillano tra un importo di Euro 65,00 (per controversie di valore fino a Euro 1.000,00 Euro) fino ad un importo di Euro 9.200,00 (per controversie si valore superiore a Euro 5.000.000,00) con la importante precisazione che tali importi vengono indicati al netto dell’Iva pari al 20%.

Giova evidenziare che le cifre riportate nella tabella de qua non sono affatto vincolanti per i singoli Organismi di mediazione che potrebbero, dunque, agevolmente discostarsene prevedendo importi superiori ovvero inferiori.

L’art. 16 consente, inoltre, all’Organismo di praticare varie oscillazioni rispetto alle indennità determinate alla stregua dei criteri di cui innanzi:

  1. aumento in misura non superiore ad 1/5 in caso di particolare importanza, difficoltà o complessità dell’affare;
  2. aumento in misura non superiore ad 1/5 in caso di esito positivo della mediazione;
  3. aumento di 1/5 nel caso di formulazione della proposta da parte del mediatore;
  4. riduzione di 1/3 nelle materie in cui il D. Lgs. 28/2010 prevede l’obbligo di mediazione;
  5. riduzione di 1/3 quando nessuna delle controparti rispetto a colui che ha proposto l’istanza di mediazione partecipa al procedimento.

Invero, la norma non precisa, nella ipotesi in cui ricorrono cumulativamente più situazioni tra quelle prospettate, se gli aumenti e/o le riduzioni previste debbano essere applicate singolarmente ovvero se bisognerà sommare algebricamente le diverse frazioni applicando il risultato alla indennità originariamente prevista.

A parere di chi scrive, la norma sembrerebbe suggerire la prima soluzione prospettata vale a dire quella di applicare ogni singolo aumento o riduzione sulla indennità originaria e, successivamente, sul risultato ottenuto applicare di volta in volta la successiva frazione.

È interessante notare che per gli aumenti previsti la legge impone un tetto massimo agli Organismi almeno nelle prime due ipotesi illustrate in quanto viene utilizzata la locuzione “..in misura non superiore ad 1/5” e ciò all’evidente scopo di porre ex ante ad eventuali tentativi di speculazione con previsione nei singoli regolamenti di aumenti sproporzionati.

In ossequio alla medesima ratio di tutela del cittadino,  per le riduzioni viene applicata una quota “secca” pari ad 1/3.

Orbene, appare evidente che l’applicazione dei citati regimi di spesa potrebbe determinare un aumento sproporzionato dei costi della mediazione soprattutto alla luce del fatto che diversi Organismi privati, poiché costituiti in forma societaria e caratterizzati dallo scopo di lucro, recepiscono già nei propri regolamenti i medesimi sistemi.

 A parere del sottoscritto, sono due le previsioni che destano maggiori perplessità e, nel contempo, maggiori rischi per le “tasche” degli utenti: la possibilità di aumento nell’ipotesi di particolare complessità dell’affare e la possibilità di aumento nella ipotesi di proposta del mediatore.

Nella prima ipotesi il legislatore rimette alla libera discrezionalità dell’Organismo la possibilità di applicare un incremento rilevante della indennità senza fornire alcun criteri orientativo per stabilire quando una controversia possa definirsi di “particolare complessità”.

La seconda ipotesi potrebbe rappresentare un rischio soprattutto quando il regolamento dell’Organismo di mediazione attribuisce al mediatore il potere discrezionale di rendere la proposta finanche quando nessuna delle parti ne faccia richiesta ovvero di emanare la c.d. “proposta contumaciale” per i casi in cui nessuna delle controparti aderisce alla chiamata in mediazione.

È facile intuire che tali meccanismi – consentiti dalla legge – potrebbero rappresentare delle “trappole” per le parti ed in particolar modo per la parte istante che potrebbe essere obbligata ad instaurare un procedimento di mediazione, perché condizione di procedibilità della domanda, ed a versare un ingente importo all’Organismo senza ottenere, tuttavia, alcun risultato concreto.

Infatti, tutt’altro che di scuola è l’ipotesi in cui: una parte introduce un procedimento obbligatorio di mediazione; alcuna delle controparti aderisce; il mediatore all’incontro fissato potrebbe discrezionalmente formulare una proposta contumaciale ed in tal caso obbligare l’istante al versamento della indennità aumentata fino ad 1/5 soltanto per ottenere un verbale di mancata conciliazione che non soddisfa alcun interesse concreto dello stesso a parte quello di aver soddisfatto la condizione di procedibilità ai fini dell’azione giudiziaria.

Invero, all’evidente scopo di eludere tali possibili rischi, all’indomani della entrata in vigore della mediazione obbligatoria si stava diffondendo l’espediente di depositare l’istanza di mediazione e contestualmente una dichiarazione con la quale la parte informava l’Organismo che non intendeva dar corso alla mediazione.

Peraltro, alcuni Organismi avevano previsto nei propri regolamenti che qualora la parte invitata alla mediazione non avesse inviato la propria adesione entro un certo termine ovvero avesse comunicato il proprio rifiuto, l’Organismo avrebbe rilasciato direttamente all’istante una “dichiarazione di conclusione del procedimento per mancata adesione della parte invitata”.

Tuttavia, è intervenuto il Ministero della Giustizia con la Circolare del 4.04.2011 con cui ha chiarito che le prassi in parola contrastano con l’operatività della condizione di procedibilità prevista dall’art. 5, D Lgs. N. 28/2010.

L’applicazione degli espedienti esaminati – seppur caratterizzati da lodevoli finalità – si basa sul’erroneo presupposto che la condizione di procedibilità possa essere soddisfatta attraverso il semplice deposito della istanza di mediazione.

A parere di chi scrive, tale interpretazione è priva di pregio giuridico e contraria allo spirito della legge in esame che postula come condizione di procedibilità il procedimento di mediazione piuttosto che il mero deposito dell’istanza che rappresenta soltanto la prima fase della procedura.

Correttamente, dunque, il Ministero ha chiarito che: “…una tale previsione nel regolamento di procedura di un organismo di mediazione contrasta con l'art. 5 del d.lgs. 28/2010, che postula che si compaia effettivamente dinanzi al mediatore designato, il quale solo può constatare la mancata comparizione della parte invitata e redigere il verbale negativo del tentativo di conciliazione”, in quanto la mediazione obbligatoria è tale proprio in quanto deve essere esperita anche in caso di mancata adesione della parte invitata; diversamente opinando si produrrebbe l’effetto, non consentito, di un “aggiramento della previsione che ha imposto l’operatività della condizione di procedibilità per talune materie”.

Del resto, la scelta dell’istante di comunicare preventivamente la volontà di non partecipare alla mediazione potrebbe essere anche inopportuna sul piano strategico atteso che nulla vieta, a mio parere, alla controparte che riceve la comunicazione di presentarsi dinanzi l’Organismo di mediazione con la conseguenza che la mancata comparizione dell’istante potrebbe pregiudicare la sua posizione in giudizio quantomeno in termini di condanna alle spese.

La soluzione più opportuna e ragionevole, per contemperare tutti gli interessi in gioco, potrebbe essere quella di prevedere nei regolamenti degli Organismi di mediazione il pagamento di una tariffa forfettaria di importo irrisorio a carico della parte istante per ottenere il rilascio di un verbale di mancata conciliazione all’esito dell’incontro con il mediatore, nella ipotesi in cui nessuna delle controparti aderisca alla procedura.

In tal modo, il ricorrente avrebbe soddisfatto la condizione di procedibilità a costi ragionevoli – poiché verserebbe soltanto le spese di avvio e tale ipotetica tariffa – evitando di versare all’Organismo una indennità proporzionale al valore della controversia ed eventualmente maggiorata nella ipotesi di proposta contumaciale, senza aver ottenuto alcun risultato concreto.

Per completezza di indagine si evidenzia che le spese innanzi illustrate potrebbero subire un ulteriore incremento nel caso in cui il mediatore decida di avvalersi di un consulente tecnico per cause che necessitino di una indagine di siffatta entità.

Si può ragionevolmente ritenere, interpretando lo spirito del procedimento di mediazione, che la nomina del consulente dovrebbe rappresentare una ipotesi del tutto residuale e comunque sarebbe opportuno che il mediatore vi provvedesse soltanto a fronte di una richiesta congiunta delle parti che, evidentemente, ritengano imprescindibile una consulenza per poter valutare l’ipotesi di un accordo.

Da ultimo, la lettura di diversi regolamenti, consente di affermare che l’indennità di mediazione viene mediamente ripartita in ragione del 40% in favore dell’Organismo e del 60% in favore del mediatore.

In conclusione, ritengo che non si possa esprimere una valutazione in termini assoluti circa la congruità dei costi del procedimento di mediazione ritenuti dai più eccessivamente onerosi ed idonei ad aggravare inutilmente l’ accesso alla giustizia per gli utenti.

Infatti, tale preoccupazione potrebbe trovare ragion d’essere  nelle ipotesi in cui il procedimento di mediazione obbligatoria dovesse avere esito negativo ovvero quando nessuna delle controparti aderisca alla chiamata della parte istante che in  tali casi potrebbe essere costretta a versare ingenti somme di denaro senza ottenere alcuna utilità.

Viceversa, non è chi non veda che, nei casi in cui il procedimento di mediazione si dovesse concludere con una conciliazione, le parti certamente conseguirebbero certamente un indubbi risparmio in termini sia di spese legali e processuali che di tempo nel senso che potrebbero ottenere la tutela dei propri interessi in un arco temporale che non dovrebbe superare i quattro mesi.

Per eludere qualsivoglia scetticismo sulla mediazione, tuttavia, sarebbe stato opportuno che il legislatore non avesse previsto l’obbligatorietà della procedura ovvero avesse previsto l’obbligatorietà secondo il criterio del valore della controversia piuttosto che applicando il criterio delle materie prescindendo in toto dal valore.

In tal caso, infatti, l’obbligatorietà avrebbe riguardato esclusivamente il contenzioso c.d. “bagatellare” e le spese da sostenere per le parti sarebbero state in ogni caso contenute.

A parere di chi scrive il problema reale non deve ravvisarsi tanto nei costi del procedimento di mediazione quanto, piuttosto, nella prospettiva che tale meccanismo possa condurre ad una privatizzazione della Giustizia quale servizio primario che lo Stato deve garantire ai suoi cittadini che, tuttavia, attraverso la mediazione viene delegato ad Organismi pubblici e privati per l’incapacità dello Stato medesimo di fornire ed organizzare un sistema competitivo ed efficiente che possa risolvere le controversie in tempi ragionevoli.

Del resto, la questione che maggiormente dovrebbe preoccupare l’operatore del diritto è il fatto che si assiste progressivamente ed inesorabilmente alla creazione di un “mercato del contenzioso” che presenta – su un versante - cittadini, studi legali, associazioni di vario genere banche ed assicurazioni che “producono ed offrono” contenzioso civile e – sul versante opposto – Organismi di mediazione disponibili ad accaparrarsi una fetta sempre più ampia di detto contenzioso attraverso una offerta concorrenziale basata principalmente sui costi proposti agli utenti piuttosto che sulla competenza ed affidabilità di coloro che dovrebbero trattare la controversia in mediazione.

La Giustizia non dovrebbe mai diventare un “prodotto” oggetto di scambio sul mercato concorrenziale perché in siffatta ipotesi – seppur si dovesse riuscire nell’intento di abbreviare i tempi di soluzione del contenzioso – si sancirebbe il tramonto del diritto e del processo civile.


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