Separazione giudiziale con addebito per colpa e danno non patrimoniale
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Articolo del 08/05/2011 Autore Avv. Massimiliano Gallone Altri articoli dell'autore


Il comportamento del coniuge cui è addebitata la separazione, in presenza di una lesione dei diritti fondamentali dell'altro coniuge, è fonte di un'obbligazione risarcitoria, anche con riguardo ai danni non patrimoniali, con particolare riferimento a quello esistenziale.

Così ha statuito in una nota sentenza del 14 ottobre 2006 il Tribunale di Brescia con riguardo alla domanda di addebito della separazione al marito, sig. B., avanzata dalla moglie, sig.ra C., rilevando quanto segue: la moglie, ricorrente, fonda la sua istanza essenzialmente sulla circostanza che il marito avrebbe tradito la moglie allacciando relazioni amorose con altri uomini violando così l'obbligo coniugale di fedeltà (art. 143 c.c.).

Orbene, come è noto, per verificare se la separazione sia addebitabile o no ad uno dei coniugi occorre svolgere un'indagine sulla causa della intollerabilità della convivenza, indagine che non può basarsi sull'esame di singoli episodi di frattura, ma deve derivare dalla valutazione globale dei reciproci comportamenti, quali emergono dal processo (Cass. 6 febbraio 2003, n. 1744) al fine di verificare se e quale incidenza abbiano rivestito i comportamenti dei due coniugi, nel loro reciproco intervenire, nel verificarsi della crisi coniugale (Cass. 23 marzo 2005, n. 6276) salvo il caso in cui un coniuge abbia tenuto una condotta che si sia tradotta in un'aggressione a beni e diritti fondamentali della persona quali l'incolumità e l'integrità fisica morale e sociale dell'altro coniuge perché tale condotta sfugge ad ogni giudizio di comparazione non potendo in alcun modo essere giustificata neppure come atto di reazione o ritorsione rispetto al comportamento dell'altro (Cass. del 19 maggio 2006, n. 1844, Cass. del 2005, n. 6276 cit., Cass. del 2004, n. 15101, Cass. del 2002, n. 8787; Cass. del 1090, n. 5397; Cass. del 1988, n. 6976; Cass. del 1987, n. 6256; Cass. del 1982, n. 176; Cass. del 1981, n. 5949; Cass. del 1980, n. 5372 e Cass. del 1978, n. 2809).

A ciò si aggiunga, poi, che la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l'art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già matura una situazione di intollerabilità della convivenza sicché in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito (in punto cfr. Cass. 28 settembre 2001, n. 12130 ma anche Cass. 19 settembre 2006, n. 20256).

Nel caso in scrutinio è pacifico che il marito ad un certo punto ha confessato alla moglie convivente di aver avuto una relazione omosessuale ed ha cessato di avere rapporti sessuali con la stessa: dopo tale episodio i coniugi hanno compreso che era impossibile continuare a convivere sicché la moglie si è allontanata dalla casa familiare mentre il marito è andato a vivere con un uomo. Da ciò deriva chiaramente la violazione dall'obbligo di fedeltà di cui all'art. 143 c.c. da parte del marito e in assenza di altri elementi, la sicura rilevanza causale e giuridica di tale circostanza sulla crisi del vincolo coniugale.

Conseguentemente, secondo il Tribunale Bresciano, la separazione va addebitata al marito

In ordine al risarcimento del danno non patrimoniale da violazione dei doveri matrimoniali avanzata dalla moglie nei confronti del marito va rilevato quanto segue.

Il Tribunale non ignora che la giurisprudenza di legittimità meno recente ha sempre escluso ogni forma di risarcimento del danno in caso di addebito di separazione adducendo che la condotta dei coniugi sarebbe regolata in via esclusiva dal diritto di famiglia in applicazione del principio lex specialis derogat legis generalis sicché alle condotte in violazione dei doveri matrimoniali non conseguirebbe alcun obbligo risarcitorio bensì l'addebito (Cass. 6 aprile 1993, n. 4.108, Cass. 26 maggio 1995, n. 5.866); e ciò anche al fine di evitare che nell'isola del diritto di famiglia trovi spazio un istituto tipicamente conflittuale quale quello della responsabilità extracontrattuale.

Tuttavia tenendo conto delle radicali modifiche intervenute recentemente nel settore nell'illecito aquiliano (Cass., sez. un., 22 luglio 1999, n. 500, Cass. 31 maggio, n. 8.828, Cass. 31 maggio, n 8.827, C. cost. n. 233 del 2003 e Cass., sez. un., 24 marzo 2006, n. 5.672) la questione dell'inadempimento degli obblighi patrimoniali va affrontata secondo un diverso angolo prospettico. Infatti se all'ingiustizia del danno è affidato il ruolo della selezione degli interessi meritevoli di tutela ed il danno ingiusto coincide con la violazione di qualunque bene meritevole di tutela alla luce dell'ordinamento giuridico, allora non si comprende per quale ragione tale meritevolezza deve essere esclusa nelle relazioni tra sposi.

Se poi a ciò si aggiunge che la nozione di danno è stata sganciata dalla dimensione meramente patrimoniale e del necessario collegamento con l'art. 185 c.p. e si è sancita l'inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana (cfr. Cass. n. 8628 del 2003 cit.) con correlata disciplina del danno non patrimoniale attraverso il disposto dell'art. 2059 c.c. (C. cost. n. 233 del 2003) ne consegue la possibilità in astratto di ottenere il riconoscimento dei danni non patrimoniali da violazione dei doveri matrimoniali.

Infatti il rispetto della dignità e della personalità, nella sua interezza, di ogni componente del nucleo familiare assume il connotato di un diritto inviolabile, la cui lesione da parte di altro componente della famiglia costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo da un lato ritenersi che diritti definiti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i titolari si pongano o meno all'interno di un contesto familiare (a ciò considerato che la famiglia è luogo di incontro e di vita comune nel quale la personalità di ogni individuo si esprime, si sviluppa e si realizza attraverso l'instaurazione di reciproche relazioni di affetto e di solidarietà, non già sede di comprensione e di mortificazione di diritti irrinunciabili) e dovendo, dall'altro lato, escludersi che la violazione dei doveri nascenti del matrimonio riceve la propria sanzione, in nome di una presunta specificità, completezza ed autosufficienza del diritto di famiglia, esclusivamente nelle misure tipiche previste da tale branca del diritto (quali la separazione e il divorzio, l'addebito della separazione, la sospensione del diritto all'assistenza morale e materiale nel caso di allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare), dovendosi, invece, predicare una strutturale compatibilità degli istituti del diritto di famiglia con la tutela generale dei diritti costituzionalmente garantiti, con la conseguente, concorrente rilevanza di un dato comportamento sia ai fini della separazione o della cessazione del vincolo coniugale e delle pertinenti statuizioni di natura patrimoniale, sia quale fatto generatore di responsabilità aquiliana (in tal senso v. anche, da ultimo, Cass. 10 maggio 2005, n. 9801).

Certo non ogni violazione di obbligo coniugale comporta il diritto al risarcimento del danno ma solo quella posta in essere attraverso condotte che, per la loro intrinseca gravità, si pongano come fatti di aggressione ai diritti fondamentali della persona e che, pertanto, comporta una grave lesione dall'esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana ossia quella lesione che in un certo senso va a toccare proprio l'in sé della persona e non aspetti marginali della stessa: il tutto ovviamente all'interno di un bilanciamento delle posizioni dei coniugi volto ad accordare tutela all'interesse costituzionalmente prevalente.

Ora se prendendo le mosse dai principi sopra enunziati si va a scrutinare la fattispecie suesposta appare agevole osservare come la condotta infedele del marito laddove ha cagionato la definitiva rottura di una comunione di vita che durava da circa 14 anni ha vulnerato gravemente la personalità della consorte non solo nell'aspetto della sua dignità (art. 2 Cost.) ma anche nella dimensione familiare-sponsale della sua personalità frustrando ogni possibile e legittima aspettativa in ordine alla piena esplicazione della stessa.

Sicché, anche alla luce dell'id quod plerumque accidit e di presunzioni derivanti dalla comune esperienza quotidiana, può concludersi per la sussistenza del danno non patrimoniale denunziato dalla moglie.

La quantificazione di tale danno appare difficile di talché il giudice può legittimamente rischiare la disposizione dell'art. 1226 c.c. a darne una quantificazione equitativa.

Orbene, il Tribunale Bresciano ha rilevato da un lato: I) che la vita matrimoniale della moglie è iniziata quando la stessa aveva una giovane età (22 anni) e la convivenza si è conclusa dopo ben 14 anni (quando la moglie era ormai donna matura con un programma di vita impostato); II) che la scoperta dell'infedeltà omosessuale del marito oltre al grave vulnus alla dignità della persona sopra descritto ha pure creato una situazione di grave turbamento - dovuto al legittimo sospetto di aver contratto qualche grave malattia a seguito di rapporti sessuali con il marito- che ha sicuramente alterato negativamente la qualità della vita della sig.ra C. per un consistente periodo di tempo; e dall'altro lato che, in ogni caso, il vulnus subito dalla moglie seppur grave non può ritenersi tale da permanere nella sua gravità per tutta la vita essendo destinato ad attenuarsi sempre più nel tempo sino quasi a scomparire, tutto ciò rilevato reputa equo quantificare il danno non patrimoniale subito dalla moglie in complessivi euro 40.000,00.

In appello la sentenza viene però ribaltata. La Corte, infatti, ritiene che la applicazione dei generali principi in tema di danno esistenziale derivante dalla lesione di un interesse costituzionalmente garantito non consenta la applicazione aprioristica della tutela risarcitoria in assenza sia di una condotta riprovevole, sia di allegazione e prova del danno esistenziale lamentato. Afferma, pertanto, che non può la condotta del coniuge infedele essere considerata riprovevole solo per il fatto che la stessa si è concretizzata in una relazione omosessuale piuttosto che eterosessuale.

Al contrario, pur qualificando la condotta dell'uomo come "devianza sessuale", rileva come questa, paradossalmente, ben potrebbe risultare meno pesante per la donna tradita, posta la assenza di confronto con altro soggetto di sesso femminile.

Ritiene, altresì, che nel caso di specie, la parte c.d. lesa, non abbia fornito alcuna argomentazione utile a corroborare il peggioramento delle proprie abitudini di vita, nelle quali, di fatto, si sostanzia il danno esistenziale, incombendo sul soggetto che invoca lo stesso l'onere di allegare circostanze concrete che consentano di fornire la prova della sua sussistenza.


Avv. Massimiliano Gallone
Avvocato

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