Il delitto di atti persecutori (stalking)
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Articolo del 26/04/2011 Autore Avv. Massimiliano Gallone Altri articoli dell'autore


Fattispecie

Stalking (si legge "stòking" con la "o" accentata) è un termine inglese che indica una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un'altra persona, perseguitandola ed ingenerandole stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità. Questo tipo di condotta è penalmente rilevante in molti ordinamenti; in quello italiano la fattispecie è rubricata come atti persecutori (articolo 612 bis del Codice penale), riprendendo una delle diverse locuzioni con le quali è tradotto il termine stalking. Il fenomeno è anche chiamato sindrome del molestatore assillante.

È questa la traduzione comunemente adottata per recepire all'interno dell'ordinamento italiano il fenomeno che nei Paesi anglosassoni è conosciuto come stalking, consistente nella reiterazione assillante di condotte intrusive - quali appostamenti, pedinamenti e telefonate - che, il più delle volte, sono destinate a culminare in ingiurie, minacce, danneggiamenti e aggressioni fisiche. L'evoluzione tecnologica ha moltiplicato sensibilmente le possibilità a disposizione dello stalker, tanto che si definisce cyberstalking l'utilizzazione di ogni tipo di comunicazione elettronica per molestare in forma ossessiva la vittima.

È facile allora comprendere che lo stalking costituisce una grave degenerazione della comunicazione e della relazione che, in base a studi approfonditi, colpisce prevalentemente le donne e, quasi nel 50% dei casi, culmina in una violenza fisica o sessuale. La gamma delle condotte del molestatore-persecutore si presenta quanto mai ampia ed annovera atti che, per loro natura, sono innocui, come le telefonate o l'invio di un mazzo di fiori o di una scatola di cioccolatini, di messaggi e missive. E proprio l'intrinseca connotazione "patologica" induce lo stalker ad intensificare in forma ossessiva questa ricerca di contatti, che si caratterizzano per l'imposizione della propria presenza alla vittima - come avviene anche nel caso di appostamenti o pedinamenti - o perché sfociano in atti vandalici e violenti, quali scritte sui muri, sfregi a porte o autovetture, violazione della corrispondenza, uccisione di animali di cui la vittima ha la proprietà, violenze a vario titolo contro il perseguitato.

Le dannose ripercussioni sulla salute psico-fisica e sulla libertà personale sono facilmente intuibili: basti pensare agli stati d'ansia, ai disturbi del sonno e della concentrazione, alla depressione, da un lato; allo sconvolgimento dello stile di vita, dall'altro, manifestato dal cambiamento del numero di telefono, della residenza, del domicilio e del lavoro, dall'installazione di sistemi di difesa, dalla sostituzione della serratura della porta, fino ad arrivare o all'abbandono della città e perfino dello Stato dove fino ad allora si è vissuto o, all'opposto, alla frequentazione di corsi di autodifesa e all'acquisto di un'arma.

A ciò si aggiunga che il fenomeno si presenta, molto spesso, congiunto a quello del mobbing, inteso come persecuzione morale sul lavoro - o da parte del superiore gerarchico, per quello che si definisce mobbing verticale o più propriamente bossing; o da parte di colleghi o superiori diversi da quello gerarchicamente competente, in modo da configurarsi il mobbing orizzontale -. Si parla allora di stalking occupazionale, se l'attività persecutoria si trasferisce dal luogo di lavoro alla vita privata, e ciò sia nell'ipotesi in cui lo stalker sia lo stesso soggetto che ha mobbizzato il lavoratore, sia nel caso inverso della vittima del mobbing che decida di vendicarsi nei confronti del persecutore sul lavoro, invadendo in maniera ossessiva la sua sfera di privacy.

Completa la panoramica delle condotte conflittuali in ambito lavorativo lo straining, ossia quella situazione di stress forzato in cui la vittima, almeno una volta, subisce un'unica azione - consistente, ad esempio, nel cambio di qualifica o di mansioni, in un trasferimento penalizzante, in una prolungata inattività o, all'opposto, nell'imposizione di una quantità di lavoro eccessiva - tale da risultare dannosa sotto il profilo professionale, biologico e morale.

Normativa

La figura ai sensi dell'art 612 bis c.p. prevede che, “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque reiteratamente, con qualunque mezzo, minaccia o molesta taluno in modo tale da infliggergli un grave disagio psichico ovvero da determinare un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina o comunque da pregiudicare in maniera rilevante il suo modo di vivere, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a quattro anni”.

La condotta reiterata di minacce o molestie deve: 1) cagionare un perdurante o grave stato di ansia o di paura, in buona sostanza, una situazione di stress psicofisico clinicamente accertabile, o, in alternativa, deve: 2) ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata alla vittima da una relazione affettiva, ove la qualificazione del timore in termini di fondatezza esclude, per ovvie ragioni di certezza dell'accertamento, che si possa fare affidamento sulle percezioni soggettive e quindi molto variabili delle persone offese, dovendosi selezionare tra i più timori possibili quelli seri, oggettivamente valutabili o, infine: 3) costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita, che significa la necessità di apprezzare un mutamento di stili di vita, di prassi, di abitudini appunto, che compongono lo svolgersi quotidiano della vita di relazione.

Sulla base di quanto detto, l'illecito in esame sussiste solo quando siano integrati tutti i succitati elementi obbiettivi.

La condotta del reo deve essere connotata dal dolo generico, cioè dalla volontà e consapevolezza di porre in essere le sopra descritte condotte persecutorie, cagionando alla vittima uno degli eventi lesivi previsti dalla norma stessa. Infatti, il dolo dell'agente è contraddistinto dalla rappresentazione specifica che, a seguito della reiterazione seriale delle azioni delittuose predette, si verificherà nella vittima di uno degli accadimenti dannosi considerati.

Il tentativo non è incompatibile con la struttura della fattispecie criminosa in esame. Tale ipotesi potrebbe configurarsi nel caso in cui si riesca a fornire la prova della reiterata realizzazione di atti sufficienti ad integrare un numero di condotte in grado di soddisfare il requisito della serialità.

L'illecito in esame è punito, salva l'applicazione di aggravanti, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Tuttavia, se il molestatore si spinge fino all’omicidio della vittima di stalking è punito con l’ergastolo.

La commissione degli atti persecutori può essere aggravata da circostanze specifiche, l'una ordinaria che ricorre se il fatto è commesso, rispettivamente, dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona in passato legata affettivamente alla persona offesa; l'altra ad effetto speciale, con aumento fino alla metà, se il fatto è commesso in danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di un disabile, ovvero con armi o da persona travisata. Altra circostanza aggravante è prevista per il caso in cui gli atti persecutori siano commessi da un soggetto che sia stato in precedenza ammonito dal questore e quindi invitato a desistere da condotte potenzialmente valutabili in termini di molestie assillanti.

In particolare, la persona oggetto di fastidiose attenzioni può fare richiesta al questore perché ammonisca il molestatore-persecutore in attesa che sia proposta querela. Il questore provvede dopo aver assunto le necessarie informazioni ed aver sentito le persone informate sui fatti. Contro il provvedimento di ammonimento non è prevista alcun forma di reclamo o di controllo giurisdizionale, eppure il fatto stesso di essere stato ammonito funge da ipotesi aggravatrice per l'eventualità che i comportamenti tenuti si strutturino in termini di reato compiuto. Si consideri a tal proposito che il previo ammonimento comporta anche la procedibilità d'ufficio.

In generale, l'art. 612-bis, comma ult., c.p. subordina la procedibilità alla proposizione della querela entro sei mesi, salva la procedibilità d'ufficio quando gli atti persecutori siano stati compiuti contro un minore o un disabile o, ancora, siano connessi con altro delitto per il quale si procede d'ufficio.

La procedibilità d'ufficio nel caso del previo ammonimento ha una ragione specifica nella funzione che la legge attribuisce a questo atto: prima ancora che le condotte giungano, attraverso la reiterazione temporale, a quella consistenza che ne consente la qualificazione in termini di penale illiceità, la vittima può azionare uno strumento di inibizione, rivolgendosi appunto al questore perché intimi all'autore dei fatti la cessazione da ogni condotta non conforme a legge. Se l'ammonimento non sortisce l'effetto sperato; se dunque quelle condotte sono alimentate nel tempo sempre in danno della stessa persona - perché l'identità del soggetto passivo sembra condizione necessaria per giustificare la procedibilità d'ufficio che sottrae alla vittima la decisione sull'opportunità ed anche sulla sostenibilità psicologica del processo penale, oltre che l'aggravamento di pena - non v'è più necessità di attendere che sia il destinatario delle condotte persecutorie a decidere se investire l'autorità giudiziaria della cognizione dei comportamenti molesti, avendo già espresso una determinazione in favore dell'intervento pubblico. Del resto, se l'ammonimento non ha efficacia inibitoria, ben si spiega proprio sul piano dell'interesse pubblico che quest'ultimo debba prevalere su considerazioni personali della vittima, manifestando l'autore dei fatti un'attitudine all'illegalità di preoccupante consistenza.

Lo stesso provvedimento legislativo che ha dato vita alla nuova fattispecie di atti persecutori ha introdotto una nuova misura cautelare personale di tipo coercitivo. Con l'art. 282-ter è novellato il codice di rito, e si ha l'inserimento - nel catalogo degli strumenti cautelari - del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Si tratta di misura che ben si adatta a tutelare le eventuali esigenze di cautela apprezzabili nell'ambito di un procedimento per atti persecutori. Con il provvedimento de quo il giudice fa divieto al destinatario di avvicinarsi a luoghi determinati, che siano abitualmente frequentati dalla persona offesa, oppure gli impone di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa. Sull'individuazione della distanza da mantenere, e per certi versi sulla definizione della nozione di avvicinamento, non può che farsi riferimento all'esercizio di un significativo potere discrezionale del giudice che deve operare tenendo conto di tutte le circostanze concrete, tali da orientare nella scelta delle modalità attuative più adeguate ad assicurare l'effetto di prevenzione, di inibizione della reiterazione delle condotte criminose per le quali si procede.

Si vuole evidenziare una sentenza della Corte di Cassazione Penale Sezione V del 12 gennaio 2010 n. 11945: con ordinanza il Tribunale di Potenza ha parzialmente accolto l'istanza di riesame formulata da omissis avverso il provvedimento del g.i.p. del Tribunale di Lagonegro in data 16 febbraio 2010, sostituendo la misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari.

All'indagato è stato contestato il reato di cui all'art. 612 bis c.p. ("Atti persecutori") nei confronti di I.N. (con la quale aveva avuto una relazione sentimentale che la donna aveva voluto interrompere), e di calunnia nei confronti della stessa e di P.S., nuovo fidanzato della I..

Avverso tale decisione propone ricorso l'indagato che deduce, con un primo motivo, "violazione di diritto", perché non sarebbero sussistiti i gravi indizi, e i descritti comportamenti non avrebbero potuto integrare il reato contestato. Quanto alla calunnia, non erano stati sentiti due testi da lui indicati. Assume poi, con altro motivo, illogicità e contraddittorietà della motivazione. Le investigazioni erano basate sulle sole parole della I., prive di riscontri, e sulle dichiarazioni di suoi familiari. Non era stato interrogato il teste a discarico S.G. indicato dall'esponente. Le argomentazioni del Collegio non erano condivisibili, in quanto non era vero che il quadro indiziario era univoco: infatti nel 2009 era la stessa persona offesa a chiedere e ottenere "un contatto con il presunto stalker". Sostiene che le espressioni usate nella ordinanza sulla sua personalità, di connotazione particolarmente negativa (come "incapace di controllare i propri istinti"; "carattere allarmante"; "spregiudicato"; "con elevata propensione a delinquere"), nonché quelle utilizzate per evidenziare i pericula libertatis (quali "pericolo di recidiva"; "stillicidio persecutorio") non erano in linea con la misura (come sostituita) ma semmai con la custodia cautelare in carcere (si trattava probabilmente di un errore del Tribunale che aveva utilizzato espressioni riferibili a tale C.E.).

Il ricorso è inammissibile per contenere censure di merito, oltretutto genericamente esposte, sulla valutazione dei gravi indizi di colpevolezza, avverso un'ordinanza assistita da motivazione congrua e immune da censure di ordine logico.

Il Tribunale ha, infatti, ritenuto la sussistenza dei gravi indizi relativamente alla condotta del reato previsto dall'art. 612 bis c.p..

Ha correttamente osservato, in proposito, che i comportamenti persecutori erano iniziati proprio dopo la fine della relazione tra il ricorrente e la I. ((OMISSIS)), fine che il D. S. non aveva voluto accettare e che avrebbe voluto riallacciare.

Le investigazioni hanno dato conto di continui episodi di molestie, concretatisi in telefonate, invii di sms e di messaggi di posta elettronica, nonchè di messaggi tramite internet (facebook), anche nell'ufficio dove la I. prestava il suo lavoro. Sono state poste a base del provvedimento anche le dichiarazioni della I. (motivatamente ritenuta attendibile anche per i riscontri documentali delle sue dichiarazioni), che aveva presentato varie denunce, nonchè le sommarie informazioni di diverse persone informate sui fatti. La condotta persecutoria e ossessionante dell'indagato, sempre più pressante, era anche caratterizzata dall'avere trasmesso il D., tramite facebook, un filmato che ritraeva un rapporto sessuale tra lui e la donna, nonchè dall'avere avvicinato la I., che si trovava con un collega di lavoro, con atteggiamento aggressivo, manifestando l'intenzione di picchiare l'uomo. Il D. aveva anche inviato presso l'ufficio della denunciante cinque buste contenenti compact disc con immagini intime che la riguardavano. Ciò provocava nella donna un grave stato di ansia e di vergogna che la costringeva a dimettersi. Ancora: il giorno (OMISSIS) l'indagato aveva indirizzato al P. S., nuovo compagno della I., una lettera fortemente ingiuriosa e minacciosa alla quale aveva allegato fotografie che riproducevano un rapporto sessuale che il D. aveva avuto con la vittima. Tutti tali comportamenti, minacciosi e molesti, concretavano, ad avviso del Tribunale, il reato contestato anche sotto il profilo del requisito della genesi di uno stato d'animo di profondo disagio e paura nella vittima in conseguenza delle vessazioni patite. Va sottolineato che il ricorrente non ha contestato specificamente uno solo dei comportamenti di vessazione individuati nella ordinanza.

Ha ritenuto il Tribunale la piena sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, con motivazione adeguata, anche in ordine al reato di calunnia in relazione alla denuncia presentata dal D. nei confronti della I. e del P. nella quale il ricorrente affermava di avere subito una estorsione da parte di quest'ultimo che gli aveva chiesto la somma di Euro 1.700 per il ritiro di una denuncia che il P. non aveva poi ritirato nonostante gli avesse consegnato la somma richiesta. Tale comportamento era ritenuto certamente calunnioso in quanto la consegna del denaro era stata smentita proprio dal teste indicato dal D., L.C..

Ha esattamente evidenziato, infine, il Tribunale che i mancati accertamenti istruttori dedotti dal ricorrente non erano idonei ad elidere il grave quadro indiziario.

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa delle ammende che, in relazione alle questioni dedotte, si ritiene equo determinare in Euro 1.000 (mille).P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 16 luglio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2010


Avv. Massimiliano Gallone
Avvocato

www.studiolegalegallone.it
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