Patti di famiglia
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Articolo del 15/04/2011 Autore Gabriele Longarini Altri articoli dell'autore


Il patto di famiglia è il contratto con cui l’imprenditore trasferisce in tutto o in parte la sua azienda , e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce in tutto o in parte le proprie quote ad uno o più destinatari discendenti, in base a quanto contenuto nell’art. 768 bis c.c.

L’istituto in parola è stato introdotto dalla L.55/2006, derogando di fatto alla disciplina dei patti successori, contenuta nell’art. 458 c.c.

La ratio dell’intervento del legislatore trova il suo fondamento nel superare il rigido formalismo della disciplina successoria, forse inadeguata al settore dell’impresa.

La disciplina dei patti di famiglia deroga ad una norma imperativa (art.458 c.c. disciplina e nullità patti successori) giustificandosi solamente in ragione di esigenze economico-sociali: quindi le ipotesi sono tassative e non suscettibili d’analogia.

I soggetti partecipanti al patto sono:

- il trasferente che rappresenta il titolare dell’azienda o il possessore di partecipazioni societarie di controllo sia di società di persone che di capitali (secondo una certa interpretazione dottrinale la norma del codice civile non argomenta espressamente di partecipazione di controllo, pertanto si è intesa anche la cessione di una quota modesta);

- il coniuge del trasferente e i suoi legittimari esistenti qualora in quel momento si aprisse la successione (che di regola s’apre con la morte del disponente);

- i beneficiari dell’assegnazione (discendenti).

Il trasferimento dell’azienda o della partecipazione sociale viene fatta per atto pubblico, pena la nullità (art. 768 ter c.c.)

Tale forma ad substantiam è stata impiegata dal legislatore proprio per salvaguardare gli interessi economici in gioco, tutelando comunque le ragione dei legittimari coinvolti.

I notai chiamati a rogitare un patto di famiglia, quasi sicuramente impiegheranno per la stipula dei testimoni, profilandosi comunque un certa attinenza con le donazioni.

Gli assegnatari-beneficiari dell’azienda o delle partecipazioni societarie dovranno liquidare gli altri partecipanti legittimari non assegnatari (sempre se questi ultimi non vi rinuncino) mediante il pagamento di una somma pari al valore delle quote previste dagli articolo 536 c.c. e ss.(quote spettanti per legge ai legittimari), potendo comunque i contraenti stabilire che la predetta liquidazione possa sempre avvenire in natura, in tutto o in parte (ciò avrebbe sicuramente una funzione solutoria).

La liquidazione potrà anche avvenire, previo accordo delle parti interessate, con pagamento dilazionato.

Quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto né a collazione, né ad azione di riduzione: dette fattispecie ricorreranno invece qualora il legittimario non abbia preso parte all’atto pubblico di stipula.

L’assegnazione del denaro o dei beni in natura, potrà anche avvenire mediante un successivo contratto che sia espressamente dichiarato collegato al primo (dunque a parere di chi scrive dovrà avere la stessa forma ad substantiam) (art. 768 quater c.c.), purché intervengano le stesse parti che parteciparono al primo contratto o coloro che li abbiano sostituiti (si pensi ad eventuali eredi).

All’apertura della successione, qualora il coniuge o altri legittimari non abbiano preso in precedenza preso parte al contratto di trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni societarie, questi stessi soggetti possono richiedere ai beneficiari del contratto (assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni) il pagamento della somma loro dovuta ex art. 768 quater c.c. maggiorata degli  interessi legali (somma dovuta a titolo di tacitazione dei loro diritti).

Secondo una certa opinione il coniuge e gli altri legittimari che non parteciparono all’atto pubblico, potranno richiedere la predetta somma anche ai legittimari liquidati correttamente ai sensi dell’art. 768 quater c.c.

La richiesta potrà avvenire prima in maniera bonaria, successivamente, in caso di disaccordo, gli aventi diritto potranno richiedere giudizialmente la condanna al pagamento nei riguardi dei beneficiari del patto di famiglia.

Il patto di famiglia potrà essere impugnato, oltre che per i vizi del consenso (errore, violenza e dolo) in base al disposto dell’art. 768 quinquies c.c., anche per l’inosservanza di quanto sopra esposto, in ragione della richiesta di pagamento nei riguardi degli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni sociali da parte di quei legittimari che non presero parte all’atto pubblico (coniuge e altri legittimari) e che quindi non hanno viste soddisfatte le proprie ragioni. L’azione di impugnazione (per annullabilità) si prescrive in una anno.

Il contratto inerente al patto di famiglia può essere sciolto o modificato dalle medesime persone che hanno concluso il patto stesso o con un diverso contratto avente le medesime caratteristiche  e i medesimi presupposti di quello originario (stessa forma, stesso contenuto, stessi soggetti) o mediante recesso solo qualora esso sia stato previsto nell’atto pubblico originario con una dichiarazione del recedente certificata da notaio (art. 768 septies c.c.)(per questo è idoneo usare l’atto pubblico notarile anche per la dichiarazione). Nel caso di recesso da parte del trasferente, l’azienda o le partecipazioni sociali torneranno a questi direttamente; se invece  a recedere è l’assegnatario, il contratto si scioglierà con consequenziale ritrasferimento in capo all’originario dante causa.

Le opinioni sul patto di famiglia sono state assai molteplici data, comunque la sua scarsa diffusione nel campo pratico del diritto.

Si è sostenuto che detta figura - oltre che presentare profili attinenti ai patti successori (patto successorio istitutivo per il disponente in quanto quest’ultimo trasferisce l’azienda o le partecipazioni con un mezzo alternativo al testamento; patto successorio dispositivo poiché si dispone di una successione non ancora aperta) – di sicuro configura una funzione divisoria poiché tende ad assegnare ad uno o più discendenti, sicuramente più idonei alle funzioni d’impresa rispetto agli altri, l’azienda o le partecipazioni societarie in proprietà del disponente.

Non sono mancate opinioni che hanno intravisto nel patto di famiglia una componente di liberalità, perciò, come detto, la gran parte dei notai chiamati a ricevere il contratto sono portati a far intervenire in atto anche i testimoni, in analogia a quanto previsto per le donazioni dirette, nonostante l’agenzia delle entrate nel 2008 non abbia riconosciuto nella figura in esame una natura donativa, non applicando le imposte relative alle donazioni.


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