Stalking e Facebook: cosa dice la Cassazione?
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Articolo del 23/11/2010 Autore Avv. Veronica Ribbeni Altri articoli dell'autore


Leggendo diversi commenti su Internet mi domando se veramente sia opinione comune che Facebook equivalga a Cyberstalking. Fuor di dubbio che agevoli la condotta dei cosiddetti stalkers, ma non sarebbe forse opportuno rivedere l’utilizzo che viene fatto del social network in questione?

Una finestra sul mondo dà la possibilità a chi si affaccia di guardare, osservare, studiare il mondo; dà anche la possibilità al mondo di fare altrettanto, se sprovvista di tende.

Opinioni personali a parte, mi soffermo su una recente pronuncia della Cassazione, a mio avviso facilmente travisabile dai lettori.

La Suprema Corte, contrariamente a quanto sembra che molti ritengano, non ha stabilito che Facebook sia strumento di per sé idoneo a configurare quanto p. e p. ex art. 612 bis c.p..

Posto che si ritiene superfluo rammentare che non è nota l’intera vicenda processuale, con la sentenza n. 32404/10 la Sesta Sezione Penale si è limitata a dichiarare inammissibile il ricorso proposto da x avverso l’ordinanza del Tribunale di Potenza con la quale era stata parzialmente accolta l’istanza di riesame formulata dal predetto avverso il provvedimento del G.I.P. del Tribunale di Lagonegro.

Da una lettura della sentenza, in relazione alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine alle ipotesi delittuose per cui si procedeva, si evince che dall’attività investigativa fossero emersi continui episodi di molestie, a mezzo telefonate, invio di sms e di e-mail, invio di “messaggi tramite Internet (facebook), anche nell’ufficio dove y prestava il suo lavoro”.

Non si tratta, pertanto, di mera persecuzione a mezzo social network, ma di una serie di comportamenti intrusivi, insistenti, ripetitivi, persecutori, assillanti posti in essere con modalità differenti: dall’utilizzo del cellulare all’utilizzo del pc; x avrebbe “inviato presso l’ufficio della denunciante cinque buste contenenti compact disc con immagini intime che la riguardavano”; avrebbe “indirizzato al nuovo compagno di y, una lettera fortemente ingiuriosa e minacciosa alla quale aveva allegato fotografie che riproducevano un rapporto sessuale avuto con la vittima”; avrebbe “avvicinato y, che si trovava con un collega di lavoro, con atteggiamento aggressivo, manifestando l’intenzione di picchiare l’uomo”.

Non si ritiene di soffermarsi su tutto quanto esposto poichè ciò che rileva per chi scrive - e per chi ha commentato tale sentenza in più contesti - è che, come si legge nel provvedimento della Suprema Corte “la condotta persecutoria e ossessionante dell’indagato, sempre più pressante, era anche caratterizzata dall’avere trasmesso, tramite Facebook, un filmato che ritraeva un rapporto sessuale tra lui e la donna”.

Le risultanze di indagine saranno dunque apparse inequivoche e non avranno lasciato residuare dubbio alcuno in ordine alla gravità del quadro indiziario a carico di x che certamente non trova ratio nel mero utilizzo del social network.

La casistica relativa all’applicazione dell’art. 612 bis c.p. soprattutto stante il dettato normativo - o meglio stante il vuoto normativo - risulta piuttosto ampia; proprio per tale ragione dovremmo favorire una corretta percezione del fenomeno, piuttosto che sminuirne la portata.

Con il termine cyberstalking non si intende infatti l’invio reiterato di richieste di amicizia su Facebook… 


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