Dalla Costituzione alla cultura
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Articolo del 19/11/2010 Autore Avv. Salvatore Magra Altri articoli dell'autore


Convegno su “ordinamento dei beni culturali”, organizzato da "Anac" (associazione nazionali avvocati cristiani), in data 24-25- settembre 2010

La cultura è un valore centrale nella nostra Costituzione. La finalità è di consentire ai consociati di interagire con una maggiore consapevolezza, nella realtà circostante, non potendo ciascun individuo essere una monade distaccata dall’esterno. Il concetto di cultura è pregiuridico, in quanto si tratta di una nozione antropologica, strettamente correlata al modo di essere dell’uomo, la quale  “preesiste”. Il diritto prende atto della sua presenza e formula una disciplina, che ne consenta una sufficiente la-tutela. La nozione di cultura, peraltro, non è univoca, nel senso che si oscilla da una tendenza a considerare il concetto, come “omnicomprensivo”, in quanto ricomprendente varie tipologie di conoscenza, quali l’arte, l’etica, il medesimo diritto, la letteratura, la filosofia, etc.. In termini generali, si tratta di inglobare nella nozione in esame le varie forme di conoscenza, che un essere umano acquisisce, in quanto facente parte di un aggregato sociale. Si può intendere restrittivamente il concetto in esame, in modo da ricomprendere le espressioni “alte” della capacità artistica dell’uomo, in campo letterario, filosofico, etc.. Può ritenersi che il costituente abbia respinto un’idea “elitaria” di cultura, optando per una lettura estensiva della nozione.

 In astratto, è possibile ricostruire un insieme di concezioni, inerenti i rapporti fra Stato-apparato e cultura, il quale ha ai suoi estremi opposti , da un lato, l’idea dello “Stato di cultura”, il quale si caratterizza, nel senso che è l’autorità di governo, che “impone” l’orientamento culturale della comunità; d’altro lato, vi è la concezione, secondo la quale lo Stato deve mantenersi neutrale, rispetto al fenomeno “cultura” e consentire ai privati di esprimersi., in tale settore, in piena autonomia. Si assiste, attualmente, a un fenomeno di frammentazione del sapere, incompatibile con una cultura, che funga da “instrumentum regni”, a servizio dell’autorità. L’acquisizione di una solida base culturale appare finalizzata a realizzare pienamente la propria esistenza , come “essere pensante”.

Tale orientamento, il quale va ricostruito, configurando l’idea di uno Stato, che si attiva “per la cultura”, senza imporla d’autorità, ma favorendo al massimo il pluralismo, emerge dall’art. 9 Cost., in cui esplicitamente si attribuisce priorità al compito di promuovere la cultura, al fine di favorire un’evoluzione di pensiero ai singoli utilizzatori di beni e attività culturali. L’art. 9 non può essere usato come paradigma, per pervenire a una definizione di “cultura”, proprio in quanto questa è un’entità pre-giuridica, ma tale disposizione è un tramite, attraverso cui la costituzione prende atto di una nozione “pragmatica” del fenomeno culturale, da intendere come insieme delle manifestazioni dell’attività intellettuale, Sul piano comunitario (art. 151 trattato di Amsterdam) emerge il fine precipuo di valorizzare non la “cultura”, ma le “culture” e questa tendenza è pienamente coerente e compatibile con una sapiente interpretazione evolutiva dell’art. 9 Cost..

La cultura non è concepita come una mera “sovrastruttura”, ma una base, da cui può derivare un’evoluzione, in positivo, del fenomeno sociale; questa visione è presente sia sul piano della Costituzione formale, sia su quello della Costituzione materiale. L’acquisizione di una sufficiente “cultura di base” consente alla persona di affrontare le responsabilità, collegate alle proprie scelte e azioni. Tutte le comunità hanno un proprio insieme di valori, una sorta di “reticolato culturale”, concernente le singoli questioni, essenziali per l’esistenza: una solida “formazione culturale” può consentire di far proprio questo apparato e di non assimilarlo pedissequamente, attraverso l’acquisizione della capacità di metterlo in discussione. Proprio per la rilevanza attribuita alla “persona”, posta al centro della Costituzione, un’oculata interpretazione della disciplina in commento può far emergere l’intento di una piena valorizzazione dell’individualità, sia pure all’interno degli aggregati sociali, in cui si svolge la medesima. L’auspicio è il passaggio da una società “tribale”, in cui non si percepiscono grandi differenze fra gli individui e prevale l’omologazione, spesso associata ai regimi totalitari (come quello fascista), a una società, in cui ciascuno possa essere assertivo, facendo valere i propri diritti, nel pieno rispetto di quelli degli altri. L’obiettivo prevalente è formare esseri sociali, che possano realizzare le proprie attitudini, in un contesto comunitario. Può ritenersi che l’art. 9 Cost. sia pienamente applicato, allorché i consociati siano in grado di non accettare come “reali” e sicuri i presupposti della propria cultura, ma percepiscano come essi siano perfettibili e possano essere messi in discussione.

Secondo un’interpretazione, il dibattito, che ha portato, in seno all’Assemblea costituente, all’elaborazione dell’art. 9 in commento, ha sancito una consapevole scelta, nel senso di una costituzionalizzazione delle leggi “Bottai” del 1939 ( nn. 1039 e 1497). L’opinione è discutibile, in quanto sembra emergere dal testo della disposizione una maggiore consapevolezza, verso una più intensa tutela del patrimonio artistico e del paesaggio, nel senso di un’evoluzione, a beneficio di un maggior intervento attivo dello Stato-ordinamento. in questo specifico settore. In ogni modo, è evidente che la percezione del problema della tutela paesaggistica  nel 1947-1948 sia stata meno intensa, rispetto ai tempi odierni; in tal senso, può forse affermarsi che il costituente sia stato lungimirante, attraverso  l’inserimento dell’art. 9 fra i princìpi fondamentali, nel senso di considerare la materia d’importanza primaria, piuttosto che di dettaglio, come emergeva da tendenze contrapposte. In una prima fase, successiva alla sua entrata in vigore, si è riscontrata una certa inerzia, nell’applicazione della disposizione citata, la quale non è stata attenzionata, in tutte le sue implicazioni, generando prevalentemente una legislazione sull’organizzazione amministrativa. Si tenta un primo abbozzo di distribuzione dei compiti, sul piano della funzione amministrativa, fra centro e periferia, ma ancora permane la tendenza, non del tutto sopita, a riferirsi alla legislazione del 1939, impostata, più o meno consapevolmente, nel senso che la fruizione dei beni, con valore culturale, sia da legare, prevalentemente, a un gruppo ristretto di consociati (si ha, pertanto, proprio in questa fase, una concezione elitaria della cultura). Il progresso, che emerge dall’intenzione del Costituente, è nel senso di ampliare, nel maggior grado possibile, lo sviluppo della dimensione culturale, estendendolo a tutti coloro, che ne vogliano beneficiare.

Il primo comma dell’art. 9 prevede espressamente la promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Si tratta di una disposizione precettiva e, quindi, suscettibile d’immediata applicazione, nonostante la lettera della disposizione possa indurre a ritenere si sia alla presenza di un mero programma, la cui attuazione spetti al Legislatore ordinario. Depone nel senso di questa interpretazione la circostanza, essenziale, dell’inserimento della disposizione in commento tra i “princìpi fondamentali” della Costituzione, oltre che una costruttiva riflessione sulla centralità che, in tutto il testo della Carta, ha la promozione e valorizzazione della persona, a partire dall’art. 2 Cost., ove sono riconosciuti e promossi i diritti inviolabili dell’uomo, anche nelle formazioni sociali, in cui si svolge la sua personalità. Fra queste aggregazioni va annoverata senz’altro la scuola, la quale dovrebbe essere fucina di produzione culturale. al fine di consentire all’individuo di pervenire a un sufficiente livello di consapevolezza.

Riguardo alla esistenza di un “diritto alla cultura”, è prevalente in dottrina la tesi, che i diritti inviolabili dell’uomo non costituiscano un “numero chiuso”, vale a dire non siano solo quelli espressamente menzionati nella Costituzione, ma che, più sottilmente, occorra enuclearne ulteriori, in coerenza con il passare del tempo e con il manifestarsi di nuove esigenze di protezione, cui occorre ovviare, attraverso un’oculata interpretazione evolutiva. Pertanto, la categoria dei diritti umani va considerata “aperta” e non tassativa. Questo passaggio consente di configurare un “diritto alla cultura”, da affiancare al “diritto all’istruzione”. Tale posizione soggettiva, per potersi sostanziare, implica la nascita, in capo a ciascun individuo, della concreta possibilità di “costruire” una propria visione del mondo e di reagire in senso critico alle sollecitazioni di varia matrice, presenti in una società, ormai multiculturale. Proprio tale ultima considerazione consente di “convertire” il ricostruito diritto alla cultura, collegato al diritto all’istruzione, come attitudine ad assimilare la “multi-cultura”. E’ da reputare illegittima qualsivoglia ingerenza del potere politico, relativa ai contenuti culturali, da diffondere, per conservare un sufficiente margine di “libera creatività” dei consociati, al fine dell’attuazione di un generale progresso della civiltà. Pertanto, emerge, dall’analisi delle prescrizioni costituzionali, una libertà di cultura, nelle sue varie forme e manifestazioni, nonché delle istituzioni, che a essa si dedicano. E’ evidente il collegamento con l’art. 33, 1° c. Cost., laddove esso prescrive che ”l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. E’ assai rilevante anche la connessione della disposizione in esame con l’art. 21 cost, in quanto la libertà di manifestazione del pensiero presuppone di avere una propria visione del mondo, non condizionata in maniera decisiva da sovrastrutture esterne, in modo che chi apprende non debba necessariamente aderire alle opinioni delle fonti, da cui si è assimilato. Il compito dell’art. 9 Cost. non è lo sviluppo di temi culturali, precostituiti unilateralmente, quasi si fosse alla presenza di una cultura di regime, Proprio all’opposto, si dovrà favorire la diffusione del massimo pluralismo. Questi compiti spettano allo Stato-ordinamento, in tutte le sue estrinsecazioni.

La tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, contemplate nel 2° c. art. 9, determinano il passaggio da una protezione della cultura come valore “astratto” a una concentrazione sulla concreta cura, da riservare ai beni, che sono espressione di cultura. Il concetto di “paesaggio” ricomprende anche l’”ambiente”, con un’attenzione sui beni naturalistici, aventi valore estetico. Secondo la Corte costituzionale (sentenza n. 407 del 26 Luglio 2002), l’ambiente è un valore costituzionalmente protetto, oltre che una sorta di materia “trasversale”. Fermo restando che lo Stato è tenuto a garantire una soglia minima di tutela per l’ambiente, sono costituzionalmente ammissibili quelle legislazioni regionali, che prevedano una protezione più intensa del contesto ambientale locale; sono incostituzionali le discipline che, invece, prevedano una disciplina peggiorativa. Appare interessante citare la pronuncia dell’Adunanza plenaria n. 9 del 14 Novembre 2001 del Consiglio di Stato, secondo la quale con l’art. 9 “la Costituzione ha consentito la protezione non solo dei beni rientranti nel novero delle bellezze naturali e determinati in concreto in sede amministrativa, nell’ambito delle categorie, indicate dalla legge, e originariamente di interesse pubblico (Corte costituzionale, 29 Maggio 1968, n. 56), ma anche delle aree del territorio nazionale, determinate dalla legge “per categoria” (Corte costituzionale 8 maggio 1998, ord. N- 158, 23 Luglio 1997, n. 262, 3 ottobre 1990, n. 430, 20 Luglio 1990, n. 344, 27 giugno 1986, n. 151) e ritenute meritevoli di particolare protezione dal Legislatore, a seconda dei casi, col divieto assoluto d’interventi modificativi, ovvero con la subordinazione di ogni modifica alla prescritta autorizzazione”-

Il contenuto dell’art. 9 Cost. è, come già rilevato. precettivo, vale a dire suscettibile d’immediata applicazione, la sentenza 196-2004 della Corte costituzionale sembra discostarsi da questa interpretazione, di gran lunga prevalente nella propria giurisprudenza, attribuendo alla primarietà del valore culturale paesaggistico una portata meramente formale. Si tratta di posizione minoritaria, che in questa sede non si condivide. Si respinge, pertanto, l’idea della natura meramente programmatica dell’art. 9; una conclusione siffatta contraddirebbe in radice le conclusioni, cui si è, finora, pervenuti, riguardo alla rilievo del valore “cultura”.

Nonostante siano state proposte delle modifiche al testo dell’art. 9, orientate a un’integrazione del medesimo, sembra che la disposizione così come costruita sia sufficientemente densa di significato e un suo appesantimento appaia, in definitiva, poco giovevole. Al limite, potrebbe ipotizzarsi l’inserimento esplicito, nel testo della disposizione, della tutela dell’ambiente (ma probabilmente, come sopra rilevato, il concetto è già incluso all’interno del “paesaggio”). Una prima proposta di legge costituzionale di modifica dell’articolo 9, elaborata dai senatori Specchia ed altri, Manfredi ed altri, Turroni ed altri, Cutrufo (Atti S. nn. 553, 1658, 1712 e 1749), perveniva alla seguente stesura: “Tutela l’ambiente naturale, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Questo tipo di modifica della disciplina presuppone che il termine “paesaggio”, già presente nel testo dell’art. 9, non implichi necessariamente il riferimento, per implicito, all’ambiente, il che, sul piano ermeneutico è discutibile, potendosi optare per una nozione lata di paesaggio. Il tentativo è di prendere atto della evoluzione della materia e di attribuire all’ambiente il giusto spazio di tutela, nonché la sua centralità, nel settore che ci occupa.

La VII Commissione permanente della Camera (Cultura, scienza e istruzione), ha elaborato una proposta di riformulazione del testo, nel senso dell’aggiunta di un ipotetico 3° c. dell’art. 9, avente il seguente tenore: “La Repubblica riconosce la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, quale valore fondamentale, anche nell’interesse delle future generazioni”. La VIII Commissione (Ambiente, territorio e lavori pubblici) ha proposto all’interno della proposta di stesura una sottolineatura dell’importanza dello “sviluppo sostenibile”, concetto successivamente sviluppato dal Codice dei beni culturali..Si era anche proposta l’inserimento nel testo dell’art. 9 del seguente comma.: <<La Repubblica riconosce l’ambiente, i suoi ecosistemi, le sue biodiversità, valori primari per la salvaguardia e lo sviluppo della qualità di vita; garantisce la loro protezione e ne promuove il rispetto, sulla base dei principi di reversibilità, precauzione e responsabilità, anche nell’interesse delle future generazioni; tutela le esigenze, in materia di benessere, degli animali in quanto esseri senzienti”. Si tratta diproposizione, forse, eccessivamente enfatica, la quale, probabilmente, più che dissipare dubbi interpretativi, ne crea di nuovi. Resta, in proposte siffatte, l’emersione di un attivo impegno, per rimuovere le lacune di tutela, in una materia così importante. Può rilevarsi che queste formulazioni ridondanti, in taluni casi, sono già rinvenibili in Trattati internazionali, cui l’Italia ha aderito e, pertanto, il loro inserimento nel testo costituzionale può apparire pleonastico.

 

La disposizione in commento (art. 9) rappresenta un’evoluzione, rispetto alla concezione “estetizzante” della legge 1089-1939, la quale si occupava delle “cose mobili e immobili, che presentano interesse storico, artistico, etc.”, nonché della legge 1497-1939, che si rivolgeva alle “bellezze naturali”. In queste discipline prevaleva un orientamento statico della nozione di beni culturali, nel senso dell’assenza di concrete iniziative, per rimuovere situazioni di “vuoto di tutela”. L’esigenza, avvertita dal Costituente, è di rimuovere situazioni di assenza di tutela, nel settore dei beni culturali, al fine di migliorare il livello generale di protezione, sempre perfettibile, in modo da attuare il passaggio da una tutela “statica” a una tutela “dinamica” nel settore.

La Costituzione, all’art. 117, 2 c., lett. “s” attribuisce allo Stato potestà legislativa esclusiva, in materia di “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” (questa disposizione, inserita a seguito della Riforma del Titolo V della Carta, realizzata con legge costituzionale n. 3 del 2001, può considerarsi una sorta di “interpretazione autentica” dell’art. 9); il 3° c. della medesima disposizione prevede la legislazione concorrente Stato-Regioni, quanto a “valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali”. Il riferimento, nell’art. 117, lett, “s”, ad “ambiente ed ecosistema” sottende una distinzione fra “ambiente-ecosistema” e “ambiente-paesaggio”, anche se la normativa costituzionale è, forse, troppo stringata, perché si abbia una totale dissipazione dei vari dubbi interpretativi.

Va rilevato come, in verità, la normativa in commento abbia trovato una limitata applicazione, a seguito dell’affermarsi della tesi della giurisprudenza costituzionale, che la materia della tutela dell’ambiente sia una “materia fine” (oltre che un bene immateriale), dotata di carattere trasversale, piuttosto che una materia in senso proprio (l’assunto è discutibile). Si è tentato d’interpretare restrittivamente la portata della potestà legislativa esclusiva, di cui all’art. 117, lett. “s”, in modo da sostenere che lo Stato possa e debba dettare “uno standard uniforme di tutela”, in relazione alla protezione dell’ambiente, senza che le Regioni siano totalmente private di competenza in materia (cfr. sentenze n. 232 del 2005, n. 182 e n. 246 del 2006 della Corte costituzionale). La disciplina, introdotta dalla legge n. 3 del 2001, che ha riformato il titolo V della Carta, separa in maniera nitida funzione amministrativa e legislativa, allo scopo di far sì che la potestà amministrativa possa essere concretamente esercitata, tenendo conto delle peculiarità delle singole ipotesi concrete. Anche accettando questo tipo d’interpretazione, e ritenendo che la potestà legislativa esclusiva dello Stato in materia ambientale vada intesa, nel senso che il medesimo è tenuto a impostare un livello minimo di tutela, in questa materia, resta chiaro che ciascuna Regione non potrà legittimamente derogare in senso peggiorativo, rispetto allo ”standard” di protezione ambientale. approntato dallo Stato.

Appare possibile fonte di confusione la separazione fra tutela e valorizzazione, riguardo alle rispettive competenze normative, anche perché non è ancora totalmente chiara l’’esatta delimitazione dei due concetti, potendosi orientativamente affermare che tutela implichi limitazione di comportamenti, che possano pregiudicare i singoli beni e valorizzazione comporti iniziative, volte a sostanziare la fruizione dei beni, aventi valore culturale. Il codice dei beni culturali del 2004, peraltro, ha fornito una definizione delle due nozioni (vedi “infra”).. In ogni modo, scindere tutela e valorizzazione dei beni con valore culturale, così come emerge dalla Riforma del titolo V della Carta del 2001, appare poco rispondente a un’effettiva, oculata impostazione della normativa, in quanto la scissione fra i due concetti è sostenibile, sia pur in modo forzato, sul piano logico e astratto, ma implica difficoltà di regolamentazione normativa, in concreto. 

Quanto alla potestà amministrativa, appare rilevante la disposizione dell’art. 118, 3° c., laddove è espressamente prevista una riserva di legge statale, riguardo all’attuazione di “forme di intesa e coordinamento nella materia di beni culturali”. Anche riguardo a quest’ultima disposizione, ci si può domandare se non sarebbe stato opportuno affiancare alla tutela anche la valorizzazione.

La nozione di “beni culturali” è nozione in divenire, in coerenza con l’evoluzione della cultura nei suoi vari settori. Il bene culturale si caratterizza per una struttura “ibrida”, avente natura composita in quanto al valore culturale va affiancata la tutela del diritto di proprietà, ove il bene appartenga a un privato. Pertanto, si sarà in presenza di uno statuto del diritto di proprietà “sui generis”, in quanto le facoltà del proprietario andranno modulate, in modo da armonizzare il diritto dominicale con la protezione del valore culturale. Proprio l’utilizzo nel diritto interno del concetto di “patrimonio culturale” e di “beni culturali” è relativamente recente. Tali nozioni sono state recepite dal diritto internazionale, a partire dalla Convenzione dell’Aja sulla protezione dei beni culturali, in caso di guerra (1954). A metà degli anni ’60, in Italia viene insediata una Commissione, con il compito di elaborare un progetto di legislazione, per una disciplina compiuta del settore. Tale Commissione, denominata “Franceschini”, istituita con legge 26-4-1964, n.  310, tenta di modificare la tecnica di disciplina precedente, imperniata sull’elencazione di singole categorie di beni, in relazione all’interesse (storico, artistico, archeologico, etc.) dei medesimi. La tecnica proposta è di accorpare alla suesposta elencazione una nozione unitaria di patrimonio culturale, tale da ricomprendere qualsiasi bene, che costituisca “testimonianza materiale, avente valore di civiltà”. Questa nozione è criticata, in quanto dilata in modo eccessivo la nozione di “bene culturale”, con il rischio di una generalizzazione del concetto. Può osservarsi come si tratti di una definizione, sostanzialmente “in bianco”, la quale rinvia, per la determinazione, in concreto, delle singole ipotesi di beni culturali, a discipline “extragiuridiche” (storia dell’arte, letteratura, filosofia, etc.). Il tentativo è di concentrare l’attenzione sulla funzione sociale del bene. A questa nozione unificatrice di beni culturali si è ispirato anche il d. lgs. 112-1998, il quale afferma che sono beni culturali “quelli, che compongono il patrimonio storico, artistico, monumentale, demo-etno-antropologico, archeologico, archivistico, librario e gli altri, che costituiscono testimonianza, avente valore di civiltà” (art. 148). Emergono talune differenze, rispetto alla nozione, elaborata nel 1967 dalla Commissione Franceschini. L’eliminazione del riferimento alla materialità dovrebbe dimostrare l’equiparabilità fra “beni” e “attività culturali”, nonostante il permanere, anche sul piano della diversità di definizione, della distinzione, posto che l’art. 148 cit. definisce le attività come “quelle rivolte a formare e diffondere espressioni della cultura e dell’arte”. In ogni modo, è criticabile il protrarsi di questa distinzione, la quale rischia di rendere eterogenea la tutela, allorché non sia necessario diversificare la medesima.  E’ anche vero, peraltro, che il ragionamento può essere rovesciato, nel senso che la diversificazione può comportare una tutela maggiormente efficace e adatta alle singole peculiarità della situazione concreta. Il legislatore delegato del 1998, per procedere a una chiarificazione normativa del concetto di bene culturale, ha tentato di evitare accuse di “espansionismo”, dilatando, forse, in modo eccessivo la nozione e proponendosi di trovare una soluzione di compromesso fra l’idea di concentrare l’attenzione sulla materialità della cosa, avente interesse culturale, per disciplinare la medesima, tenendo come  paradigma il “valore culturale” della stessa, secondo le indicazioni del Consiglio di Stato, contenute nel parere di decreto legislativo, e la tesi, propria del parere, reso dalla VII Commissione della Camera dei deputati, sullo schema di decreto legislativo, orientata a privilegiare un concetto nuovo di bene culturale, per favorire un intervento unitario sul patrimonio culturale e ambientale.  

Il nuovo codice dei beni culturali del 1 Marzo 2004 ( D. lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, attuato sulla base della delega, contenuta nell’art. 10, legge 6 Luglio 2002, n 137), che sostituisce il Testo Unico del 1998,  propone una nuova definizione di beni culturali, distinguendo fra beni di proprietà pubblica e beni di proprietà privata. Si fa riferimento, in particolare, alle cose mobili o immobili appartenenti allo Stato, alle Regioni e agli altri enti pubblici territoriali, a ogni altro ente e istituto pubblico, nonché a persone giuridiche private senza fine di lucro, che presentano interesse artistico, storico, archeologico, etc.. Il codice dei beni culturali valorizza al massimo grado l’art. 9 Cost., in quanto all’art. 1, 1° c. prevede che “in attuazione dell’art. 9 della Costituzione, la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale, in coerenza con le attribuzioni, di cui all’art. 117 cost., e secondo le disposizioni del presente codice” l’art. 10 del codice individua dei beni culturali “per ragioni soggettive”, in quanto si tratta di cose mobili o immobili d’interesse storico e artistico, etc., appartenenti allo Stato, a regioni, ad altri enti pubblici. Il codice del 2004 configura, inoltre, dei beni culturali, per dichiarazione amministrativa (la quale è configurata, secondo le varie tesi, come atto di discrezionalità amministrativa, atto di discrezionalità tecnica, atto di discrezionalità mista), i quali sono cose mobili o immobili d’interesse storico, artistico, etc., non appartenenti a privati e siano dotati di un interesse culturale “particolarmente importante” o, addirittura, costituiscano una “testimonianza identitaria” dello Stato.

La codificazione rappresenta il tentativo di coordinare e sistematizzare un settore caotico, anche a seguito della policentricità della produzione normativa, data la “intrinseca debolezza” del bene culturale, il cui valore, da tutelare, si trova spesso a configgere con valori. quali la promozione dell’industria e del profitto (ma, forse un’oculata gestione dei beni culturali potrebbe, in certi casi, portare anche dei guadagni). Il filo conduttore essenziale del Codice è il raccordo fra centro e periferia, per sostanziare gli obiettivi precipui di tutela e valorizzazione, da considerarsi complementari. Proprio questi ultimi concetti vengono definiti, all’interno della normativa, con sufficiente rigore (anche se l’ampiezza dei concetti fa permanere dei dubbi interpretativi), con la contestuale sottolineatura della subordinazione della valorizzazione alla tutela. Quest’ultima (art. 3) consiste nell’insieme di attività, dirette a individuare i beni, con valore culturale e a garantirne la protezione e conservazione, per fini di pubblica fruizione. La valorizzazione (art. 6) consiste nel promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e di assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione, fruizione pubblica del patrimonio medesimo, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura.  

L’attuazione di una codificazione si giustifica, per l’esigenza di conoscere il patrimonio culturale e di provvedere a una sua “catalogazione”, nonché d’imporre dei limiti alla libera disponibilità dei privati, in relazione alla disponibilità dei beni in questione, Nel Codice vi è anche una definizione di “paesaggio”, il quale è quella “parte omogenea del territorio, caratterizzata dalle interrelazioni fra storia umana e natura”. La valorizzazione del paesaggio è da attuarsi, nella sistematica del Codice, attraverso una capillare pianificazione paesaggistica.


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