La responsabilita’ del ginecologo per omessa corretta informazione
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Articolo del 06/09/2010 Autore Avv. Gioacchino De Filippis Altri articoli dell'autore


Gli errori del medico e delle strutture ospedaliere in Italia, si stima che causino in media 90 morti al giorno. In materia i dati sono piuttosto vari, oscillando fra i 14 mila (secondo l'Associazione degli anestesisti) ed i 50 mila decessi (secondo Assinform) all’anno; ben 320 mila persone subiscono invece di media un danno.

Statisticamente, il maggior numero di errori si commette in sala operatoria (32%), nei reparti di degenza (28%), nel dipartimento d' urgenza (22%) e in ambulatorio (18%). Le quattro specializzazioni più a rischio sarebbero ortopedia e traumatologia (16,5%), oncologia (13%), ostetricia e ginecologia (10,8%) e chirurgia generale (10,6%).
L'Ostetricia e la Ginecologia costituiscono, fra le diverse specializzazioni della Medicina, due settori di particolare e delicato interesse medico-legale, etico e giuridico correlandosi a quello straordinario evento che è il formarsi, lo svilupparsi ed il venire alla luce di un nuovo essere umano.

In ambito ostetrico-ginecologico prendendo in considerazione tutti gli eventi, gli errori, i deficit che generano l’errore, ci si accorge che una parte di essi è rappresentata da un vero e proprio “errore umano”, altre sono il frutto di una concatenazione di deficienze ed eventi e l’operatore, responsabile dell’errore finale, non è altro che l’ultimo casuale anello di questa catena.

Strutture spesso inidonee, attrezzature non sempre sufficienti, sono tutti elementi che contribuiscono a rendere difficile il lavoro e a creare condizioni favorenti l’errore.

Inoltre è da considerare la difficoltà di alcuni interventi chirurgici, il grado di delicatezza estrema di alcuni accertamenti diagnostico/terapeutici, la richiesta di una efficienza sempre più assoluta. E’ ormai sotto gli occhi di tutti il continuo incremento di cause intentate nei confronti di operatori sanitari (medici, ostetriche/ci, infermieri) per danni subiti da pazienti dovuti ad errori sanitari. In tale settore possono verificarsi diverse complicanze sulle quali si basano gran parte dei contenziosi.

Gli ostetrici, ad esempio, continuano ad essere pre-giudizialmente denunciati, e frequentemente anche condannati, di solito per non aver eseguito un cesareo.

Da quanto finora detto è chiara la necessità di adottare un sistema di prevenzione del rischio e soprattutto una chiara informazione sul rischio.

Il consenso informato diventa per importanza e sequenza il primo atto medico-chirurgico. Così come nessuno si sognerebbe di acquistare un immobile o iniziare un lavoro senza un contratto che stabilisca i limiti dell'atto stesso e le responsabilità reciproche dei contraenti il gruppo auspica che nessun atto medico-chirurgico venga effettuato senza un effettivo consenso informato.

Secondo un principio ricevuto in subiecta materia, al quale il Tribunale di Novara con sentenza del 05 giugno 2007 n. 409 ha aderito, nel contratto di prestazione l’opera intellettuale tra il chirurgo ed il paziente che si realizza col ricovero nella struttura sanitaria anche pubblica, il professionista, anche quando l’oggetto della sua prestazione sia solo di mezzi e non di risultato, ha il dovere di informare il paziente sulla naturale portata ed estensione dell’intervento che andrà concretamente a realizzare, nonché sulle possibilità e probabilità dei risultati conseguibili.

Ciò perché, oltre al primario dovere di prestare la propria opera con la specifica diligenza professionale richiedibile al professionista di normale preparazione tecnica, il ‘programma obbligatorio’ è altresì integrato ai sensi degli artt. 1374 e 1375 cod. civ. dal dovere di comportarsi secondo buona fede nella formazione ed esecuzione del contratto.

Inoltre poiché la prestazione chirurgica va necessariamente ad invadere e incidere -a fini di cura- l’integrità fisica del paziente, tale informativa è condizione indispensabile per la validità del consenso al trattamento: consenso che per esser tale dev’esser pienamente consapevole, e senza il quale l’intervento sarebbe impedito al chirurgo tanto dall’art. 32 co. 2° quanto dall’art. 13 della Carta costituzionale, nonché dall’art. 33 della legge 23 dicembre 1978 n. 833 (che esclude la possibilità d’accertamenti e di trattamenti sanitari contro la volontà del paziente, se questo è in grado di prestarlo e non ricorrono i presupposti dello stato di necessità).

Pertanto la responsabilità dei sanitari operanti e dell’ente di appartenenza per violazione dell’obbligo del consenso informato si realizza per il fatto stesso dell’omessa di informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente venga sottoposto, e quindi a maggior ragione per l’esecuzione di terapie chirurgiche diverse o ulteriori rispetto a quelle per le quali l’informativa sia stata fornita ed il consenso prestato: ogni qual volta si verifichi, in connessione causale con il trattamento non autorizzato, un aggravamento delle condizioni di salute di partenza del paziente.

Ciò comporta - ed è il punto rilevante in causa - che ai fini dell’accertamento delle responsabilità per inadempimento dell’obbligo informativo de quo è del tutto indifferente se il trattamento esulante dal consenso sia stato tecnicamente eseguito in modo corretto.

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con sentenza n. 6735/2002, ha affermato che il ginecologo che tace ai genitori la sussistenza di gravi malformazioni del feto può essere condannato al risarcimento dei danni derivanti dalla nascita. Secondo la Suprema Corte, infatti, tale comportamento omissivo del medico impedisce di fatto alla madre di determinarsi per una interruzione della gravidanza, evitando così far fronte alle difficoltà derivanti dalla nascita di un figlio con gravi handicap.

Stesso principio viene stabilito dalla sentenza n. 20320/2005 della Terza sezione civile della Corte di Cassazione. Da un inadeguato comportamento professionale del medico ginecologo può derivare non solo una responsabilità nei confronti della gestante, ma anche verso il padre del nascituro. Il fatto è accaduto in un ospedale lombardo. Il medico, nonostante gli esami ecografici effettuati in tempi diversi, non aveva rilevato alcune importanti malformazioni del feto e non aveva dunque informato i genitori. Questi non erano dunque stati messi nelle condizioni di valutare la situazione reale ed eventualmente decidere l'interruzione della gravidanza come previsto dalle legge 194/1978.

Con sentenza 120/08, depositata il 4 giugno 2008, il Tribunale di Trani – sezione distaccata di Ruvo di Puglia, in persona del G.U. dott.ssa Paola Cesaroni, affronta il tema della responsabilità del medico per omessa diagnosi di malformazioni del feto.
La citata pronuncia è degna di menzione per il sapiente garbo che traspare in ordine alle determinazioni sulle conseguenze afferenti la sfera esistenziale dei genitori (dal punto di vista psichico, sociale, matrimoniale, familiare) e sul diritto della madre ad una procreazione cosciente e responsabile.

Il Giudice ha ravvisato una grave negligenza nel comportamento del medico. Egli, infatti, è incorso in un evidente errore, non giustificato da limiti della scienza o degli strumenti utilizzati per gli esami ecografici, ma per mero difetto di diligenza e perizia. Conseguentemente il Tribunale ha riconosciuto che l’obbligazione del medico ginecologo è di natura contrattuale, assoggettata alla disciplina dell’art. 1218 Cod. Civ. (tra le sentenze indicate in motivazione cfr. pure Cass. 6735/02).

In particolare ha affermato che l’omessa rilevazione da parte del medico specialistico della presenza di gravi malformazioni al feto e la correlativa mancata comunicazione di tale dato alla gestante deve ritenersi circostanza idonea a porsi in rapporto di causalità con il mancato esercizio da parte della donna della facoltà di interrompere la gravidanza, in quanto deve ritenersi rispondente ad un criterio di regolarità causale che la donna, ove adeguatamente e tempestivamente informata della presenza di una malformazione atta ad incidere sulla estrinsecazione della personalità del nascituro, preferisca non portare a termine la gravidanza (v. Cass. 11488/04; Cass. 14488/04).

Altra fonte di responsabilità del medico si ravvisa nella mancata informazione delle "carenze" ospedaliere.

Una recente pronuncia della Cassazione (Sezione III^ civile, sentenza 28/1 - 16/5/2000, n. 6318) ha statuito che, "in tema di responsabilità del medico dipendente di una struttura ospedaliera per i danni subiti da un neonato, partorito da donna della quale costui era medico di fiducia, per difetto di assistenza nelle varie fasi del parto, per quanto non possano essere a lui addebitate le carenze della struttura stessa, nè la condotta colposa di altri dipendenti dell'ospedale, a lui incombe, tuttavia, l'obbligo, derivante dal rapporto privatistico che lo lega alla paziente, di informarla della eventuale, anche solo contingente, inadeguatezza della struttura, tanto più se la scelta della stessa sia effettuata proprio in ragione dell'inserimento di quel medico in quella struttura, nonchè di prestare alla paziente ogni attenzione e cura che non siano assolutamente incompatibili con lo svolgimento delle proprie mansioni di pubblico dipendente"; ed ancora che, "in tema di responsabilità del primario ospedaliero per i danni derivanti a neonato da difettosa assistenza nelle varie fasi del parto, se è vero che costui non può essere chiamato a rispondere di ogni evento dannoso che si verifichi in sua assenza nel reparto affidato alla sua responsabilità, non essendo esigibile un controllo continuo e analitico di tutte le attività terapeutiche che vi si compiono, tuttavia, la responsabilità del malato che gli attribuisce l'art.7 del Dpr 27 marzo 1969, n. 128, gli impone la puntuale conoscenza delle situazioni cliniche che riguardano i degenti, a prescindere dalle modalità dell'acquisizione di tale conoscenza, e la vigilanza sull'attività del personale sanitario implica quantomeno che il primario si procuri informazioni precise sulle iniziative intraprese dagli altri medici cui il paziente sia stato affidato, e indipendentemente dalla responsabilità degli stessi, con riguardo a possibili, e non del tutto imprevedibili, eventi che possono intervenire durante la degenza del paziente in relazione alle sue condizioni, allo scopo di adottare i provvedimenti richiesti da eventuali esigenze terapeutiche. In tale quadro, anche la contingente mancanza di un'apparecchiatura necessaria, per quanto non imputabile al primario, non lo esime dal dovere di adottare, o controllare che siano adottati, i possibili accorgimenti sostitutivi, e di informare la paziente del maggior rischio connesso a un parto che si svolga senza l'ausilio di detto strumento, e ciò anche in assenza, nella legislazione nazionale, di uno standard di riferimento degli strumenti di cui una struttura sanitaria pubblica deve necessariamente disporre".

 

In conclusione si può ritenere che il ginecologo sarebbe inadempiente, dal punto di vista della corretta informazione, tutte le volte che omette le conseguenze dannose che un intervento chirurgico può comportare ovvero tace sulla carenza o insufficienza delle strutture per affrontare le eventuali e prevedibili complicanze in sala operatoria.


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