Il principio di indipendenza ex art. 10 codice deontologico
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Articolo del 12/07/2010 Autore Avv. Gioacchino De Filippis Altri articoli dell'autore


Il preambolo del codice deontologico forense recita: “L’avvocato esercita la propria attività in piena libertà, autonomia ed indipendenza, per tutelare i diritti e gli interessi della persona, assicurando la conoscenza delle leggi e contribuendo in tal modo all’attuazione dell’ordinamento per i fini della giustizia. Nell’esercizio della sua funzione, l’avvocato vigila sulla conformità delle leggi ai principi della Costituzione, nel rispetto della Convenzione per la salvaguardia dei diritti umani e dell’Ordinamento comunitario; garantisce il diritto alla libertà e sicurezza e l’inviolabilità della difesa; assicura la regolarità del giudizio e del contraddittorio. Le norme deontologiche sono essenziali per la realizzazione e la tutela di questi valori”.

L’art. 10 del codice deontologico forense, che contempla il dovere di indipendenza, recita: “Nell'esercizio dell'attività professionale l'avvocato ha il dovere di conservare la propria indipendenza e difendere la propria libertà da pressioni o condizionamenti esterni. L'avvocato non deve tener conto di interessi riguardanti la propria sfera personale”.

L’indipendenza costituisce uno dei principi fondamentali del codice deontologico degli avvocati europei, approvato dal C.C.B.E. il 28 ottobre 1988, con le modifiche introdotte il 28 novembre 1998 e il 5 dicembre 2002. L’art. 2 al punto n. 1 recita: “La molteplicità dei doveri che incombono sull’avvocato gli impone una indipendenza assoluta, immune da qualsiasi pressione e in particolare da quella derivante da propri interessi o da influenze esterne. Questa indipendenza è tanto necessaria per la fiducia nella giustizia quanto lo è l’imparzialità del giudice. L’avvocato dunque deve evitare ogni attacco alla propria indipendenza e controllare di non trascurare l’etica professionale per compiacere il proprio cliente, il giudice o i terzi. Questa indipendenza è necessaria sia nell’attività extragiudiziale che in quella giudiziale, poiché la consulenza fornita dall’avvocato al proprio cliente non ha alcun valore reale se è data per compiacenza o per un interesse personale o sotto l’effetto di una pressione esterna”.

L'indipendenza dell'avvocato, dunque, è una condizione imprenscindibile perché egli possa svolgere, in modo coerente alla sua funzione, i compiti che gli ordinamenti costituzionale e comunitario gli assegnano.

Il concetto di “dovere di indipendenza degli avvocati” deve essere interpretato in termini estensivi. Esso implica la necessità di un atteggiamento asettico ed equidistante nei confronti dei poteri, delle istituzioni, dei terzi che in qualche modo tentino di coartare la libertà professionale. L’indipendenza dell’avvocato può subire frequenti minacce, soprattutto in un epoca di clientelismi che troppo spesso premia la logica compromissoria a scapito della preparazione, competenza e dignità professionale. Questo fondamentale dovere è senza dubbio violato dall’atteggiamento di eccessivo servilismo nei confronti del magistrato che oltrepassa la soglia di una doverosa collaborazione nell’ambito di una corretta dialettica processuale. E’ superfluo ricordare l’esigenza che il professionista mantenga un atteggiamento di distacco da qualunque interesse personale o influenza particolare che possa alterare la dignità della funzione. Parimenti, nell’ottica del “dovere di indipendenza” si collocano quelle disposizioni che sanciscono l’incompatibilità tra determinati incarichi e funzioni con la professione legale. Il vigente ordinamento delle professioni legali, infatti, subordina l’iscrizione all’albo non solo al possesso degli ordinari requisiti personali (cittadinanza, godimento dei diritti civili, laurea in giurisprudenza, ecc.), ma altresì alla insussistenza di alcune situazioni espressamente individuate dall’art. 3 della legge prof. Forense 22 gennaio 1934 n. 36, la cui presenza si pone in rapporto di incompatibilità con l’esercizio dell’attività difensiva. La giurisprudenza più autorevole ammette concordemente che tale divieto si giustifica in ragione dell’esigenza di tutela dell’indipendenza delle professioni legali e dell’autonomia di giudizio e di iniziativa degli avvocati nella difesa e nel patrocinio del cliente, oltre che di garantire il prestigio e l’onore professionale da discredito derivante da attività ritenute poco decorose. In particolare la sanzione legislativa colpisce il contemporaneo esercizio delle professioni forense e notarile o giornalistica, trattandosi di attività idonee a porre l’avvocato in condizione di subire le deleterie conseguenze di un conflitto tra i doveri delle une e delle altre.

L’incompatibilità, evidentemente, è stata prevista in relazione a quelle attività e funzioni preordinate alla cura di interessi specifici, e quindi tali da interferire con il libero esercizio della professione forense (notai, direttori di banca, esattori delle imposte, ecc.) ovvero tali da incidere sulla libertà di autodeterminazione del professionista perché implicanti un vincolo di subordinazione nei confronti dei terzi (dipendenti pubblici) o per il notevole potere di influenza che comportano (ministri di culto). La ratio giustificatrice del dovere di indipendenza è pertanto nell’esigenza che l’avvocato adempia la sua funzione difensiva nei confronti del cliente scevro da condizionamenti esterni, con assoluta serenità ed autonomia di giudizio.

In conclusione, l’avvocato, che esercita un’attività essenziale per ogni Stato democratico, nella difesa dei diritti e degli interessi del cliente, non può subire vincoli, pressioni, limitazioni da parte di alcuno. Non dobbiamo dimenticare che dignità, decoro, indipendenza sono gli stessi valori che fondano la nostra deontologia. Sono vincoli fissati dalla legge, che gli Avvocati non hanno subito, ma hanno auspicato (Indirizzo di saluto tenuto dal Prof. Avv. Guido Alpa Presidente del Consiglio Nazionale Forense Convegno Nazionale degli Ordini Forensi nel CXXX anniversario della loro istituzione Bari 19 nov 2004).


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