Il procedimento sommario di cognizione
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Articolo del 03/06/2010 Autore Dott. Vito Meltonese Altri articoli dell'autore


La legge n. 69/2009 ha introdotto nel Libro IV, Titolo I, del codice di procedura civile, il Capo III-bis rubricato “Del procedimento sommario di cognizione”.

La ratio sottesa alla suddetta normativa si può agevolmente individuare nella volontà del legislatore di introdurre uno strumento finalizzato alla riduzione della durata dei processi.

Infatti, il procedimento in esame è caratterizzato dalla sommarietà della cognizione atteso che è consentito al giudice procedere, ai sensi dell’art. 702 ter, all’acquisizione delle prove necessarie per la istruzione della causa ed in vista della decisione finale "nel modo che ritiene più opportuno" ed inoltre il giudizio è destinato a concludersi con un provvedimento che ha la forma della ordinanza, seppur impugnabile.  

Il procedimento sommario di cognizione può essere introdotto solo in relazione alle cause assegnate alla competenza del Tribunale in composizione monocratica con esclusione, dunque, dei procedimenti di cui all’art. 50 – bis c.p.c..

Ulteriore presupposto attiene alla circostanza che la causa necessiti di una di una istruzione meramente sommaria in luogo della istruzione complessa che caratterizza il processo a cognizione ordinaria.

Da tanto si può desumere che il procedimento in esame sia stato predisposto per la risoluzione di controversie caratterizzate da un certa semplicità ovvero che possano essere definite sulla scorta della sola produzione documentale allegata dalla parti agli atti di causa.

All’uopo, l’art. 702 ter prevede che “se ritiene che le difese svolte dalle parti richiedono un’istruzione non sommaria, il giudice, con ordinanza non impugnabile, fissa l'udienza di cui all'articolo 183”.

Il procedimento sommario deve essere introdotto con ricorso redatto alla stregua dei medesimi elementi previsti dall'art. 163 c.p.c. con esclusione, ovviamente, della parte relativa alla vocatio in ius.

Il ricorso dovrà successivamente essere depositato presso la cancelleria del giudice competente, attraverso le forme della iscrizione a ruolo e sarà onere della parte che ha introdotto il giudizio, notificare alla parte resistente l’atto introduttivo e il pedissequo decreto con il quale il giudice designato ha fissato l’udienza per la trattazione della causa, almeno trenta giorni prima della data medesima.

Il convenuto deve costituirsi almeno dieci giorni prima della data fissata per la prima udienza, “mediante deposito in cancelleria della comparsa di risposta, nelle quale deve proporre le sue difese e prendere posizione su fatti posti dal ricorrente a fondamento della domanda, indicare i mezzi di prova di cui intende avvalersi ed i documenti che offre in comunicazione, nonché formulare le conclusioni. A pena di decadenza deve proporre le eventuali domande riconvenzionali e le eccezioni processuali e di merito che non sono rilevabili d’ufficio” (art. 702 bis, IV comma).

Anche per quanto riguarda la chiamata del terzo del terzo si applica la disciplina prevista per il procedimento ordinario, anche se l’art. 702 bis, 4 comma, sembrerebbe riferirsi alla sola ipotesi di chiamata in garanzia: la norma recita testualmente: "se il convenuto intende chiamare un terzo in garanzia [...]".

Tuttavia, una interpretazione sistematica della norma consente di ritenere ragionevolmente che il legislatore con tale espressione abbia voluto fare in riferimento a tutte le ipotesi di cui all’art. 106 c.p.c., compresa quindi anche quella della comunanza di causa.

A questo punto, giunti all’udienza di trattazione della causa, l’art. 702 ter disciplina tutta la attività che competono al  giudice nell’ambito del procedimento in esame, prevedendo in astratto diverse ipotesi.

Preliminarmente, la norma considera i casi in cui il giudice accerti che il giudizio non può concludersi nelle forme del rito sommario con la pronuncia di una ordinanza decisoria.

Ciò può avvenire nelle seguenti ipotesi:

  1. il giudice rileva che la domanda non rientra tra quelle indicate nell’art. 702 – bis: in questa ipotesi, con ordinanza non impugnabile, la domanda viene dichiarata inammissibile;
  2. il giudice ritiene che le domande proposte dalle parti richiedono una istruzione non sommaria: in tal caso con ordinanza non impugnabile fissa la data della udienza ex art. 183 c.p.c., determinando sostanzialmente la trasformazione del rito da quello sommario al rito a cognizione ordinaria;
  3. il giudice accerta che la causa relativa alla domanda riconvenzionale richiede una istruzione non sommaria: in siffatta ipotesi viene disposta la separazione del giudizio relativo alla riconvenzionale medesima.

Orbene, solo se il giudice - all’esito delle suddette valutazioni preliminari – dovesse ritenere di poter definire la causa alla stregua di una cognizione sommaria, nella medesima udienza di trattazione “sentite le parti, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione rilevanti in relazione all’oggetto del provvedimento richiesto…”. (Art. 702 – ter, V comma).

In altri termini, la norma in parola, riproduce pedissequamente l’iter analogo previsto per la trattazione del procedimento cautelare atteso che entrambi i giudizi appaiono caratterizzati da esigenze di celerità e speditezza.  

Esaurita la trattazione della causa, il giudice nella medesima udienza pronuncia la decisione del procedimento sommario di cognizione resa nella forma dell'ordinanza.

Il legislatore ha previsto tale forma sempre in un’ottica di rapida definizione del procedimento, in quanto l’ordinanza, rispetto alla sentenza, richiede una succinta motivazione.

Dal punto di vista sistematico si può ritenere, comunque, coerente la scelta del legislatore circa la forma del provvedimento decisorio sia perché compatibile con l’esigenza di speditezza del giudizio sia perché materialmente, a fronte di una trattazione sommaria, il giudice non dovrebbe avere a disposizione gli elementi necessari a redigere una sentenza che necessiterebbe di una motivazione più articolata.

Tuttavia, dal punto di vista sostanziale l’ordinanza de qua è equiparabile ad una vera e propria sentenza la norma in esame la considera provvisoriamente esecutiva nonché titolo idoneo per l’iscrizione di ipoteca giudiziale e per la trascrizione.

Peraltro, trattasi di un provvedimento suscettibile di acquisire l’autorità di cosa giudicata e di produrre i relativi effetti in ragione di un espresso rinvio all’art. 2909 c.c., previsto all’art. 702 – quater c.p.c., se non appellata nel termine perentorio di trenta giorni dalla sua comunicazione o notificazione.

Invero, per completezza di analisi sul punto, appare doveroso evidenziare la singolarità della fattispecie in esame atteso che in genere i provvedimenti emessi sulla scorta di una cognizione sommaria sono inidonei ad acquisire l’autorità del giudicato ovvero l’efficacia definitiva dei medesimi necessita di conferma all’esito di un giudizio ordinario a cognizione piena.

Tuttavia, la scelta del legislatore circa la fase decisoria del procedimento sommario di cognizione non deve stupire oltremodo atteso che si colloca sulla stessa lunghezza d’onda intrapresa con la riforma dei procedimenti cautelari attuata dal D. L. n. 35/2005, convertito nella L. n. 80/2005.

Infatti, la detta riforma ha consentito di distinguere, nell’ambito dei procedimenti cautelari ex art. 669 – octies, tra provvedimenti cautelari c.d. conservativi, che divengono inefficaci se entro il termine di sessanta giorni non viene instaurato il giudizio di merito – e provvedimenti cautelari c.d. anticipatori rispetto ai quali l’introduzione del giudizio di merito e solo facoltativa in quanto gli stessi acquistano efficacia definitiva anche nella ipotesi in cui il medesimo giudizio non dovesse essere introdotto.

Orbene, appare evidente che il legislatore ha riproposto per l’ordinanza che definisce il procedimento sommario di cognizione lo stesso meccanismo normativo inaugurato con i provvedimenti cautelari anticipatori e, anzi, compiendo un passo ulteriore in quanto a fronte della ordinanza ex art. 702 – ter non è prevista – ovviamente – l’ipotesi della introduzione di un giudizio a cognizione ordinaria qual è quello di merito che potrebbe essere introdotto a discrezione dalle parti a seguito di un provvedimento cautelare anticipatorio.

Infatti, l’unico rimedio avverso la suddetta ordinanza è rappresentato dall’appello, disciplinato dall’art. 702 – quarter.

Tale norma si stessa si occupa esclusivamente dei seguenti profili:

- il termine dell’impugnazione, che corrisponde a trenta giorni decorrenti dalla comunicazione o notificazione della ordinanza;

- la disciplina circa l’ammissibilità di nova in appello.

Per quanto riguarda la prima questione la norma prevede che il termine di 30 giorni per la proposizione dell’appello, decorra dalla comunicazione oppure, alternativamente, dalla notificazione della ordinanza con la quale il giudice definisce il procedimento. La norma non prevede, sotto questo punto di vista, particolari problemi interpretativi.

Nell’ipotesi in cui manchi sia la comunicazione che la notificazione dell’ordinanza la dottrina prevalente ritiene che debba applicarsi il termine lungo di sei mesi.

Tuttavia, a parere di chi scrive tale opinione non appare condivisibile alla luce del tenore letterale  della norma de qua, che appare categorica nel prevedere esclusivamente un termine breve, decorso il quale la parte decade dal potere di proporre gravame.

Peraltro, nella prassi, può considerarsi alla stregua di una ipotesi scolastica che un provvedimento non venga comunicato né notificato atteso che, pur potendo ammettere l’ipotesi che una parte ometta la notifica, la comunicazione è un adempimento che comunque la cancelleria deve eseguire.   

Si consideri, altresì, che ammettere comunque il termine lungo per l’appello significherebbe contrastare la esigenza di celerità che caratterizza il procedimento in esame, sia in primo grado sia con riferimento alla fase di eventuale gravame.

Da ultimo si ritiene utile evidenziare che, anche se la norma tace sul punto, la forma introduttiva dell’atto di appello debba essere, comunque, quella del ricorso alla luce della regola generale per cui l’atto introduttivo del giudizio di impugnazione deve avere la stessa forma dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado.

Quanto alla seconda parte dell’art. 702 quater, con riferimento alla ammissibilità di materiale probatorio nuovo durante il corso del giudizio d’appello, la norma prevede due ipotesi:

  1. nuovi documenti e nuovi mezzi di prova ammessi quando il collegio li ritiene rilevanti ai fini della decisione;
  2. quando la parte dimostra di non aver potuto produrre gli stessi nel corso del giudizio del giudizio sommario di primo grado per causa ad essa non imputabile. Tuttavia, in merito a questa seconda ipotesi, si ritiene che anche qualora la parte dimostri di non aver prodotto le prove in primo grado per causa ad essa non imputabile, le medesime prove prima di trovare ingresso in grado d’appello dovranno comunque superare il preliminare vaglio di decisività e rilevanza da parte del collegio.

In conclusione, a circa un anno di distanza dall’entrata in vigore dell’art. 702 - bis appare ancora prematuro  fornire un giudizio circa il successo del rito nelle aule di giustizia.

Tuttavia, complessivamente si ritiene di poter esprimere un parere positivo al procedimento così come disciplinato atteso che in astratto, nelle ipotesi standard, la causa sarebbe suscettibile di definizione a seguito di un’unica udienza.

In realtà, sarebbe opportuno utilizzare questo tipo di procedimento esclusivamente quando si è davvero convinti della semplicità della controversia atteso che, in caso contrario, lungi dal raggiungere l’obiettivo della accelerazione si rischierebbe di prolungare i tempi di definizione e di incrementare le spese di causa a a carico dei clienti.

Infatti, si deve considerare che il vero arbitro della procedura esaminata è il giudice il quale potrebbe ritenere che la domanda ex art. 702 – bis sia inammissibile,obbligando in tal caso il difensore ad introdurre ex novo la domanda con una nuova iscrizione a ruolo, ovvero potrebbe ritenere che la causa necessiti di una istruzione non sommaria e, in siffatta ipotesi, il passaggio al rito ordinario con fissazione di udienza ex art. 183 c.p.c. comporterebbe una dilazione dei tempi di causa atteso che la udienza svolta sarebbe del tutto inutile.

Alla luce di quanto detto, considerato che il giudice ha un ruolo decisivo sulle sorti del procedimento sommario, appare censurabile la scelta del legislatore nella parte in cui prevede la forma della ordinanza non impugnabile per i provvedimenti con i quali il giudice potrebbe paralizzare la scelta del difensore di utilizzare il ricorso ex art. 702 – bis dichiarandolo, appunto, inammissibile ovvero disponendo il passaggio al rito ordinario.


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