Diritto bancario: la crisi economica attuale e la revoca di fido bancario alle unità produttive (e alle famiglie)
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Articolo del 06/05/2010 Autore Dott. Roberto Pelagalli Altri articoli dell'autore


In questo scritto si vuole affrontare come le banche recuperano i loro crediti. Sembra di essere tornati ai tempi antichi. Ove ai debitori venivano tagliate le mani o venivano fatti schiavi. Gli usurai al tempo di Roma – da un filmato mandato in onda in questi giorni su Cesare - …no…no…non voglio portarti in quell’ ambiente sarebbe come mettere due lupi rabbiosi in una gabbia, nessuno dei due ne uscirebbe vivo.

In un certo senso – ma stiamo parlando di antichi – debitore e creditore erano messi sullo stesso piano.

Ora siamo alla protezione a senso unico, quello della banca. Ebbene, il fido (tecnicamente: apertura di credito) è un contratto con il quale la banca si obbliga a tenere a disposizione del cliente una somma determinata da cui egli possa attingere all’ occorrenza per un certo periodo di tempo o a tempo indeterminato (art. 1842 cc).

Il cliente deve restituire la somma alla scadenza del contratto e può effettuare dei versamenti successivi con cui ripristinare la somma a sua disposizione. Egli paga gli interessi e le commissioni sulle somme che utilizza, in proporzione all’ ammontare del prelievo e alla durata del medesimo. L’ apertura di credito può essere allo scoperto, cioè senza altra garanzia per la banca che la solvibilità e correttezza del cliente, mentre l’ apertura si dice garantita quando è concessa dietro presentazione di garanzie come un’ ipoteca o una fideiussione da parte di terzi graditi all’ istituto di creditori.

Nel primo caso la banca ci deve andare cauta, deve chiamare l’ azienda e fare un piano di rientro prima di attivare il decreto ingiuntivo. Cosa che la banca non fa MAI. Siamo al medioevo nella protezione delle aziende.

Andiamo avanti e arriviamo al decreto ingiuntivo.

L’ art. 2809 che NESSUNO rispetta, ma io me la prendo con i Tribunali, parla chiaro.

Ogni debito di danaro può essere garantito ipotecariamente, ma a condizione ai fini della validità dell’ ipoteca, che sia indicata la quantità di denaro dal pagamento della quale può scaturire l’ estinzione del debito e della garanzia determinata nel suo ammontare per il quale viene accesa, mentre per quanto riguarda la collocazione degli interessi è sufficiente che nella iscrizione sia enunciata la misura – Tribunale Roma 14 marzo 1986. Mentre le banche che fanno, chiedono il decreto ingiuntivo per il saldo finale, senza indicare quanto è capitale e quanto è interesse.

E i Tribunali abboccano. Stai fresco a fare i ricorsi! Quindi alla vendita di beni immobili, di questo si parla.

Senza guardare i danni per una revoca di fido che si fanno all’ azienda. Il Giudice scrive sempre: nomina il ctu perché identifichi i beni immobili pignorati ecc. ecc., ne determini il valore al prezzo di mercato ecc.

Norma sempre disattesa dai giudici medesimi.

Infatti per il fallimento il prezzo è il presunto prezzo di realizzo per le esecuzioni appunto il prezzo di asta è il prezzo di mercato e MAI ci si può discostare da ciò, pena di morte economica dell’ azienda.

Invero alcune banche lungimiranti, come il caso di Intesa, ha proposto una sorta di condono per i fidi chiusi.

Questo imprenditore già viene cacciato dal sistema bancario, si vuole la sua fine!

Il dramma comincia quando si mette mano – come il medioevo – alla casa senza rispetto per la vita.

La Cassazione penale – ma tutti se ne fregano – ha statuito che lo stato di indigenza in cui versava l’ occupante, integrando uno stato di necessità, manda la stessa di aver occupato la casa abusivamente.

Però il concetto rimane: il diritto di abitazione va annoverato tra i diritti fondamentali della persona (tutelati dall’ art. 2 Cost.) ed è di conseguenza superiore al principio di tutela della proprietà di cui all’ art. 42 della Carta sancisce comunque la funzione sociale. Nel caso di specie revoca di fido - poi ci sono anche casi di revoca di fido per mafia inascoltati -  viene violato sia l’ art. 2 che l’ art. 42 Cost., appunto quando si va avanti con il decreto ingiuntivo, che in Italia è come un treno inarrestabile.

In questa situazione di sproporzione tra il credito sofferente e il patrimonio sequestrato dalle banche sono specialmente le piccole e medie aziende. Una rondine non fa primavera.

Una signora di Reggio Calabria ha avuto ragione dal Tribunale che ha bloccato il pignoramento e condannato la banca a risarcire la cliente per danni relativi all’ indisponibilità del suo patrimonio.

Un pignoramento per 1,6 miliardi v.l. per pochi soldi.

Drammatiche sono le parole di un legale di Mantova esperto in queste cose. La sua vocazione risale a una ventina di anni fa quando, appena praticante, partecipò a una esecuzione immobiliare.

In un angolo, singhiozzante, c’era un uomo gigantesco che piangeva come un bambino e implorava, nell’ indifferenza, di non portargli via la casa.

E’ la fine della civiltà. Non è finita. Per l’ anatocismo, che ora va di moda, i giudici che fanno, revocano il decreto ingiuntivo e ricalcolano la somma.

Ma per effetto del 2809 cc la revoca è insanabile. Va rifatto il decreto ingiuntivo. Una situazione di ingiustizia totale verso i deboli.

E poi ci si lamenta della crisi che da finanziaria è divenuta economica.

Questa è ignoranza e inciviltà con una forte dose di cattiveria.

Infatti si fa finta di non conoscere il 586 cpc, il giudice esecuzione può sospendere la vendita quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto… ma ci sono casi in cui anche il PM Perugina – la richiesta di dissequestro immobile è del 11.3.09 – non si è ancora pronunciato e neanche ha attivato il 408 cpp.

Trattasi di prezzi ridicoli.

Si tratta di portare alla morte economica un soggetto economico e la sua famiglia.

Disattesa pure, da quello che risulta a questo studioso, la sent. Cass. Civ. sent. 14 luglio 2000, n. 9321 nell’ ipotesi di recesso da parte di una banca dal rapporto di credito a tempo indeterminato, il giudice, pur sussistendo una giusta causa tipizzata dalle parti del rapporto contrattuale, non si deve limitare a verificare la sussistenza o meno dell’ ipotesi tipica di giusta causa ma, nel rispetto del principio per cui il contratto deve essere eseguito secondo buona fede, deve accertare che il recesso non sia esercitato con modalità impreviste ed arbitrarie, tali da contrastare con la normalità commerciale dei rapporti in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista per il tempo previsto e CHE NON PUO’ PRETENDERSI essere pronto in qualsiasi momento alla restituzione delle somme utilizzate. Ma ancora oggi debitore e creditore sono sullo stesso piano e no che il giudice si rifiuta di ricevere il debitore!

Cass. 7 ottobre 1993, n. 9943: i termini previsti dall’ art. 1845 cc per il recesso e per il pagamento del dovuto, nonché la decadenza del termine che l’ art. 1186 cc prevede per il caso di insolvenza del debitore o di diminuzione delle garanzie, essendo diretti a tutelare UNICAMENTE l’ interesse del debitore e quello del creditore, possono essere convenzionalmente derogati dalle parti.

Insomma siamo all’ anno zero del diritto bancario e della tutela del lavoro.


Dott. Roberto Pelagalli
Dottore Commercialista
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