Verso la semplificazione del fisco. Il bilancio delle imprese e la riforma fiscale.
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Articolo del 21/02/2010 Autore Dott. Roberto Pelagalli Altri articoli dell'autore


Il grado di civiltà di un Paese si misura dal funzionamento della sua macchina fiscale. Si conoscono le anomalie del sistema fiscale italiano, ma da esso si può partire da un discorso propositivo.

Premesso che la politica fiscale è integrata nella politica del Bilancio dello Stato, si può affermare che in essa prevale, o dovrebbe prevalere, l’ assioma che le entrate devono essere proporzionate alle uscite e colpire in uguale misura tutti i cittadini secondo le rispettive capacità contributive e considerato che le spese debbano essere sempre efficienti. Sino ad ora si è considerato che la progressività delle aliquote delle imposte dirette fosse la panacea per una giustizia fiscale, mentre è servita, a parere del sottoscritto, a compensare il mancato introito per lo Stato per le imposte non pagate nel giusto modo da una parte dei contribuenti.

Non potendo incassare il giusto con le imposte dirette lo Stato ha prestato di molto la sua attenzione sull’ IVA che colpisce i consumatori di beni e servizi in modo indistinto, il cui onere, per tanto, è maggiore per le categorie meno abbienti.

A prescindere che le norme fiscali devono essere chiare e semplici, nonché non retroattive, vi dovrebbe essere, per le imposte dirette, una progressività di aliquote molto attenuata con una punta del 30 %.

Contemporaneamente occorrerebbe proporre, a parere del sottoscritto, nuove tecniche del bilancio fiscale, ben sapendo che esso, tuttavia, è integrato con le norme CEE.

Il principio di competenza rigoroso dà spazio a valutazioni che aprono, o possono aprire, troppo facilmente la strada del contenzioso con il fisco.

Il bilancio civile e il bilancio fiscale vanno ben distinti.

Hanno finalità diverse.

Quello che interessa serve ad individuare la base imponibile secondo la disponibilità finanziaria maturata nell’ esercizio.

Tassabile è sempre il reddito. Ma di reddito si possono dare tante definizioni. Sino ad ora ci si è attenuti strettamente al dettato ragionieristico. Ma questo, si crede, è contrario anche ai principi generali del diritto ove non sono ammesse presunzioni.

Orbene, che c’ è di meglio di un reddito riscontrato con la “cassa”.

Anche perché sembra giusto che l’ imprenditore paghi le imposte con i fondi disponibili. Altrimenti il Bilancio assume una architettura che sa più di teorico che di pratico.

L’ innovazione, forse assurda, dovrebbe essere questa: gli acquisti di merce hanno rilevanza fiscale nel momento dell’ evento e confrontati con i relativi consumi ci danno anche l’ esatta situazione finanziaria dell’ imprenditore.

Il conto Patrimoniale, perché non producente reddito, è stato visto dal fisco sempre in secondo ordine.

Invece esso va di pari passo con il conto economico.

A nulla vale peraltro inserire nel conto P.P. le rimanenze dei prodotti finiti o semilavorati, esse avranno rilevanza fiscale al momento della vendita.

E che dire dei costi ammortizzabili che si devono calcolare in base a tabelle ministeriali, ma non sarebbe più esatto confrontarli con i tempi di esborso finanziario?

In linea generale, il bilancio che si suppone dovrebbe basarsi sui seguenti criteri:

i ricavi sono determinati dai corrispettivi registrati;

i costi sono determinati dagli acquisti registrati;

i ricavi vanno riscontrati con le entrate finanziarie relative, restando ininfluente la eventuale dilazione di incasso;

i costi vanno riscontrati con le uscite finanziarie relative, restando ininfluente la eventuale dilazione di pagamento;

le rimanenze e i lavori in corso di esecuzione vanno considerati “neutrali” e quindi non influrnte ai fini della determinazione del reddito fiscale;

i costi ammortizzabili sono determinati in base alle fatture registrate restando influenti le scadenze di pagamento;

le competenze di costi sono riconosciute se pagate entro il termine di approvazione del bilancio;

vanno evidenziate solo le competenze di ricavi se pagate entro il termine di approvazione del bilancio;

gli utili pagabili sono quelli scaturenti dal bilancio civile e nessun credito d’ imposta deve essere riconosciuto ai soci e se trattasi di investimenti di singoli risparmiatori e sino ad una certa somma essi non devono essere tassati;

le perdite fiscali sono di competenza di un solo esercizio nel senso che non sono riportabili in esercizi successivi;

Uno schema di bilancio siffatto, si ritiene, farebbe pagare il giusto di imposte alle imprese ed eviterebbe di molto il contenzioso tributario.

Ma forse è soltanto un discorso astratto.


Dott. Roberto Pelagalli
Dottore Commercialista
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