Delitti contro l’amministrazione della giustizia: l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone, di cui all’art. 393 c.p.
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Articolo del 21/02/2010 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Il reato dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone, previsto e punito dall’art. 393 c.p., è stato inserito dal legislatore del 1930 nel libro II, Titolo III (Delitti contro l’amministrazione della giustizia), Capo II (Della tutela arbitraria delle private ragioni) del codice penale.

Pertanto, l’art. 393 c.p. è il seguente: “Chiunque, al fine indicato nell’articolo precedente, e potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo usando violenza o minaccia alle persone, è punito, a querela dell’offeso, con la reclusione fino a un anno.

Se il fatto è commesso anche con violenza sulle cose, alla pena della reclusione è aggiunta la multa fino a euro 206.

La pena è aumentata se la violenza o la minaccia alle persone è commessa con armi.

I presupposti del delitto in oggetto sono i seguenti:

  1. La possibilità di ricorrere all’Autorità Giudiziaria. Infatti, il delitto richiede la possibilità in astratto di adire il giudice per ottenere quello che si è illegittimamente preteso in concreto mediante l’uso della violenza;
  2. La titolarità apparente di un diritto la cui realizzazione possa essere ottenuta mediante l’amministrazione della giustizia;
  3. Un conflitto in atto, in via giudiziale o di fatto, in termini reali o quantomeno potenziali, fra contrastanti pretese giuridiche.

 

Per la configurabilità del reato di ragion fattasi, si richiede soltanto la possibilità di una contestazione giudiziaria rispetto ad un fatto o ad un diritto, secondo le decisioni dell’ordinamento giuridico, non invece che la pretesa sia fondata e che quindi l’agente abbia la possibilità di ottenere in giudizio una pronuncia a sé favorevole. (Cassazione  penale,  sezione  VI,  sentenza  11  febbraio  1989, n. 2044) Più in particolare, occorre che il contenuto del diritto vantato sia giudizialmente realizzabile, vale a dire  munito di specifica azione con la quale rendere operativo il dovere del soggetto obbligato.

Tuttavia, osservo, inoltre,  che il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni non ricorre(1) allorquando la pretesa sia assolutamente illegittima o, comunque, sia del tutto impossibile il ricorso all’autorità giudiziaria.

La norma penale di cui sopra è rivolta a difendere l’interesse dello Stato ad impedire che la privata violenza si sostituisca all’esercizio della funzione giurisdizionale in occasione dell’insorgere di una controversia tra privati. In sintesi, l’oggetto(2)  giuridico viene rappresentato dall’interesse a riservare all’autorità giudiziaria il monopolio nella risoluzione delle controversie  intercorrenti  fra portatori di interessi in conflitto.

Il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sia con violenza sulle cose che con violenza alle persone, si consuma nel momento in cui la violenza o la minaccia sono esplicate, senza che rilevi il conseguimento in concreto del fine perseguito. (Cassazione  penale,  sezione  II,  sentenza  5  luglio  2007, n. 25999)

L’elemento soggettivo della fattispecie penale in oggetto viene rappresentato dal dolo specifico, inteso come la coscienza e la volontà di realizzare il fatto tipico previsto dalla norma incriminatrice, con l’ulteriore finalità di esercitare un preteso diritto.

Si tratta di un reato comune, di danno (in quanto richiede l’offesa in senso naturalistico del bene protetto), di evento  ed a forma vincolata. Inoltre, il delitto di ragion fattasi, in quanto delitto ad evento, la cui realizzazione presuppone il raggiungimento dello scopo perseguito dell’agente, ammette la configurabilità del tentativo. (Cassazione  penale, sezione  V, 29 gennaio 2008, n. 4456)

La violenza, nel delitto de quo, consiste in una coazione fisica o morale attraverso la quale taluno costringe altri a tenere un determinato comportamento contrario al proprio volere. Invece, la minaccia, nella fattispecie penale in esame, è un atto intimidatorio, che provoca spavento e turbamento, con il quale si preannuncia a taluno la verificazione di una cosa indesiderata, affinché compia un’azione non voluta. Più in particolare, nel delitto de quo, la minaccia e la violenza non sono fini a se stesse, ma sono strettamente connesse alla condotta dell’agente, diretta a far valere il preteso diritto, rispetto al cui conseguimento si pongono come elementi accidentali, per cui non possono mai consistere in manifestazioni sproporzionate e gratuite di violenza, consistenti perfino in sevizie.

In riferimento ai rapporti con altri reati(3), la giurisprudenza di legittimità ha stabilito che: “Il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone si distingue da quello di sequestro di persona, sia perché il primo richiede il dolo specifico mentre nel secondo questo è solo generico, sia perché la pretesa giuridica sussistente nel delitto di ragion fattasi difetta nel secondo, in cui il soggetto attivo non si è rappresentato, quale spinta alla propria azione, alcuna legittima facoltà d’agire, ma ha teso all’evento sollecitato soltanto dalla consapevole volontà di compiere un atto illecito, costitutivo d’attentato alla libertà di movimento nello spazio del soggetto passivo. (Cassazione  penale, sezione  III,  sentenza  28  gennaio  1971, n. 153)

Ancora in riferimento ai rapporti con altri reati, la Suprema Corte ha stabilito che: “In tema di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, la violenza alle persone che ecceda i limiti del delitto di percosse e produca lesioni personali, dà luogo ad altro reato autonomo, concorrente con quello di cui all’art. 393 codice penale. (Cassazione  penale,  sezione  VI,  sentenza 24 dicembre 1985 n. 12411)

Nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni è possibile il concorso sempre che il concorrente  “non creditore”  sia mosso ed agisca in assoluta e totale adesione al fine propostosi dal “creditore” e nell’esclusivo interesse di quest’ultimo; laddove, invece, il concorrente sia spinto da un suo personale  vantaggio, sia pure in aggiunta a quello perseguito dal creditore favorito, si è al di fuori dello schema legale del delitto di ragion fattasi, dato che il profilo in tal caso perseguito, risolvendosi in danno per la persona offesa, è ingiusto nei confronti di quest’ultima.

Per completezza espositiva, restano ancora da analizzare gli aspetti procedurali del reato de quo. L’autorità giudiziaria competente è il Tribunale monocratico (art. 33-ter c.p.p.) e si tratta di un reato procedibile  a  querela di parte  (art. 336 c.p.p.). La legittimazione a proporre querela per il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone spetta sia al soggetto antagonista del preteso diritto, che alla persona contro cui è stata esercitata l’attività intimidatrice per pervenire alla realizzazione dell’evento. Tuttavia, la punibilità a querela della persona offesa resta ferma anche nell’ipotesi in cui la violenza o la minaccia siano commesse con armi, poiché la norma di cui all’art. 393 c.p., oltre gli elementi propri e caratteristici della sua natura specializzante, contiene anche tutti gli elementi generali di cui all’art. 612 comma 2 c.p. (Cassazione  penale,  sezione  V,  sentenza 20 maggio 1986 – 25 settembre 1986, n. 9822)

Inoltre, osservo che le misure  pre-cautelari  dell’arresto e del fermo non sono consentite, così come l’adozione di misure cautelari.

In ultima analisi, osservo che il legislatore ha introdotto, all’interno dell’ordinamento giuridico penale, la predetta norma penale al fine di tutelare la pace sociale. Quest’ultima viene attuata attraverso la garanzia del monopolio del potere dell’autorità giudiziaria in relazione alla risoluzione di controversie insorte tra cittadini, aventi ad oggetto diritti e pretese che sono fra di loro confliggenti.

 

ESEMPIO  DI   UN  CAPO   DI  IMPUTAZIONE  

Del delitto previsto e punito dall’articolo 393 c.p. poiché Tizio, anziché agire in giudizio per accertare la titolarità della proprietà sul macchinario industriale ….., picchiava  Caio e gli portava via il macchinario che si trovava nell’abitazione di quest’ultimo.

Fatti avvenuti in…….(Luogo e data)

(1) Non commette il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni ex art.393 c.p. il datore di lavoro il quale prospetti a un dipendente, che aveva sottratto dalla cassa una banconota da lire centomila, che, in mancanza di sue volontarie dimissioni, egli avrebbe presentato denuncia penale a suo carico. Cassazione  penale, sezione  VI, sentenza 2 febbraio  2000,  n. 1281

(2) Ritengo, inoltre, che l’oggettività giuridica del delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone è la tutela delle situazioni aventi apparenza di legalità contro le altrui violente manomissioni.

(3) Il reato di percosse non è assorbito in quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni di cui all’art. 392 c.p., con la conseguenza che l’assoluzione dal primo reato non può comportare automaticamente l’insussistenza anche di quest’ultimo. (Cassazione   penale,  sezione  VI,  sentenza  18  settembre  2008,  n. 35843)


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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