Imitazione servile
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Articolo del 19/02/2010 Autore Dott. Lorenzo Gardenghi Altri articoli dell'autore


Questa breve ricerca ha lo scopo di tratteggiare i confini di una fattispecie molto frequente nelle controversie di diritto industriale: l’imitazione servile.

A tal fine appare opportuno, a seguito della collocazione codicistica della fattispecie, definirne i contorni mediante brevi cenni di dottrina e giurisprudenza.

 

Procedendo dunque per gradi, è necessario premettere che l’imitazione servile rappresenta una delle tre ipotesi di illecito tipizzate dall’art. 2598, n1, del Codice Civile, dove è stabilito che compie atti di concorrenza sleale chiunque <<usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimante usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente>>.

Sin da una primo sguardo alla norma in esame si nota che ciò che accomuna le diverse fattispecie da essa inquadrate è la loro idoneità a generare confusione circa la provenienza di un determinato prodotto, difatti abitualmente in dottrina e giurisprudenza si definisce la fattispecie di cui all’art. 2598, n. 1. c.c.: concorrenza sleale confusoria(1).

Va inoltre specificato che gli illeciti tipizzati dall’art. 2598 c.c. sono illeciti di pericolo(2), poiché è sufficiente, ai fini della sussistenza dell’illecito, che si concreti un rischio ragionevole di confusione tra i prodotti e/o l’attività di due imprenditori(3). Inoltre va preliminarmente fatto notare che gli illeciti di cui all’art. 2598 c.c. sono di natura extracontrattuale, dato che tutti i divieti lì sanciti prescindono da eventuali rapporti contrattuali tra le parti(4).

 

La normativa trova collocazione sistematica sul piano dei limiti all’iniziativa economica individuale soggetti a riserva di legge (art. 41, 3° co., Cost.), e quindi in uno spazio di eccezione al principio di libertà individuale di concorrenza(5), ed ha come sua ratio legis quella di tutelare degli sforzi che fanno abitualmente gli imprenditori per rendere distinguibili ed originali i loro prodotti.

 

Fatte queste brevi premesse, va sottolineato che l’imitazione servile si concreta sostanzialmente in una imitazione pedissequa dei prodotti di un concorrente.

Ma ciò non basta, detta imitazione deve essere idonea a generare confusione agli occhi dell’acquirente di tali prodotti, per cui integreranno l’illecito solamente quelle imitazioni che riguarderanno gli aspetti esteriori - forma - del prodotto, ovvero quegli elementi che del prodotto che sono direttamente “percepibili”. Tale delimitazione, suffragata come vedremo unanimemente dalla giurisprudenza e dalla dottrina, non deve indurre a pensare che le imitazioni che non riguardino gli elementi “percepibili” restino sguarnite di tutela, poiché come è intuibile sin da una prima lettura dell’articolo di riferimento l’imitazione servile è solamente una parte di quella che è la protezione che il nostro ordinamento garantisce.

 

Dunque, ciò che rileva ai fini della possibile  sussistenza dell’illecito di imitazione servile è che venga “copiata” la forma del prodotto.

La forma di un determinato bene non è protetta però in quanto tale, ma solamente qualora questa presenti delle caratteristiche individualizzanti, ovvero se attraverso il suo aspetto esteriore il prodotto sia riconducibile ad una determinata impresa. In pratica l’aspetto del prodotto deve essere idoneo a renderlo riconoscibile all’interno del mercato, ovvero esso deve essere “originale”(6).

Per cui non saranno tutelate né le forme banali, né quelle che sono tali in quanto necessitate dalla funzione del prodotto stesso, né quelle che nel corso degli anni si sono volgarizzate poiché divenute caratterizzanti la merce in sé per sé.

Recente giurisprudenza evidenzia che l’imitazione servile va identificata non nella riproduzione di qualsiasi forma del prodotto altrui, ma solo con quella che cade sulle caratteristiche esteriori dotate di efficacia individualizzante e cioè idonee, proprio in virtù delle loro capacità distintiva, a ricollegare il prodotto ad una determinata impresa(7).

Alla luce di quanto sopra, appare palese la necessità che l’aspetto del prodotto, al momento in cui se ne chiede la tutela, sia già noto(8) al consumatore tanto da far sì che questo possa, qualora un impresa diversa da quella di origine adotti forma analoga, equivocarne la provenienza.

Saranno quindi protetti coloro che sono riusciti a conferire una forte caratterizzazione alle loro produzioni, caratterizzazione che li rende facilmente individualizzabili all’occhio di chi il prodotto di fatto lo acquista(9).

 

La giurisprudenza(10) appare unanime, e anche le pronunce più recenti confermano gli orientamenti sopra sintetizzati: <<L’imitazione servile va identificata non nella riproduzione di qualsiasi forma del prodotto altrui, ma solo con quella che cade sulle caratteristiche esteriori dotate di efficacia individualizzante e cioè idonee, proprio in virtù delle loro capacità distintiva, a ricollegare il prodotto ad una determinata impresa. In ogni caso non si può attribuire carattere individualizzante alla forma funzionale, cioè a quella resa necessaria dalle stesse caratteristiche funzionali del prodotto. Pertanto, la fabbricazione di prodotti identici nella forma a quelli realizzati da impresa concorrente costituisce atto di concorrenza sleale soltanto se la ripetizione dei connotati formali non si limiti a quei profili resi necessari dalle stesse caratteristiche funzionali del prodotto, ma investa caratteristiche del tutto inessenziali alla relativa funzione. L’originalità del prodotto imitato e la sua idoneità a ricollegare detto prodotto all’impresa produttrice, pertanto, sono elementi costitutivi della fattispecie di cui all’art. 2598, n. 1, c.c., la cui sussistenza va provata da chi agisce in forza di tale disposizione>> (Trib. Torino Sez. spec. Propr. Industr. Ed intell. Sent., 11/03/2009, Massima redazionale, 2009); <<Posto che l’imitazione rilevante ai fini della concorrenza sleale per imitazione servile si identifica con la sola riproduzione delle forme esteriori individualizzanti del prodotto del concorrente, idonee a ricollegare il prodotto ad una data impresa, e non anche di quelle rese necessarie dalle caratteristiche funzionali del prodotto stesso, sempre che non siano coperte da tutela brevettuale, non è individualizzante la forma non visibile esteriormente, quale quella del contenuto di una scatola (…)>> (Cass. civ. Sez. I Sent., 19/12/2008, n. 29775, Foro It., 2009, 2, 1, 360); <<In tema di concorrenza sleale, costituisce imitazione rilevante, ai fini della concorrenza sleale per confondibilità, la riproduzione di una forma del prodotto altrui, che cada sulle caratteristiche esteriori dotate di efficacia individualizzante e, dunque, idonee, proprio in virtù della loro capacità distintiva, a ricollegare il prodotto ad una determinata impresa, imprimendosi nella mente dei consumatori>> (Cass. civ. Sez. I Sent., 26/11/2008, n. 28215, Mass. Giur. It. 2008).

 

Va infine aggiunto che il parametro per accertare la sussistenza della condotta di imitazione servile è la percezione che il consumatore finale(11) ha del prodotto, ossia sussiste l’illecito qualora si generi agli occhi del normale acquirente di riferimento per un determinato settore merceologico confusione circa l’origine di questo. Pertanto, caso per caso, occorrerà individuare chi sono i fruitori del prodotto e tenere conto di quelle che sono le loro competenze medie.

(1) La più autorevole dottrina definisce la “confusione” come <<l’atto idoneo a ingenerare nei destinatari del messaggio in cui l’atto con fusorio si traduce un falso convincimento circa i prodotti e/o l’attività con i quali vengono a contatto, vale a dire il convincimento che si tratti dei prodotti e/o dell’attività di un certo imprenditore mentre in realtà devono ricondursi all’attività di un imprenditore diverso>> (A. Vanzetti – V. Di Cataldo, Manuale di Diritto Industriale, p. 33)

(2) In merito vi è un univoco orientamento della Cassazione che indica come riferimento la mera idoneità dell’atto a danneggiare l’altrui azienda (ex multis Cass, 2 aprile 1982, n. 2020).

(3) <<Si ritiene che il divieto di atti confusori trovi applicazione solo quando possa sorgere in concreto una possibilità di confusione (espressamente C. 69/2013, in dottrina vedi per tutti Vanzetti- Di Cataldo,op. cit., 38) e che conseguentemente sia necessaria la contemporanea presenza sul mercato delle imprese in conflitto (vedi per tutti Vanzetti-Di Cataldo,op. cit., 46>> (Marchetti – Ubertazzi, commentario breve alle leggi su proprietà intellettuale e concorrenza, p. 2078).

(4) Gustavo Ghidini, Profili evolutivi del diritto industriale, p.169.

(5) Gustavo Ghidini, Profili evolutivi del diritto industriale, p. 167.

(6)<< In tema di concorrenza sleale per imitazione servile, sono tutelabili le sole forme esteriori dei prodotti, che siano arbitrarie, vale a dire non necessitate dalla funzione del prodotto stesso e distintive, idonee a ricollegare il prodotto ad una data impresa, non essendo invece rilevante che si tratti di forme non standardizzate ovvero non volgarizzate, vale a dire divenute caratterizzanti di quel tipo di prodotto in generale>> (Cass. Civ. Sez. I Sent. 17/12/2008, n. 29522, Foro It., 2009,2,1,360)

(7) Trib. Torino Sez. spec. Propr. Industr. Ed intell. Sent., 11/03/2009, Massima redazionale, 2009.

(8) E’ necessaria <<una notorietà qualificata>> (Vanzetti- Di Cataldo, op. cit., p. 58).

(9) Ai fini della applicazione della disciplina della concorrenza sleale per imitazione servile è necessario che esista la identificabilità della paternità del prodotto imitato, ossia la riferibilità del prodotto ad un certo imprenditore, trattandosi di un illecito concorrenziale di tipo con fusorio. (Cass. civ. Sez. I, 22/10/2003, n. 15761, Impresa, 2004, 144)

(10) Ex multis: Trib. Torino Sez. IX, 23/10/2008, Massima redazionale, 2008; Trib. Desio Sent., 18/10/2004, Corriere del Merito, 2005, 2, 133; Trib. Milano Ord., 10/03/2004, Massima redazionale, 2004; Cass. civ. Sez. I, 22/10/2003, n. 15761, Impresa, 2004, 144; Trib. Napoli, 05/10/2001, Riv. Dir. Ind., 2002, II, 153 nota di Giudici, (…).

(11)<<L’imitazione servile è vietata se può determinare pericolo di confusione tra prodotti o attività di imprese concorrenti, pericolo che va determinato con riferimento alla diligenza media dei destinatari dei prodotti in discussione; essa può sussistere ove riguardi forme esteriori che per la loro originalità, accidentalità e notorietà abbiano assunto funzione individuatrice di un determinato prodotto e della sua provenienza>>. (Pret. Milano, 03/12/1991, Foro Padano, 1993, I, 134)


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