Il duro mestiere dei giovani tra prospettive e aspettative
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Articolo del 15/02/2010 Autore Dott.ssa Mariagabriella Corbi Altri articoli dell'autore


In una società  multiforme ed in continua evoluzione come quella in cui viviamo, dove la socializzazione non è più diretta e stabile, l’individuo, e il giovane in particolare, può trovarsi al centro di pressioni culturali di diverso tipo che tendono ad ostacolare la sua integrazione nei vari settori della comunità.

I canali informativi, come i mass media e il gruppo dei pari, assumono un ruolo sempre più importante nel processo d’inserimento, affiancando e, spesso, sostituendo le istituzioni predisposte all’educazione e alla formazione; queste ultime, depauperate del loro potere formativo sui giovani,  non rispondono ai requisiti di  produrre e trasmettere contenuti socializzativi omogenei e non contraddittori.

La ricerca dell’identità, che caratterizza questa fase del ciclo vitale, assume connotazioni nuove: i giovani, inseriti in contesti in continua metamorfosi che  allargano continuamente il grado di autonomia degli individui, a livello di libertà di scelta tra diverse opzioni, si confrontano con  l’esigenza di una definizione autonoma e personalizzata della definizione del sé. In questo iter evolutivo i giovani incontrano non pochi elementi di conflitto: se da una parte si dà loro l’illusione di potersi rendere autonomi, autodefinirsi e realizzarsi senza limiti, nel concreto i vincoli a cui sono soggetti sono molto precisi e riguardano, ad esempio, la struttura delle professioni, il mercato del lavoro sempre più instabile e precario, la limitata opportunità di partecipazione pubblica e politica. Quindi si trovano al cospetto di grandi promesse di autorealizzazione rispetto a contenute opportunità offerte dal sistema.

La scelta, virtuale, tra varie opportunità è resa ancora più ardua dal variare continuo delle condizioni di vita e dall’assenza di punti di riferimento centrali, che rendono più difficile al soggetto fissare un’identità ancora in costruzione nella discontinuità e nella frammentazione dell’esistenza: la possibilità di frustrazioni, di disagio, di indecisione e incertezza crescono di conseguenza accentuando quel senso d’insoddisfazione e solitudine.

Frutto di tale situazione è l’idea, di molti giovani, della reversibilità delle scelte che, quindi, possono essere rimesse in discussione perché gli effetti non saranno definitivi. Il senso di onnipotenza, che invade la fase adolescenziale e post, induce i giovani a pensare, ad illudersi che nulla li può toccare né creare conseguenze negative stabili: pensiamo ai rischi che corrono rispetto alla salute nell’assumere alcol, tabacco e altre droghe o superando i limiti di velocità in automobile, magari sotto gli effetti di tali sostanze.

Sottovalutazione delle conseguenze? Certamente incoscienza e voglia di conoscere e di sfidare i propri stessi limiti, ma anche predisposizione a rischiare. Tale atteggiamento non è nuovo, se analizziamo la specifica fase del ciclo vitale, ma oggi sta assumendo significati diversi, da “disvalore”, si sta connotando positivamente: il rischio è visto come strumento di successo in una società che risulta sempre più competitiva, i cui obiettivi possono essere raggiunti mettendosi in gioco e non accontentandosi.

Quindi non c’è da meravigliarsi se, in Italia, moltissimi giovani laureati, una volta terminati gli studi, invece di riuscire a realizzare, dopo tanti sacrifici – ricordiamo che tanti lavorano e studiano -, i propri progetti di vita, si ritrovano ad ingrossare le file dei disoccupati, continuando a vivere in casa con i genitori. Accanto ad una percentuale di giovani "parcheggiati" all'università, esistono anche tanti ragazzi che riescono a terminare gli studi nei tempi previsti e che vorrebbero, una volta ottenuta la preziosa pergamena, cominciare a "vivere", non dovendo essere più “figli di famiglia”. La situazione non è per niente rosea: se sono fortunati riescono ad inserirsi in uno stage, quasi sempre non retribuito. Lo stage infatti, inizialmente doveva essere un periodo di tirocinio e di addestramento in vista di lavoro stabile, è ormai prassi, nella Comunità Europea, di una pedaggio obbligatorio fra la fine degli studi e l'avvio nel mondo del lavoro; il dramma è che questa “qualificazione specializzante” si prolunga spesso per alcuni mesi e, la cosa negativa, si trasforma in un vero e proprio sfruttamento da parte delle aziende, dal momento che l'assunzione, o anche solo un contratto a progetto è un  miraggio che pochi fortunati stagisti. Nella frequenza di tale stage all’estero avviene anche il riscontro delle differenze fra il nostro ed altri paesi, lo stage non è inserito di prassi nel corso di studi universitari, così gli studenti italiani devono confrontarsi con i colleghi europei dopo il conseguimento della laurea, ad una età superiore rispetto alla media.

Se tutto va bene e trovano il coraggio di lasciare l’Italia, in vista di un lavoro che possa garantire una vita tranquilla, tanti giovani valutano  tra Europa o Stati Uniti. La realtà dei fatti è che pochi si soffermano a riflettere, salvo poi lamentarsi quando i notiziari televisivi enfatizzano sulla "fuga dei cervelli" dall'Italia o sul Nobel vinto da italiani all'estero.

I giovani che scelgono l’estero sono ovviamente "i migliori", ricercatori e studenti di cui il nostro Paese si priva ogni anno perché non è in grado di offrire loro una valida alternativa. I nostri giovani all’estero sono apprezzati e valorizzati probabilmente  perché dopo anni ed anni di studio, in un sistema scolastico che, com’é noto, l’impegna nello studio in maniera articolata, mette in risalto il grado di preparazione, soprattutto in settori come la medicina o l'ingegneria. Bisogna poi rimarcare che per chi volesse, a distanza di anni, rientrare nel Belpaese, le difficoltà diventano insormontabili, perché il prestigio raggiunto all'estero non è assolutamente paragonabile a quello che si otterrebbe, a parità di competenza ed esperienza, tornando in Italia.


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