Delitti contro l’amministrazione della giustizia: l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose, di cui all’art. 392 codice penale
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Articolo del 30/01/2010 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Il reato dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose, previsto e punito dall’art. 392 codice penale, è stato collocato dal legislatore del 1930 nel libro II, titolo III, capo III (Della tutela arbitraria delle private ragioni).

Pertanto, ai sensi e per gli effetti del primo comma dell’articolo 392 codice penale, viene punito, a querela della persona offesa e  con la multa fino a € 516,  “chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice(1), si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza sulle cose(2)”.

Il secondo comma del predetto articolo stabilisce che, agli effetti della legge penale,  “si ha violenza sulle cose allorché la cosa viene danneggiata o trasformata, o ne è mutata la destinazione”.

Infine, l’ultimo(3) comma dell’art. 392 c.p. stabilisce che:  “si ha, altresì, violenza sulle cose allorché un programma informatico viene alterato, modificato o cancellato in tutto o in parte ovvero viene impedito o turbato il funzionamento di un sistema informatico o telematico”.

In via preliminare osservo che per la configurabilità del reato in oggetto si richiede  che  il  preteso diritto  che  l’agente  intende esercitare sia oggetto di contrasto con un’altra persona, nel senso che, al momento della condotta violenta posta in essere dall’agente, sia già in atto tra gli interessati una contesa, giudiziale o di fatto, intorno alla titolarità o alle modalità d’esercizio di quel diritto.

Il soggetto attivo del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni mediante violenza sulle cose può essere anche chi esercita il preteso diritto pur non avendone la titolarità.

I presupposti del delitto in oggetto sono i seguenti:

  1. La possibilità di ricorrere all’Autorità Giudiziaria. Infatti, il delitto richiede la possibilità in astratto di adire il giudice per ottenere quello che si è illegittimamente preteso in concreto mediante l’uso della violenza;
  2. La titolarità apparente di un diritto la cui realizzazione possa essere ottenuta mediante l’amministrazione della giustizia;
  3. Un conflitto in atto, in via giudiziale o di fatto, in termini reali o quantomeno potenziali, fra contrastanti pretese giuridiche.

La condotta si esplica con il  “farsi arbitrariamente ragione da sé medesimo, con la violenza sulle cose”. Si tratta di un reato istantaneo che si consuma nel momento e nel luogo in cui il soggetto si fa arbitrariamente ragione da sé. Più in particolare il giudice nomofillattico , in riferimento al momento consumativo del reato, ha stabilito che: “Il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sia con violenza sulle cose che con violenza alle persone, si consuma nel momento in cui la violenza o la minaccia sono esplicate, senza che rilevi  il conseguimento in concreto del fine perseguito. (Cassazione penale, sezione  II, sentenza  5  luglio  2007, n. 25999)

In sintesi, osservo che il delitto in esame è un reato comune, di danno, di evento, a forma vincolata e l’elemento psicologico viene rappresentato dal dolo specifico; il tentativo è configurabile(4).

Il bene giuridico tutelato dalla fattispecie penale incriminatrice in oggetto è costituito dall’interesse a riservare all’autorità giudiziaria  il  monopolio  nella risoluzione delle controversie intercorrenti fra portatori di interessi in conflitto. Infatti, ove al privato fosse, invece, consentito di farsi giustizia da sé la pace sociale sarebbe esposta a continue minacce.

Molto interessante e significativa, in riferimento al reato di cui all’art. 392 c.p. (Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose), è la seguente sentenza della Suprema Corte che, così, afferma: “Integra il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose  (art. 392 c.p.) la rimozione, finalizzata alla tutela del possesso, di cartelli posti da altri in un’area di pertinenza dell’agente, considerato che l’auto-integrazione nel possesso di una cosa, della quale taluno sia spogliato  (clandestinamente o violentemente), opera come causa speciale di giustificazione qualora sia impossibile il ricorso al giudice e sussista la necessità impellente di ripristinare il possesso perduto, al fine di evitare il consolidamento della nuova situazione possessoria, condizioni, nella specie, insussistenti. (Cassazione  penale, sezione  V,  sentenza  7  febbraio 2007, n. 4975)

Restano ancora da analizzare, per completezza espositiva, gli aspetti procedurali del reato di cui in oggetto. Pertanto, si tratta di un reato di competenza del Tribunale monocratico  (art. 33-ter) dove le misure precautelari  dell’arresto e del fermo di indiziato di delitto non vengono consentite; per il reato de quo  non sono ammesse le misure cautelari personali e l’azione penale si esercita con il decreto di citazione diretta a giudizio (o con il decreto penale di condanna qualora il giudice ritenga di applicare la sola pena pecuniaria).

Inoltre, osservo che il reato è perseguibile a querela di parte (art. 336 c.p.p.), e la titolarità del relativo diritto spetta a colui che subisce la realizzazione violenta della pretesa da parte dell’agente. Più in dettaglio, la persona offesa dal reato titolare del diritto di querela a norma dell’art. 120 c.p. deve essere individuata nel soggetto titolare dell’interesse direttamente protetto dalla norma penale e la cui lesione o esposizione a pericolo costituisce l’essenza dell’illecito. Ne consegue che nel reato di ragion fattasi, poiché l’interesse al ricorso obbligatorio alla giurisdizione viene in rilievo solo se la violazione del cosiddetto monopolio giurisdizionale è accompagnata da violenza sulle cose o alla persona, nel bene protetto rientrano  anche  valutazioni attinenti alla parte privata che rimane vittima dell’azione violenta di chi pretende di farsi ragione da  sè,  sicchè  persona offesa è  anche colui che si trova nella possibilità di esercitare il contenuto di qualsiasi diritto in quanto titolare della  “apparentia iuris”. (Cassazione  penale,  sezione  VI,  sentenza  5  maggio  2004, n. 21090)

In riferimento ai rapporti con altri reati(5) (6)  una sentenza della Cassazione ha stabilito quanto segue:  “L’esercizio delle proprie ragioni con violenza sulle cose o sulle persone, commesso con minaccia dell’esercizio di un diritto, in sé non ingiusta, può integrare il reato di cui all’art. 628 c.p., se si estrinseca con modalità violente che denotano soltanto la volontà di impossessarsi della cosa e può anche configurare il reato di rapina, qualora ne ricorrano gli elementi richiesti dalla norma incriminatrice”. (Cassazione penale, sezione II,  sentenza  10  ottobre  2008, n. 38517)

In ultima analisi osservo che la norma è rivolta a tutelare l’interesse dello Stato ad impedire che la privata violenza si sostituisca all’esercizio della funzione giurisdizionale in occasione dell’insorgere di una controversia fra privati.

 

ESEMPIO  DI   UN  CAPO   DI  IMPUTAZIONE  

Del delitto previsto e punito dall’articolo 392 c.p. poiché, per esercitare il voluto diritto di allontanare il proprio conduttore ……….dall’appartamento di sua proprietà, dopo che lo stesso aveva rifiutato di lasciare l’immobile alla scadenza del contratto di locazione, potendo ricorrere al giudice si faceva arbitrariamente giustizia da sé entrando nell’appartamento, mentre il predetto conduttore era assente, tanto da sostituire la serratura della porta d’ingresso.

Fatti avvenuti in…….(Luogo e data)

(1) Risponde del reato di cui all’art. 392 c.p. il proprietario di un immobile che, una volta scaduto il contratto di locazione, di fronte all’inottemperanza del conduttore dell’obbligo di rilascio, anzichè  ricorrere  al  giudice  con  l’azione  di sfratto, si fa ragione da sè, sostituendo la serratura della porta di accesso e apponendovi un lucchetto. Cassazione  penale,  sezione  VI,  sentenza  15  marzo  2005,  n.  10066

(2) La violenza sulle cose, che integra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, può consistere in un mutamento di destinazione che ne impedisca l’uso per un apprezzabile periodo temporale ed in modo effettivo. Cassazione  penale,  sezione  VI,  sentenza  2  febbraio  2009, n. 4373

(3) Questo comma è stato aggiunto dall’art. 1 della Legge 23 dicembre 1993, n. 547, recante modificazioni e integrazioni alle norme del codice penale e di procedura in tema di criminalità informatica.

(4) Il delitto di ragion fattasi, in quanto delitto ad evento, la cui realizzazione presuppone il raggiungimento dello scopo perseguito dall’agente, ammette la configurabilità del tentativo. Cassazione  penale,  sezione  V,  sentenza  29  gennaio  2008, n. 4456

(5) Quando una condotta apportatrice di fastidio, difficoltà od impedimento a terzi non arrechi al soggetto che la estrinseca alcun vantaggio nè  gli tutela alcun diritto, ma sia palesemente mirata anzichè  alla difesa  dei propri  interessi, contro un’altra persona, non è ravvisabile il fine di farsi ragione da sè nè  il dolo specifico, postulati dall’art. 392 codice penale, ma l’intenzione di disturbare e molestare altri per un motivo che si qualifica biasimevole per lo stesso fatto di essere contra legem. In tal caso è, quindi, sussistente la contravvenzione  di cui all’art. 660  codice  penale. Cassazione  penale,  sezione  I,  sentenza  2  ottobre  1986,  n. 10235

(6) Il delitto di estorsione si differenzia da quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con minaccia alla persona non tanto per la materialità del fatto, che può essere identica, quanto per l’elemento intenzionale, atteso che nell’estorsione l’agente mira a conseguire un ingiusto profitto, con la coscienza che quanto pretende non gli è dovuto, mentre nell’esercizio arbitrario egli agisce al fine di esercitare un suo preteso diritto, con la convinzione che quanto vuole gli compete. Cassazione  penale,  sezione  II,  sentenza  9  dicembre  2003, n. 47089


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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