Danno biologico - danno morale e risarcibilita'
Condividi su Facebook | Discuti nel forum | Consiglia | Scrivi all'autore | Errore |

Articolo del 12/01/2010 Autore Dott.ssa Marinella Russo Altri articoli dell'autore


Il Legislatore  consapevole che si “dibatte” tra danno morale, danno biologico e sua risarcibilità.

Il fascino dell’antico che regge l’onda d’urto del nuovo .

Indiscutibile attualità della sentenza della Consulta n. 184 del 14.07.1986   .

La tematica del danno  biologico, o danno alla salute o danno alla persona, sempre oggetto di autorevoli attenzioni sia dottrinarie  che giurisprudenziali, ha subito nel tempo  una indiscutibile evoluzione concettuale.

Un inizio di  evoluzione è senza meno  da rinvenire  nella pronuncia della Corte Costituzionale   n. 184 del  14.07.1986  la quale  pur non prendendo una chiara posizione sulla natura del danno biologico  ha inteso principalmente distinguere il danno primario alla salute, dai danni consequenziali.

Invero , la Consulta  volle allora nettamente e comprensibilmente separare il danno biologico come risultante dal combinato disposto degli artt. 32 Cost. e 2043 c.c., dal danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., elaborando  in fieri quella che le SS. UU. n. 2515/2002 avrebbero poi riconosciuto come sovrastruttura teorica  del danno evento e del danno consequenziale. Ma di questo si dirà nel prosieguo.

L’evoluzione concettuale di cui si diceva  è stata proprio nell’ammissibilità della risarcibilità del danno alla salute  anche nel caso in cui lo stesso trovasse fondamento nella commissione di un semplice  illecito civile e non  anche in un fatto-reato.

Ma , in definitiva , che vuol dire “diritto alla salute”?

Sarebbe senza meno riduttivo  pensarlo come un diritto semplicemente  riconducibile all’art. 32 della Costituzione, o peggio come  la giusta “pretesa” alle prestazioni  approntate dal Servizio Sanitario Nazionale o come  diritto  pieno ed assoluto ( o quasi)  di gestire  il proprio corpo come meglio si ritiene.

In effetti l’essere umano non  è considerabile come  un semplice binomio corpo-mente, esso è una indissolubile unità psico-fisica  da tutelare  pienamente in ogni sua manifestazione , da tale considerazione  “evolutiva”  deriva la fattispecie  del danno biologico .

L’aspetto  forse  che offre spunti maggiore di interesse e di attenzione  è quello che afferisce  proprio alla definizione di “ danno biologico ” tout-court; in effetti quando si parla  di danno biologico   ci si sta riferendo  a lesioni  cagionate  all’integrità psico-somatica dell’individuo, e ciò indipendentemente da qualsivoglia connotazione patrimoniale si volesse dare alla funzione risarcitoria  a fronte del danno subito.

Il problema dominante,  che ha visto dottrina e giurisprudenza  l’una contro l’altra armate deporre le armi e concordemente affermare  la risarcibilità del danno biologico rinvenendone la ratio ora nell’art. 2043 c.c.  ora nell’art. 2059 c.c. , è stato senza dubbio la creazione di un “tertium genus”  di danno risarcibile  da collocare   a ridosso  del danno patrimoniale stricto sensu e del danno morale.

La verità era allora  e forse è ancora oggi  che la confusione è tanta ed imperante , confusione di idee,  di concetti  di definizioni   che vanno alla ricerca di una giusta collocazione e di un chiaro riconoscimento   nella tormentata tematica  , cara la mondo del diritto,   del risarcimento del danno alla persona.

 Nella annosa e tormenta questione barlumi di luce cominciarono ad intravedersi  proprio sul finire degli anni ’80  laddove ciò che rimaneva da definire   almeno nelle linee essenziali ,da sviluppare poi , erano i criteri  di liquidazione del danno.

Un decennio  appunto di fermento  che merita un approfondimento sul dibattito che dominò  il  tema  in narrativa   e che ha generato dei punti fermi , tutt’oggi  punti di riferimento sulla  tematica in esame.

Innanzitutto prima del 1974 la Giurisprudenza   era ondivaga , oscillava  nel qualificare il danno alla salute , il danno patrimoniale   e il danno morale.

La forzatura  è evidente laddove si consideri  che  costringere la tipologia “dannosa” palettizzandola  tra danno  patrimoniale ( da intendere come diminuzione  di guadagni ascrivibile alla ridotta capacità lavorativa)  e danno morale( da intendere  come somma  di sofferenze fisiche e morali , un vulnus all’esistenza del soggetto) , significa  costringere in tale asfittica categoria   , rigidamente alternativa nella sua assoluta “dualità” componenti risarcitorie che da un lato  avrebbero potuto non essere incidenti sul  patrimonio e dall’altro magari   non essere rappresentative di altro vulnus magari  compromissorio   di altri aspetti della vita di relazione del danneggiato come per esempio un eventuale danno  alla vita di relazione  , alla vita sessuale  ecc… .   .

In secondo luogo l’elaborazione  concettuale di “ danno biologico ” è servita  a focalizzare l’attenzione  su un nuovo sistema  di risarcibilità del danno alla persona che da un lato  valesse ad eliminare   palesi ingiustizie ed evidenti iniquità , dall’altro smascherasse gli artifizi cui la giurisprudenza aveva dovuto fare ricorso  per liquidare  danni che tuttavia  non compromettevano la sfera patrimoniale.

 Un nuovo approccio metodologico , dunque  , ma che nasceva con  un “peccato originale” quello di essere stato ancorato alle disposizioni normative di cui all’art. 2059 c.c.  quindi  quello  di configurare  il danno alla salute  come danno non patrimoniale.

Infine dopo  quasi un decennio di fermento , a metà degli anno ’80  la giurisprudenza di merito e quella di legittimità scelsero di assestarsi e assegnarono alla norma di cui  all’art.2059 c.c.  un “ ruolo di strumento aggiuntivo”  che valesse a far emergere  quella indefettibile componente  sanzionatoria   che pure  in una equilibrata configurazione dei fatti illeciti non potesse  essere disgiunta  dalla  pur preminente ed indefettibile   funzione  riparatoria  del risarcimento del danno patito.

Una  voce  di dissenso avverso la sentenza in narrativa si è levata  dal Convegno sulla responsabilità civile e prevedibilità del danno , tenutosi  a  Milano nel  dicembre 1986. 

Dal meeting sono emerse  da un lato  critiche  in punto di merito, dall’altro rilievi e perplessità  in ordine alla effettiva incisività  della sentenza in parola  sul tessuto concettuale   cui essa stessa era sottesa , infine un invito  a non leggerla facendosi trascinare da facili entusiasmi  tributandole    effetti solutori  e definitivi dell’annosa questione   afferente  il problema del risarcimento del danno alla salute.

Un invito in definitiva a frenare gli entusiasmi , a procedere    con i cc.,dd. Piedi di piombo  su un terreno minato   disseminato di insidie ancora tutt ‘altro che da ritenere  dissolte , questo  il resoconto del meeting tenutosi a Milano a sei mesi dalla pronuncia  della Consulta.

Analizziamo le critiche  mosse .

La prima critica   fu concentrata  sulle argomentazioni seguite dalla Consulta  nel coordinare i precetti costituzionali ( art. 32 cost)  con le norme  privatistiche ; si affermò infatti che l’art.32 Cost. riguarderebbe soltanto  i rapporti  tra autorità pubblica  e cittadini  posto che il medesimo altro non sancisce se non  l’impegno programmatico dello Stato  ad intervenire con adeguati  provvedimenti atti alla realizzazione   della protezione della salute  dei cittadini ,appunto. Per  di più , la policy giudiziaria, collegata al principio della risarcibilità del danno alla salute, sarebbe , secondo la critica in parola,  permeata di una eccessiva carica ideologica in quanto pervasa  da un egualitarismo  vecchia maniera  ( per tutti stesso risarcimento svincolato dalla posizione sociale e dal reddito) un inaccettabile appiattimento dunque,  in netto contrasto se non in contro-tendenza  con il principio di “equo apprezzamento “ del giudice  che nella liquidazione del danno  è tema centrale e dominante.

La seconda critica fu rivolta al fatto  che la sentenza   non  identificò , come avrebbe dovuto invece fare, il danno non patrimoniale  con quello morale ; in tal modo  si censurò  il fatto che si erano gettate le basi  per la successiva riconduzione  della risarcibilità del danno biologico nell’alveo del disposto normativo dell’art. 2043 c.c. ; si sottolineò in definitiva   il contrasto tra  quanto affermato nella sentenza 184\1986   con quanto si affermo nella sentenza della Consulta    n. 88\1979  laddove fu data una definizione  di danno non patrimoniale  così ampia  da ricomprendervi anche quello alla salute,  ed infatti  la predetta antesignana pronuncia della Consulta   così affermò “…omissis… Invero gli artt. 2059 del codice civile e 185 del codice penale, nel loro combinato disposto, espressamente stabiliscono che, ove un reato sia commesso, il colpevole é tenuto anche al risarcimento dei danni non patrimoniali. L'espressione "danno non patrimoniale", adottata dal legislatore, é ampia e generale e tale da riferirsi, senza ombra di dubbio, a qualsiasi pregiudizio che si contrapponga, in via negativa, a quello patrimoniale, caratterizzato dalla economicità dell'interesse leso. Il che porta a ritenere che l'ambito di applicazione dei sopra richiamati artt. 2059 del codice civile e 185 del codice penale - contrariamente a quanto affermato nell'ordinanza di rimessione - si estende fino a ricomprendere ogni danno non suscettibile direttamente di valutazione economica, compreso quello alla salute.

Il bene a questa afferente é tutelato dall'art. 32 Costituzione non solo come interesse della collettività, ma anche e soprattutto come diritto fondamentale dell'individuo, sicché si configura come un diritto primario ed assoluto, pienamente operante anche nei rapporti tra privati. Esso certamente é da ricomprendere tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione e non sembra dubbia la sussistenza dell'illecito, con conseguente obbligo della riparazione, in caso di violazione del diritto stesso.

Da tale qualificazione deriva che la indennizzabilità non può essere limitata alle conseguenze della violazione incidenti sull'attitudine a produrre reddito ma deve comprendere anche gli effetti della lesione al diritto, considerato come posizione soggettiva autonoma, indipendentemente da ogni altra circostanza e conseguenza. Ciò deriva dalla protezione primaria accordata dalla Costituzione al diritto alla salute come a tutte le altre posizioni soggettive a contenuto essenzialmente non patrimoniale, direttamente tutelate.

In definitiva  si stigmatizzò una sorta di …passo indietro nella definizione della tematica.

La terza critica  censurò la pronuncia sotto il profilo  della sua qualificazione.

La perplessità derivò dalla constatazione del fatto che essa fu  sentenza interpretativa di rigetto  donde l’impossiiblità   procedurale di fornire  una soluzione definitiva  alla problematica della  risarcibilità  del danno biologico .

Queste esaminate le critiche emerse nel corso del richiamato Convegno “decembrino” tenutosi a Milano.

Si vuole tentare  di rispondere   nel  modo più convincente possibile alle censure  mosse alla sentenza   in parola.

Innanzitutto l’idea che l’art. 32 Cost. sia da  ricondurre  ai soli rapporti tra Stato e cittadino  è idea più volte  avversata dalla stessa Consulta  la quale   nello svolgere in pieno la propria funzione istituzionale   ha più volte   ricostruito a livello ermeneutico il corretto significato da tributare alle norme costituzionali tout-court .

 Il richiamo alla integrità fisica   ( rinvenibile anche negli artt.  5  e 2087 c.c.)  non è equipollente  a quello di “ salute” ; invero quest’ultimo , a differenza del primo è suscettibile oltre  che di conservazione anche di miglioramento.

La discussione poi intorno alla natura programmatica  o precettiva  dell’art.32 Cost. non risulta essere fondamentale per la soluzione  del caso concreto; infatti una rilettura in chiave costituzionalistica  delle norme privatistiche ( nella fattispecie  quella  circa l’ingiustizia del danno  cagionato  che obbliga colui che l’ha commesso a risarcirlo , art. 2043 c,.c.)  da sola basterebbe a sorreggere  la tesi di una assoluta consacrazione   del principio  di tutela della salute.

Infine quella che  è stata stigmatizzata  come  una inaccettabile ridondanza  ideologica  proveniente dalla”prima  giurisprudenza genovese”  che pretendeva  un livellamento  dei parametri di liquidazione dl danno   ancorandolo al reddito nazionale medio pro-capite,  è stata di gran lunga superata  da più attente e sensibili pronunce  di merito  le quali hanno affermato ( trovando peraltro conferme nell’enunciato della Consulta )  che valutare il danno alla salute implica   il  non poter prescindere   da un’uniformità indennitaria “di base”  laddove poi  vanno integrati con essa componenti di elasticità e flessibilità tali da  adeguare  la liquidazione del danno alla effettiva e soggettiva incidenza   dell’accertata menomazione  che inciderà sulla qualità della vita  del danneggiato. Ed infatti  la Consulta così deliberò in proposito      “ omissis…. Va precisato che non si é inteso qui proporre un'assolutamente indifferenziata, per identiche lesioni, determinazione e liquidazione di danni: ed in proposito é da ricordare la recente giurisprudenza di merito che assume il predetto criterio liquidativo dover risultare rispondente da un lato ad un'uniformità pecuniaria di base (lo stesso tipo di lesione non può essere valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto: é, infatti, la lesione, in sé e per sé considerata, che rileva, in quanto pregna del disvalore giuridico attribuito alla medesima dal divieto primario ex artt. 32 Cost. e 2043 c.c.) e dall'altro ad elasticità e flessibilità, per adeguare la liquidazione del caso di specie all'effettiva incidenza dell'accertata menomazione sulle attività della vita quotidiana, attraverso le quali, in concreto, si manifesta l'efficienza psico - fisica del soggetto danneggiato.” 

Per quanto riguarda poi l’interpretazione restrittiva  dell’art.2059 c.c.  è vero che la Corte  pare abbia invertito “la rotta” rispetto alla pronuncia n. 88\1979 , ma è del pari vero che   quest’ultima non era immune da vizio di contraddittorietà nella parte motiva del suo deliberato   laddove   affermava dapprima che “ omissis…  non ha invero fondamento giuridico l'assunto riguardante la asserita sussistenza, nel nostro ordinamento, di un diritto incondizionato al risarcimento del danno non patrimoniale, del quale peraltro l'art. 2059 cod. civ. consentirebbe il risarcimento solo se il fatto che lo ha determinato costituisca reato. L’art. 2059 cod. civ., nel disporre che il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi previsti dalla legge, lungi dal riconoscere l'esistenza di un diritto a tale risarcimento, limitando poi la facoltà di agire ai casi stabiliti dalla legge, prevede al contrario che il diritto stesso sorga solo nei casi da questa determinati. Il riferimento al risarcimento, contenuto nella norma sopra indicata, é pienamente appropriato in quanto esso costituisce il contenuto del diritto attribuito dalla legge; ciò che l'art. 2059 presuppone é la mera esistenza di un danno non patrimoniale, al quale attribuisce poi rilevanza giuridica come fonte di obbligazione limitatamente alle ipotesi espressamente previste. Tale limitazione riguarda quindi l'oggetto del diritto e non l'esercizio di esso.”

Vero quindi , una evidente contraddittorietà tra una dilatazione assoluta verso la onnicomprensività   da una parte del concetto di danno risarcibile fino a ricomprendervi anche il danno alla  salute  e una  assoluta restrittività  delle ipotesi di risarcibilità, palettizzate  nella non patrimonialità del danno.

Ma è proprio a tale contraddittorietà che si è voluto porre rimedio risollevando le questioni di   illegittimità costituzionale  del citato articolo 2059 c.c.

 Del resto la riconduzione del danno biologico nell’ambito dell’art.2043 c.c. , secondo l’indirizzo dettato dalla Consulta con la sentenza 184\1986 , non risulta riconducibile  all’interpretazione dell’art.2059 , quanto piuttosto  pare trattarsi di una sorta di presa di posizione da valutare autonomamente  ed indipendentemente da quest’ ultimo .

Del resto se anche la Consulta avesse voluto accedere   ad una interpretazione  estensiva  dell’espressione “danno non patrimoniale” , confermando così la sentenza  88 del 1979 , avrebbe ugualmente   potuto confermare  la patrimonialità  del danno biologico   evidenziando  due presupposti a tal fine  ben precisi .

il primo  sarebbe stato  che sia la patrimonializzazione  che la non patrimonializzazione   di un simile danno    sarebbero stati indipendenti  dalla natura  dell’interesse  al contrario dipendendo  dalla possibilità di valutare   il danno stesso  secondo criteri oggettivi ed uniformi;

il  secondo sarebbe stato che per quanto estesa potesse essere  l’interpretazione  dell’art.2059 c.c. essa comunque non avrebbe potuto dilatarsi fino al punto da ricomprendere   una figura di danno che come quello alla salute , non può essere liquidato secondo criteri  oggettivi ed uniformi.

Per quanto riguarda invece  i rilievi critici  mossi alla sua  qualificazione    , sembrano giustificati, soprattutto alla luce dell’osservazione che la sua ridondanza stilistica nella stesura degli enunciati  nonché la sua prolissità  mal si adattano ad una sentenza interpretativa di  rigetto.

Quanto invece alla sua effettività incidenza  , è risaputo  che ove la Consulta decida  con sentenza interpretativa di rigetto , non ha veste istituzionale   per contribuire  al formarsi un orientamento giurisprudenziale   di diritto comune    in punto di c.d. “diritto vivente”. Comunque  la critica  non convince  soprattutto se si considera che   essa trascura di considerare   che le sentenze della Consulta  sono pur sempre delle prese d’atto   di indirizzi dottrinali e giurisprudenziali  consolidati  nei giudizi di legittimità della Corte di Cassazione , la quale ultima peraltro  ha affermato la risarcibilità del  danno biologico .

Giusto appare , invece , il rilievo  che la sentenza pare  definire   una volta e per tutte  l’annosa questione   sulle “nuove frontiere” della risarcibilità del danno alla persona , ingiusto  invece  il consiglio avanzato da qualuno di considerarla “tamquam non esset”…data peraltro la sua ancora assoluta attualità.

Fin qui le critiche  altrui….. chi scrive ritiene   equilibrato accedere ad una lettura più pacata , meno trionfalistica   degli enunciati ; pare di intravedere si luci , ma anche ombre.

Merita  per esempio di essere apprezzato il riferimento al prezioso apporto riconosciuto ai medici-legali , quasi a sottoscrivere una sorta di sodalizio  tra teoria e prassi , necessario per una compiuta definizione  della fattispecie considerata .

Peraltro deve anche considerarsi  la chiara e netta distinzione  tra danno alla salute , risarcibile ex art. 2043 c.c. , e il danno patrimoniale che si estende fino ai confini del danno morale  e subiettivo risarcibile  ex art. 2059 c.c. . Così operando la Consulta   “ha salvato” da censure di illegittimità costituzionale  non solo la norma dettata nell’art. 2059 c.c.  ma le ha anche attribuito un ruolo ben preciso  da svolgere in previsione di un rafforzamento  dei connotati preventivi e sanzionatori della responsabilità civile ; infatti non risponde al vero affermare  che solo il danno non patrimoniale  possa essere suscettibile di valutazione equitativa mentre   quello patrimoniale potrà essere liquidato solo in base a criteri oggettivi e standardizzati .

 Invero si evidenzia che  anche il danno patrimoniale può essere valutato in via equitativa  ( si pensi  alla liquidazione in base a quelle che all’epoca erano le “tabelle infortunistiche”) se infatti la liquidazione del danno apparisse  inadeguata rispetto alla fattispecie  concreta  il giudice ben potrebbe accedere ad una valutazione equitativa dello stesso; si pensi in tal senso anche  al comma 2 dell’art. 2056 c.c.  che  è stato ritenuto  estendibile anche all’illecito contrattuale  e , allora de jure condendo , ora de jure condito , anche a  quello Aquiliano e ancora  all’art. 1226 c.c. .

Si può pertanto affermare, si ritiene,  che  la sentenza in parola  all’epoca fu anticipataria  di un sistema di liquidazione del danno biologico , oggi  continua  ad esprime  assoluta valenza nelle indicazioni allora dettate  soprattutto in considerazione che da essa in poi  sembra non esserci più spazio alcuno  per altri eventuali allargamenti concettuali delle singole voci di danno,. Come si dirà nel prosieguo.

A sostegno di quanto testè appena affermato  si evidenzia che  all’epoca della pronuncia  in parola solo tre componenti risarcitorie fossero compiutamente identificabili.

La prima  scaturente dal danno alla “integrità psico-fisica”  , o altrimenti detto  danno biologico o danno alla salute e danno alla persona che dir si voglia; la seconda  scaturente   dal “lucro cessante” ( in tal caso se la vittima non avesse in ipotesi  o nei fatti un lavoro  o se non fosse ancora definita la sua attività lavorativa si definirebbe il danno in visione prospettica  cercando di identificare  il probabile coefficiente  di guadagno futuro) ; la terza  scaturente  dal danno non patrimoniale ovvero dal danno morale e soggettivo .

 Ma cosa accadrebbe  se rimanesse indimostrata la sussistenza del danno biologico ? Inevitabilmente  anche quello patrimoniale e quello non patrimoniale ne seguirebbero la sorte .

 A tale conclusione si perviene  qualora si riconosca la funzione centrale del danno biologico   come danno alla persona ,  esso deve essere  una componente centrale del danno alla persona, appunto, alla quale andranno ad aggiungersi ,come logici ed indefettibili corollari , altre componenti (solo in presenza delle quali come per esempio l’esistenza di un reato a fronte della riconoscibilità del danno morale)  nonché l’esistenza di fattispecie  probatorie  certe per  la sussistenza  di altre figure  di danno patrimoniale “stricto sensu”,  permetteranno di  considerare  reale e provata l’esistenza del danno biologico e quindi la “suitas” a livello di risarcibilità. 

Tanto premesso si perviene ad un triplice ordine di  considerazioni in ordine al  nuovo metodo di liquidazione  del danno biologico ,   le cui linee guida sono state tracciate dalla sentenza in parola; in primis  la consacrazione in posizione assolutamente  preminente del risarcimento del danno biologico ( risarcimento che assorbe in sé tutte le componenti che per tradizione sfuggivano alla distinzione tra danno patrimoniale  e danno morale) come conseguenza dell’ “iniuria” arrecata  al bene giuridico  primario e fondamentale, costituzionalmente protetto  e “confinato” negli elasticissimi confini  della’rt. 2043 c.cc.  ; in secundis  , ed eventualmente ,  il risarcimento del danno patrimoniale  ( nelle  concretizzazione, quindi,  monetaria del lucro cessante  sempre dopo che sia stato accertato  il danno biologico e ciò sarà possibile solo se coesisteranno   e quindi potranno ciascuno conservare una propria  autonomia svincolata  da influenze  o assorbimenti reciproci ) ; in tertis verrà in considerazione il danno non patrimoniale  risarcibile ex art. 2059 c.c.  e scaurente da tutte  e sole quelle specifiche fattispecie  la cui condotta deriva dalla commissione di  fatti costituenti reato; in effetti  sarà un danno sostanzialmente morale e subiettivo che si configurerà come elemento perturbatore degli stati d’animo del soggetto offeso , il suo ambito operativo  , la sua “gittata offensiva” sarà limitata “ai casi stabiliti dalla legge (( art. 89 c.2 c.p.c. – art. 185 c.2 c.p. – art. 187 c.p. -  art. 189 c.p. ) . Ovviamente questa “riserva di legge “ stabilita ex art. 2059  non osta all’ampliamento  dei casi già tipizzati  ma ovviamente  sarà necessario che tale eventuale ampliamento   non implichi solo e in buona sostanza   soltanto  una componente risarcitoria  , dai tratti consolatori, di un semplice patema d’animo che già altrove  trova il suo soddisfacimento.

Ma quando sopra si è detto …luci ed ombre e quindi toni smorzati e meno trionfalistici della chiave di lettura dell’enunciato ,  e fin qui  qualcosa  è stato evidenziato , si intendeva in definitiva  riferirsi a quello che  si ritiene  il problema centrale . Individuati  i parametri sostanziali finora  enucleati,il nucleo del problema  è ravvisabile senza meno in quello relativo alle tecniche di risarcimento  ( in effetti la Consulta  non affrontò il problema neanche lo accennò).

In definitiva sono state dettati principi, si sono enucleati  concetti , sono stati delineati nuovi confine e nuove frontiere della risarcibilità del danno in sé ma nulla  la Consulta  ha detto  in tema  di metodologia  liquidatoria del danno ( forse neanche avrebbe potuto , in definitiva essa era sentenza interpretativa di rigetto non  di accoglimento non manipolativa ).

Nel tempo immediatamente a ridosso dell’enunciato in parola e per  buona parte  degli anni ’90  , né dottrina  né giurisprudenza territoriale  hanno di fatto proposto un indirizzo da  poter ritenere predominante . Anzi,  nella immediatezza della pronuncia  , i deliberati delle Corti di merito sembravano essere animati” dal sacro fuoco”  di fare in qualche maniera “tendenza”, si è assistito a pronunce assolutamente discordanti   laddove per esempio la percentuale di invalidità pur essendo la medesima ha tuttavia sortito effetti  risarciti  diversi  a seconda dell’Ufficio giudiziario che l’accertava.

Il vero nodo gordiano da sciogliere  sarebbe stato proprio   questo , nessuno poteva immaginarlo ,ma sarebbero stati necessari lunghi anni  di assestamento dottrinale e giurisprudenziale  prima che  si pervenisse , nel silenzio legislativo  durato ben oltre gli anni ’90 , ad un punto di incontro che  mitigasse  le diverse tesi prospettate.

Infatti,  dopo la decisione della Consulta n.184/1986, il diritto vivente ha elaborato una nozione complessa di danno biologico , inclusiva della componente della menomazione fisica e psichica  e della componente attinente alla sfera della persona, scomposta in “sottovoci storiche”.

Risulta di palmare evidenza  che se la sentenza n.184/1986 incluse nel danno alla salute, tanto l’ aspetto statico che quello dinamico, tuttavia la prassi giudiziaria si spinse al punto da attuare una dilatazione del danno biologico , prassi criticata  poi dalle decisioni del 2003 in poi.

Queste, infatti, dismettendo la  tendenza dilatativa , operarono una netta distinzione delle voci del danno non patrimoniale e definirono il danno biologico stricto-sensu  come la lesione dell’interesse costituzionalmente garantito, alla integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico-legale, confinandolo negli angusti limiti di una  mera patologia.

Sarà  la sentenza n.24451/2005 a  riscrivere la storia del danno biologico , ma ometterà  di menzionare l’approdo giurisprudenziale del 2003, così da potere più agevolmente giungere al punto di arrivo, individuato nella definizione unitaria del danno biologico , espressa in modo  dapprima sintetico nell’art. 5 della L. n.57/2001, ma poi  analitico nel D. Lgs. n.209/2005 (artt. 138 e 139).

Secondo Cass. n.24451/2005, il legislatore avrebbe “sposato” la pluridimensionalità del danno biologico , per cui il D. Lgs. n.209/2005 non avrebbe carattere innovativo, ma semplicemente recettizio di una tradizione giurisprudenziale ormai consolidata, non più ondivaga.

La verità è che rispetto al diritto vivente, quale risulta dalle decisioni interpretative e sistematiche del 2003, il codice delle assicurazioni ha effettuato una vera e propria virata ( C. Lo Giudice, ?La svolta del codice delle assicurazioni private in tema di danno non patrimoniale , altalex.com 7/3/2006).

 Se, però, la storia del danno biologico come ricostruita da Cass. n. 24451/2005 è fumosa, il punto di arrivo è senz’altro apprezzabile e richiede un approfondimento.

Per la Cassazione, l’antecedente normativo è rappresentato dalla definizione legislativa di danno biologico contenuta nell’art. 5 della L. n.57/2001.

 La definizione legislativa di danno biologico contenuta nell’art. 5 della L. n.57/2001,  enunciata in maniera sintetica,si contrappone a  quella invece più recente, dettata dal codice delle assicurazioni, che  risulta essere  , senza meno, analitica.

 In altre parole, mentre la L. n.57/2001 definiva il danno biologico in termini di lesione della integrità psicofisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale, aggiungendo la necessità della personalizzazione in relazione alle condizioni soggettive del soggetto offeso/danneggiato, il D. Lgs. n.209/2005 definisce analiticamente il variegato  contenuto del danno biologico .

In particolare, secondo Cass. n. 24451/2005 l’attuale essenza concettuale  del   danno biologico è pluridimensionale ed insieme unitaria.

La novità rispetto al precedente orientamento è che, mentre per la giurisprudenza del 2003, ad essere pluridimensionale era il danno non patrimoniale (trino, in particolare, come è stato detto perché comprendeva il danno morale soggettivo, il danno biologico in senso stretto e il danno da lesione di ulteriori interessi costituzionalmente protetti ), per la Cass. n.24451/2005, pluridimensionale è il danno biologico .

Le conseguenze riconducibili a tale nuova visione di insieme sono di assoluto interesse .

La dimensionalità si riferisce al contenuto, e ne indica anche la estensione.

Tale “ tripartizione” della fattispecie fattuale di danno non patrimoniale  consentì pertanto una triplicità risarcitoria del danno non patrimoniale; ciò si realizza di fatto  in presenza di lesione alla integrità psicofisica della persona, con il conseguente rischio concreto di discutibili se non di indebite duplicazioni risarcitorie, dovute alla coesistenza di pregiudizi (non patrimoniali), concernenti ambiti tra loro, almeno in parte, sovrapponibili.

Sostenere, invece, la pluridimensionalità del danno biologico (e non già del danno non patrimoniale) significa, non solo evitare di “miniaturizzare” la fattispecie   danno biologico ,  di fatto fino a comprimerla  riducendola alla sola componente a riscontro scientifico della menomazione psicofisica, ma significa operare , da un lato  una valutazione totale del danno biologico reale, nel suo dimensionamento complesso, dall’altro  considerarlo unitario ed onnicomprensivo di ogni altro omogeneo pregiudizio che non sia  soltanto non economico.

Quelle che prima erano ritenute componenti del danno non patrimoniale, devono considerarsi oggi, multiforme atteggiarsi  del danno biologico non patrimoniale.

La Corte di Cassazione (n. 24451/2005) nel riferirsi alla componente del danno biologico attinente alla sfera della persona (in aggiunta alla componente a prova scientifica della menomazione psicofisica che esige un accertamento ed una valutazione medico-legale), parla di “sottovoci storiche” e le individua nel danno alla vita di relazione, nella perdita delle qualità della vita personali in relazione al concreto vivere della persona attiva, nella perdita delle qualità relazionali, sociali e lavorative.

Secondo la S.C. il codice delle assicurazioni ha analiticamente definito le quattro dimensioni essenziali del danno biologico , aggiungendo alle prime due (dimensione psichica e fisica, a prova scientifica), la incidenza negativa sulle attività quotidiane (come danno biologico per la perdita delle qualità della vita, in concreto subìto, che subito gli esistenzialisti considereranno tale) e la perdita degli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato (che invece attengono alla vita esterna, non solo a rilevanza sociale, ma anche culturale e politica, inclusa la perdita della capacità lavorativa generica per lo meno in visione prospettica di produzione di reddito).

Quindi, anche il danno alla capacità lavorativa generica, a differenza del danno alla capacità lavorativa specifica, ha natura non patrimoniale e non è scindibile dal punteggio complessivo del danno biologico .

 Il complesso dimensionamento del danno biologico , come definito dalla Cassazione, richiede una chiarificazione.

 Poco conta stabilire il numero esatto delle dimensioni o voci del danno biologico , se non al fine della doverosa considerazione e valutazione del danno biologico reale;  quel che veramente importa evidenziare è la onnicomprensività del danno biologico dalla quale scaturisce una valutazione totale ed unitaria del medesimo pregiudizio non patrimoniale.

In altri termini, non è rilevante stabilire se una determinata perdita del valore uomo rientra nella terza o nella quarta, ovvero in altra delle dimensioni del danno biologico indicate dalla Cassazione; quel che importa è la considerazione delle varie perdite, da un lato, e la loro valutazione globale, dall’altro, il loro concorso , quindi , alla quantificazione del danno.

 La pluridimensionalità non comporta un’operazione di rigido incasellamento, ma esprime una necessità valutativa di un insieme di pregiudizi non economici, in presenza del danno primario da lesione della integrità psicofisica della persona.

La consequenzialità espressa dalla Corte costituzionale nel 1986 è oggi da intendere, non come separazione di danni (tra loro omogenei, in quanto aventi la medesima natura) da liquidare autonomamente, ma come pluridimensionalità dello stesso pregiudizio non patrimoniale biologico. Se così è, non solo la componente esistenziale rientrerà nel danno biologico -come espressamente riconosciuto da Cass. n.24451/2005- ma vi rientrerà di diritto anche (e soprattutto) la prima “voce storica” del danno non patrimoniale, rappresentata dal danno morale soggettivo.

Invero la neo concezione  concettuale  di danno biologico ha ampliato l’originaria dimensione del danno morale soggettivo, sovrapponendosi ad esso ( C. Lo Giudice, La svolta del codice delle assicurazioni  cit.). D’altra parte, l’esplicito riferimento al danno biologico per la perdita delle qualità della vita personali non può non riguardare la sofferenza che sicuramente incide sul modo di essere del soggetto, facendo scadere la qualità esistenziale del suo vivere quotidiano , della sua convivenza  quotidiana con gli esiti del vulnus subito. 

Il dolore come danno alla qualità della vita, al nucleo motore della vita, conserva indubbiamente una propria autonomia (come danno non patrimoniale di tipo non biologico), in mancanza di un danno alla integrità psicofisica medicalmente accertabile, ma costituisce una inscindibile componente del danno biologico , ricorrendo una menomazione della sfera somatopsichica. E’ importante evidenziare che, secondo la sentenza n.24451/2005, il giudice deve considerare l’entità del danno biologico a seguito dell’accertamento medico-legale ed apprezzarne la portata  “individuale” , sempre che tali componenti  , danno ed accertamento , siano state oggetto rispettivamente  di deduzione e di prova.

 Un’ultima, certamente non secondaria, notazione.

 Rammenta la Cassazione che il concetto di danno  biologico promanante dalla  sent. n.184/1986 della Corte Costituzionale è la diretta conseguenza logica ed ermeneutica della “cerniera”  tra la clausola generale del “ neminem laedere” , contenuta nell’art. 2043 c.c. e il precetto di cui all’art.32 Cost. che, letto in chiave privatistica, tutela il fondamentale diritto alla salute dell’individuo, più che  mai rispetto ai rapporti intersoggettivi.

Il nuovo assetto concettuale  del danno biologico a fattispecie pluridimensionale, per Cass. n.24451/2005, trova ratio normativa a fortori nel disposto di cui all’art. 3, c.2, della Costituzione laddove dal combinato disposto ( degli artt. 2043 c.c. , art. 32 Cost. e art. 3 comma 2 Cost.)  deriva un ulteriore ampliamento dei riflessi  che il danno può sortire   come ostacolo allo sviluppo della persona umana e del lavoratore, impedendone  la effettiva partecipazione alla vita politica, economica, culturale e sociale della comunità.

Alla luce di tale ultimo ampliamento dei canoni ermeneutici di riferibilità dei riflessi del danno  nella vita   del soggetto , l’ ampliamento anche  del referente costituzionale,  ha  esteso in effetti la tutela da danno biologico ad ogni disposizione che tuteli un valore inerente alla persona, nella specie rilevante, in conseguenza del danno primario alla integrità psicofisica. ( in tal senso cfr. Nota di Calogero Lo Giudice  in  : La Previdenza.it, 03/05/2006).

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Due le domande  che chi scrive ritiene siano da porre :

1) Ma oggi qual è l’atteggiarsi  del Legislatore da una parte e della giurisprudenza dall’altra?

2) E se si provasse a dare una svolta unitaria  , concettuale e monicistica   del danno alla persona sì da potere superare  la sua parcellizzazione  evitandone pericolose  svolte interpretative magari dettate   da fatti soltanto contingenti, storici  e sociali?

Per tentare di rispondere  bisogna  compiutamente  è bene  prendere le mosse dalla seconda delle due domande  poste.

Dire  danno arrecato ad un soggetto significa dire danno arrecato alla persona in quanto tale , al suo insieme  qualunque sia  l’atteggiarsi delle sue manifestazioni ,quindi sia quelle fisiche  che quelle emotive che quelle psichiche  che quelle emozionali , in una parola  nella vita tout-court dell’uomo tout-court , significa parlare di danno arrecato  all’  "ultima unità indivisibile", con ciò volendo indicare il termine  per stabilire  il principio (arché) da cui la molteplicità di entità monodimensionali   è costituita,  ci si sta riferendo  per estensione al concetto “leibnitziano” di monade , di quella sostanza semplice cioè che in greco è definita  Monás e  che significa unità, o ciò che è uno.

In definitiva si sta parlando di  sostanze semplici cioè delle  vite, delle anime.

 Partire da  tale visione monicistica consente di superare la parcellizzazione  dell’elemento “uomo” in tanti aspetti tutti  degni di conferenza  “risarcitoria “ se  danneggiati ma che di fatto in un certo senso appesantiscono  e stancano sia l’interprete che il tecnico distraendolo di fatto dal concetto di fondo cioè che l’uomo è uno ed indivisibile e che in ogni sua manifestazione merita di  essere tutelato.

Premesso ciò  arriviamo “ai giorni nostri “ e con sorpresa  ci rendiamo conto che   una sorta di contrazione dei concetti sopra  richiamati smodatamente amplificati dalla corsa alla  parcellizzazione  degli aspetti   danneggiati degni di tutela risarcitoria  è in atto, e meno male , si aggiunge. Si torna cioè alla dualità danno biologico -danno morale  quest’ultimo compreso in quello biologico nel senso che il risarcimento dell’uno implica necessariamente anche il risarcimento dell’altro.

Invero come  autorevolmente  cristallizzato “ in Cass. Civ. sez. III  del 24.08.2007 n. 17958, il “ canone del Legislatore consapevole “ presuppone un Parlamento attento al diritto  giurisprudenziale  e composto, almeno in parte , da tecnici. Ciò detto , si tratta di un criterio che deve orientare l’interprete verso la scelta ermeneutica più vicina alla volontà sovrana del popoli come rappresentato nelle camere “( nota  n. 2 a  “Il Legislatore smentisce le Sezioni Unite 26972/2008: danno morale e danno biologico , ontologicamente diversi . Deus ex  Machina : DPR 37/2009 di G Buffone  in www.tribunale.varese.it), Legislatore talmente tanto attento  e consapevole   da essere indotto a fare una    espressa  ed univoca “ scelta interpretativa : il danno morale è da trattare  come posta liquidatoria  del tutto autonoma  e non assorbibile  del danno  biologico” (G. Buffone op. cit)  con ciò escludendo la quantificazione di un eventuale danno da patema , da somatizzazione del “pretium doloris   riconducibile alla categoria concettuale   del danno morale non rinvenibile nella codificazione del diritto positivo.

Il Plenum, in particolare, ha concluso nel senso di ritenere che il danno  biologico sia partecipato dal danno morale che ne costituisce una componente, circostanza che impedisce una liquidazione separata delle due voci di pregiudizio (non ontologicamente autonome). Per danno morale, l’interpretazione vigente fino all’11 novembre 2008, faceva riferimento al concetto di «dommage moral», introdotto al fine di salvaguardare l’integrità morale della vittima dell’illecito, bene giuridico

presidiato dall’art. 2 della Costituzione in relazione all’art. 1 della Carta di Nizza,nonchè al Trattato di Lisbona, ratificato dall'Italia con L. 2 agosto 2008, n. 190, che tutela la Dignità umana come la massima espressione della sua integrità morale e biologica (Cass. civ., sez. III, 12 dicembre 2008, n. 29191). Ne veniva costantemente affermata la autonomia ontologica, nell’ambito dell’art. 2059 c.c., assioma che ne rendeva censurabile una liquidazione effettuata, in modo automatico, nella misura pari alla metà del danno biologico (G. Buffone op. cit) 

Tale ultima interpretazione  fu quella consolidata   nel 2003  laddove  le Alte Corti convennero sul fatto  che nei confini pur se astratti , quasi da norma “in bianco” del normato art. 2059 c.c. dovesse essere ascrivibile qualsiasi altro danno di natura non patrimoniale  derivante da vulnus  di interessi  e valori inerenti la persona , danni siano essi  da qualificare come non patrimoniale o come danno biologico   stricto-sensu o come lesione di un interesse  costituzionalmente garantito all’integrità psico-fisica  della persona  scaturente da verifica medico-legale sia infine qualsiasi e ogni altro danno  che possa essere derivato da vulnus a qualsivoglia interesse di rango costituzionale  e inerente la  persona ( in tal senso Corte Cost. n. 233/2003).

In tale ultima accezione  il diritto vivente ha positivizzato nell’art. 2059 c.c. il concetto per cui  danno biologico   e danno morale subiettivo  sono entità diverse non compenetrabili né identificabili l’una nell’altra   posto che il primo lede l’integrità  psicofisica del soggetto , il secondo l’integrità morale ( in tal senso cfr.  Cass. Civ. n. 15760/2006) .

 A poca distanza da tale ultimo indirizzo ma anche  da quello dettato  a stabilizzazione  dalle Sezioni Unite   con la decisione n. 26972/2008 , seppure a regolamentazione di materia peculiare  ( indennità per cause di servizio) vede la luce un intervento legislativo in aperto contrasto con  le linee di indirizzo dettate da ultimo dagli Ermellini a SS.UU ; intervento formalizzato nel DPR n. 37/2009  ; al suo articolo 5  si  introducono criteri legali per la determinazione  della invalidità permanente  ; il dettato normativo prevede  l’utilizzo nella quantificazione di tale tipologia di danno di  indici percentuali da utilizzare in formule matematiche che combinate tra loro  siano in grado di avvicinarsi il più possibile e in maniera il più matematicamente attendibile alla effettiva percentualizzazione dell’invalidità derivante nell’esercizio di una qualsiasi funzione lavorativa.

 Si assiste così all’ingresso , sul panorama della liquidazione dei danni , di  indici quali la percentuale  di invalidità permanente,  di percentuali di danno biologico , di percentuale di danno morale  e infine di indice di percentuale   di invalidità complessiva.

Che dire?

Si ritiene di potere concludere  con l’ autorevolmente il contributo  reso da G. Buffone in opera citata  e quindi lasciare alla riflessione di noi tutti quanto di seguito :

 “Due rilievi sono importanti.

1) Il Legislatore “collega” il danno biologico menzionato nel decreto in commento (37/09) a quello di cui al Codice delle assicurazioni private (d.lgs. 209/05).

2) nella determinazione del danno morale si deve tenere conto della “lesione alla dignità della persona”.

 

E’ chiaro, quanto al primo punto, che il Legislatore va introducendo un sistema risarcitorio del danno biologico compatto ed omologato, come disegnato nel d.lgs. 209/05 (artt. 138, 139), il che rende i teoremi del decreto 37/2009 non certo periferici ma emersione, a valle, di una mens legis unitaria a monte.

E’, evidente, quanto al secondo punto, che il Legislatore richiama la giurisprudenza che ha dichiarato l’autonomia ontologica del danno morale facendone presidio della dignità umana, per come si è già scritto.

Una considerazione è dirompente: il Legislatore, almeno stavolta, è assolutamente chiaro poiché ricorre alle formule matematiche.

L’invalidità complessiva è uguale a: “DB + DM” (…).

Danno biologico che si cumula al danno morale.

Sconfessata, expressis verbis, la tesi della somatizzazione del pretium doloris.

Il ricorso alle “formule matematiche” (DB + DM) ed alle “sigle” (DB, DM) sembra quasi voler scongiurare il rischio di una Torre di Babele interpretativa ove ogni augure assegna al concetto il significato giuridico che più gli aggrada.

Va, comunque, ricordato che il Giudice ha il dovere – in quanto sottoposto alla Legge – di guardare all’intero sistema normativo per evincere l’interpretazione che più delle altre (o unica tra le tante) rispetta la sovranità popolare come espressa dagli organi rappresentativi. Ed, allora, laddove il Legislatore indichi chiaramente un percorso ermeneutico, a questo l’interprete resta vincolato.

Il decreto che si commenta, a questo punto, dovrebbe indurre gli interpreti a rimeditare l’ermeneutica del danno non patrimoniale ex art. 2059 cod. civ. e le sezioni semplici di Cassazione a rimettere, ancora una volta, la questione alle Sezioni Unite per un nuovo esame della questione.

Agli interpreti, formule alla mano, non resta che contare .”

 

Ultima domanda , d’obbligo quando si discute di danni alle persone , alla loro vita alle loro anime  alla loro esistenza alla loro moralità…..ma torneranno i conti?


Dott.ssa Marinella Russo
FUNZIONARIO AGENZIA ENTRATE
^ Vai all' inizio


Articoli correlati

Articoli su Overlex per l'argomento: responsabilità

» Tutti gli articoli su overlex in tema di responsabilità

Siti di interesse per l'argomento: responsabilità





Concorso miglior articolo giuridico pubblicato su Overlex
Clicca qui
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading