Legge islamica: famiglia e figli
Condividi su Facebook | Discuti nel forum | Consiglia | Scrivi all'autore | Errore |

Articolo del 05/11/2009 Autore Dott.ssa Mariagabriella Corbi Altri articoli dell'autore


"ŠARÌ ‘AH": Famiglia e figli

La dichiarazione dei Diritti dell’uomo nell’islam del 1990 stabilisce all’art. 5 che «la famiglia è il nucleo della società e il matrimonio è il fondamento della sua civiltà». Nella società islamica la famiglia è la cellula più importante; il matrimonio è giuridico e non sacramentale, sebbene abbia un valore religioso. Il matrimonio è regolato dalla legge islamica così come risulta dal Corano, dalla Sunna e dal diritto islamico classico.

Nonostante le diverse differenze legislative nell’islam è predominante il principio fondamentale secondo cui la famiglia è riconosciuta soltanto come patriarcale e patrilineare; la poligamia è ammessa, anche se ultimamente, per motivi prettamente economici, l’istituto trova scarsa applicazione e in alcuni Paesi è stato abolito.

Mentre il marito ha il potere illimitato di ripudiare la moglie, alla donna, che non riesce a ottenere dal marito il ripudio dietro versamento di un corrispettivo (hÅul‘) non resta che ricorrere al giudice per chiedere il divorzio ma in casi eccezionali (ad esempio, maltrattamenti, assenza protratta, impotenza e inosservanza degli obblighi religiosi). La radicale disparità dei coniugi si manifesta dunque con evidenza anche in materia di scioglimento volontario del matrimonio.

L’adulterio costituisce atto illecito tant' è che l’autore è punito, in maniera severa, secondo la legge coranica. La filiazione è legittima solo nel matrimonio valido e nella discendenza paterna; non è riconosciuta la filiazione naturale; è fatto divieto di adottare i figli, solo in Tunisia è legale.

La "šarì ‘ah"

La "šarì ‘ah", etimologicamente significa: la via diritta, è errato  in occidente interpretarla come "diritto islamico", attribuendo in questo modo un insieme di leggi vere e proprie, mentre in realtà è la raccolta delle indicazioni coraniche che regolano la vita di ogni buon musulmano sia nel suo rapporto con Dio, che nei suoi rapporti con i suoi simili.

Nella codificazione della "šarì ‘ah" la scuola "hanbalita", contempla delle varianti nel contratto matrimoniale, purché tali modifiche rientrino nei principi generali della "šarì ‘ah". Infatti oggi è possibile in molti paesi che la moglie pretenda dal marito:

In caso di violazione della promessa la donna può chiedere il divorzio.
I rimedi che l’uomo ha a propria disposizione per la moglie che contravviene agli obblighi a lei imposti sono:

Secondo la "šarì ‘ah" Il matrimonio èuno strumento giuridico-sociale stilato con contratto tra le famiglie degli sposi: tuttavia lo sposo esprime in prima persona il consenso al coniugio; la sposa, al contrario, manifesta la propria volontà per il tramite di un cosiddetto "tutore matrimoniale" (wali) di sesso maschile, di regola il padre di lei.

Il Corano con il "versetto di permissione" prescrive che l’uomo musulmano possa contrarre matrimonio anche con donna non musulmana; la donna, invece, può legittimamente sposare solo uomini di fede islamica, dal momento che i figli appartengono al padre e solo la filiazione in linea paterna ne determina l’appartenenza religiosa.

La filiazione o "nasab".

Per il diritto musulmano il rapporto giuridico tra genitore e figlio scaturisce esclusivamente dalla generazione biologica, all'interno di un rapporto lecito. Il padre e la madre rivestono però nei confronti dei figli due ruoli ben distinti, al padre spetta, infatti, la "wilaya" o potestà paterna, secondo la quale egli ha il potere esclusivo di prendere le decisioni relative a educazione, istruzione, avviamento al lavoro, matrimonio e amministrazione dei beni del figlio o dei figli, dei quali è anche rappresentante legale. Alla madre spettano invece la custodia e la cura, elementi costitutivi del "padana" o custodia del bambino. Questa netta differenziazione tra "wilaya" e "padana" presuppone l'impossibilità per un coniuge di fare, sotto l'aspetto giuridico, le veci dell'altro.

Le conseguenze dirette di questa distinzione emergono in caso di divorzio. Se il matrimonio si scioglie quando i bambini sono ancora piccoli, questi verranno affidati alla madre a patto che questa non ostacoli in alcun modo il padre nell'esercizio della "wilaya". Le diverse scuole giuridiche stabiliscono età diverse per il termine della custodia della madre . Nel caso la madre non sia musulmana le può venire tolta la custodia dei figli se c'è la possibilità o il timore che li allontani dalla religione del padre. Il padre dal canto suo ha il dovere di mantenere i figli

E' giusto che una donna italiana sappia e possa decidere, quindi, di unirsi ad un musulmano, è importante che ella sia consapevole che lui appartiene ad una cultura che per molti versi può sembrare lontana ed in contrasto con la nostra, e nel momento in cui vi si unisce in matrimonio non sposa solamente l'uomo ma anche una parte della sua cultura, della sua società e delle sue contraddizioni. Soluzione ottimale sarebbe la convivenza, perchè in questo caso l'uomo, nel momento in cui l'unione venga a cessare non potrebbe avanzare alcun diritto sui figli essendo gli stessi solo della madre se non vi è matrimonio .


Dott.ssa Mariagabriella Corbi ^ Vai all' inizio


Articoli correlati

Articoli su Overlex per l'argomento: famiglia

» Tutti gli articoli su overlex in tema di famiglia

Siti di interesse per l'argomento: famiglia

» Master in Mediazione Familiare - Centro Studi Bruner






Concorso miglior articolo giuridico pubblicato su Overlex
Clicca qui
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading