Delitti dei pubblici ufficiali contro la P A
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Articolo del 05/11/2009 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Il rifiuto o il ritardo di obbedienza commesso da un militare o da un agente della forza pubblica

In via preliminare,  osservo che il reato in oggetto rappresenta un’ipotesi speciale rispetto alla fattispecie di rifiuto o omissione di atti d’ufficio che viene disciplinata dall’art. 328 c.p. Pertanto, l’articolo 329 del vigente codice penale punisce con la reclusione fino a due anni  il militare  (2 c.p.m.p.) o l’agente della forza pubblica, il quale rifiuta o ritarda indebitamente di eseguire una richiesta fattagli dall’Autorità competente nelle forme stabilite dalla legge.

Il bene giuridico tutelato per il reato de quo viene rappresentato dal corretto svolgimento della pubblica funzione e, più in particolare, dal buon andamento della pubblica amministrazione nella fase di realizzazione dei compiti istituzionali. L’elemento materiale si esplica nel rifiutare o nel ritardare, senza alcuna autorizzazione e giustificazione, una richiesta proveniente da un’autorità competente ad impartire l’ordine (nell’omettere di compiere un atto legittimamente richiesto o nel compiere l’atto dopo la scadenza del termine entro il quale avrebbe dovuto essere realizzato).

Tuttavia, il presupposto indicato dalla norma viene a mancare, con conseguente inconfigurabilità del reato, nell’ipotesi di ordine formalmente illegittimo ovvero manifestamente criminoso  (art. 40 c.p.m.p.). Parimenti, il delitto de quo non è configurabile nell’ipotesi di impossibilità oggettiva di aderire alla richiesta del superiore gerarchico, fatto salvo, però, l’obbligo giuridico di avvertire l’autorità competente di tale impossibilità.

Si tratta di un reato proprio, di danno, di mera condotta, in quanto  è sufficiente l’esecuzione della condotta illecita, ed a forma libera. Più in dettaglio, i soggettivi di questa fattispecie incriminatrice possono essere i militari delle forze armate, così come gli agenti della forza pubblica (polizia di stato, corpo forestale dello stato, polizia locale, polizia penitenziaria etc..). In quest’ultima categoria vengono ricompresi tutti quegli organismi pubblici non militarizzati i cui dipendenti sono investiti di potestà di coercizione diretta su persone e cose per la tutela dell’ordine della sicurezza pubblica(1).

L’elemento psicologico del reato viene rappresentato dal dolo generico. Più in dettaglio, quest’ultimo deve essere inteso come la coscienza e la volontà di non ottemperare ad un dovere imposto.

La consumazione del delitto in oggetto si ha nel momento in cui il militare o l’agente della forza pubblica, appresa la richiesta dell’autorità, rifiuta di eseguirla.

Restano ancora da analizzare, per completezza espositiva, gli aspetti procedurali del reato di cui in oggetto. Pertanto, si tratta di un reato di competenza del Tribunale in composizione monocratica (art. 33-ter) che è procedibile d’ufficio (art. 50 c.p.p.), dove le misure precautelari dell’arresto e del fermo di indiziato di delitto non vengono consentite. Inoltre, per il reato de quo viene ammessa la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio, di cui all’art. 289 c.p.p. Infine, osservo che l’azione penale si esercita con il decreto di citazione diretta a giudizio, di cui agli artt. 550 e 552 c.p.p.

 

(1) Tra i soggetti attivi del reato di cui all’art. 329 c.p. sono da ricomprendere, quali agenti della forza pubblica, anche gli appartenenti alla polizia municipale. Cassazione   penale,   sezione    VI,    sentenza  13   febbraio  2006,  n. 5393  (Si veda in tal senso anche la Cassazione penale, sezione  VI,  sentenza  28  settembre  2009 n. 38119)


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

www.avvocatoamaolo.com
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Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


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