Stalking: riflessioni sulla nuova fattispecie di reato (e non solo)
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Articolo del 16/08/2009 Autore Enrico Di Fiorino Altri articoli dell'autore


L’introduzione nel nostro ordinamento di una norma idonea a  tutelare le vittime dello stalking, seppur avvenuta sulla spinta di quei fatti di cronaca che spesso costituiscono il più importante catalizzatore delle attenzioni di un legislatore particolarmente emotivo, non costituisce un fungo isolato, ma esprime fondate esigenze di protezione che hanno trovato risposta anche in altri paesi europei.  Il fenomeno a cui si fa riferimento è innegabilmente semplice, potendo accadere in qualsiasi rapporto umano che una persona, spinta dal desiderio di possedere o di avere una relazione con un’altra persona, la perseguiti anche in modo ossessivo e continuativo. Ma il fenomeno diviene al tempo stesso complesso, laddove si consideri come dinnanzi a determinati  comportamenti (essere seguiti, pedinati, sommersi da sms e/o mail, molestati con approcci di ogni genere), che pure potrebbero rimanere al di sotto della soglia del penalmente rilevante, le vittime non riescono più a lavorare, ad avere una normale vita sociale, fino a subire gravi danni psicologici e fisici. La fattispecie di cui al nuovo art. 612 bis (rubricato “atti persecutori”) era inizialmente contenuta nel disegno di legge 1440/2008, poi confluito nel decreto legge 11/2009, convertito con la legge 38/2009. Il reato è stato inserito nel capo III del titolo XII, parte II del codice penale, nella sezione relativa ai delitti contro la libertà morale. Come affermato nella Relazione illustrativa che accompagnava l’originario ddl, il nuovo delitto è stato predisposto “per fornire una risposta concreta nella lotta contro la violenza, perpetrata specie sulle donne, sotto forma del c.d. stalking (letteralmente: fare la posta), ovvero molestie insistenti, fenomeno in costante aumento ed in relazione al quale l’ordinamento non è in grado di assicurare un presidio cautelare e sanzionatorio efficace”.  La necessità di un reato ad hoc di stalking nel rispetto del principio di sussidiarietàsembra corroborata dalla peculiare rilevanza criminologica del fenomeno, il quale non riusciva in passato ad essere efficacemente affrontato attraverso l’applicazione dell’ipotesi contravvenzionale di molestie o di quelle delittuose di violenza privata o minacce. Così, specularmente ad altre esperienze giuridiche europee, che hanno affiancato alla normativa penale sostanziale misure di carattere processuale (quali forme di ínjunctions dirette a diffidare lo stalker  dal proseguire nella sua condotta) e terapeutico, il legislatore ha predisposto un vero e proprio “microsistema di tutela integrata”, consistente non solo nella fattispecie di cui all’art. 612 bis, ma anche in una circostanza aggravante speciale in caso di omicidio da parte dello stalker, nell’efficace rimedio preventivo dell’ammonimento, in modifiche ai due codici di rito rispettivamente in materia di misure cautelari e di allontanamento dalla casa familiare ed infine in misure a sostegno delle vittime. Non condivisibile sembra però essere la scelta di omettere uno strumentario di misure di carattere terapeutico e psicologico a sostegno del persecutore, quale aiuto per lo stesso a liberarsi da un ossessione di cui egli è la prima vittima.  Passando ad un’analisi analitica della fattispecie, la condotta consiste in una reiterazione di minacce e molestie: si tratta quindi di un reato abituale proprio (non costituendo, di per sé, i singoli atti alcun reato), ma non di un reato complesso, dato che il riferimento alla molestia indica una condotta in sé considerata e non tanto, sulla falsariga della contravvenzione di cui all’art. 660, il risultato della condotta medesima.  Né può esserne affermata la natura di reato a forma vincolata, in quanto il risultato offensivo può essere prodotto da una molteplicità di azioni aprioristicamente non tipizzabili, ma pur causalmente rilevanti nella produzione del risultato medesimo.  Gli eventi che devono essere alternativamente determinati nella persona offesa sono quelli di un perdurante e grave stato di ansia e paura, di un timore per la propria incolumità o di un prossimo congiunto o di persona alla medesima legata da relazione affettiva o, infine, di costringere la persona ad alterare le proprie abitudini di vita: è reato di evento e di danno, richiedendosi la lesione effettiva del bene giuridico tutelato, ossia la libertà morale (nonché dei beni della incolumità personale e della privacy dell’individuo, laddove si accetti la più corretta configurazione del reato quale plurioffensivo). L’elemento soggettivo richiesto è il dolo generico, con la precisazione che, qualificato lo stalking quale reato d’evento, il soggetto dovrà anche rappresentarsi e volere uno degli accadimenti descritti dalla norma.  La pena prevista è nel minimo di sei mesi e nel massimo di quattro anni ed è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. È inoltre aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità, ovvero con armi o da persona travisata.  Il delitto è punito a querela della persona offesa; il termine per la presentazione della querela è stato portato a sei mesi e sono state previste alcune ipotesi in cui la procedibilità è d’ufficio. Se opportuna sembra essere la procedibilità a querela, al fine di lasciare un certo margine di libertà alla vittima circa la decisione di affrontare un processo penale, discutibile appare la mancata previsione dell’irrevocabilità della querela già presentata, che avrebbe avuto lo scopo di evitare ulteriori minacce e persecuzioni finalizzate ad ottenere la revoca della stessa. Possiamo infine osservare come, nonostante la peculiare finalità che l’intervento normativo in commento assume nelle intenzioni del legislatore, id est la tutela della donna-vittima, finalità espressa nella Relazione illustrativa e manifestata inoltre nelle circostanze aggravanti di cui al comma 2 dell’art. 612 bis (che fanno riferimento a situazioni tipiche della fenomenologia dello staking, quali l’agire del coniuge legalmente separato o divorziato o della persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa), sembra lecito pensare che la fattispecie di “atti persecutori” possa aspirare a offrire protezione ad un ben più ampio spettro di ipotesi normativamente non ancora tipizzate: in poche parole, la nuova fattispecie costituirebbe un più ampio genus di cui lo stalking costituisce una delle più species. In particolare, la condotta tale da costringere il soggetto ad alterare le proprie abitudini di vita potrebbe offrire un valido parametro per l’inquadramento di quelle ipotesi di mobbing, alle quali il legislatore ha da sempre faticato a dare copertura giuridica, stretto nel suo agire tra il pericolo di violazione del principio di tassatività e quello non meno grave del rischio di ricorrere ad inutili casi di legislazione penale simbolica. Insomma, dal linguaggio venatorio dello stalking a quello etologico del mobbing: un salto forse pindarico ma auspicabile.


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