Mantenimento di figli maggiori
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Articolo del 24/06/2005 Autore Redazione Altri articoli dell'autore


Nella sentenza de quo (Cass. 951/2005) si affronta uno degli argomenti più spinosi dell’ultimo decennio, relativamente al problema dell’obbligo di mantenimento verso i figli.

Più specificatamente, dalla lettura del codice, non emerge del tutto chiaramente fino a che momento i genitori siano tenuti a mantenere i figli (ovvero a prestare loro gli alimenti), perché il legislatore sembra lasciare il problema ermeneutico all’interprete; d’altronde, è pur vero che sembra impossibile poter stabilire aprioristicamente un dies ad quem relativo a tale obbligo, in quanto la singolarità e fantasia della casistica, in questa materia, è eccessivamente restia a definitivi sforzi di catalogazione.

Di massima, è possibile dire che l’obbligo di mantenimento è più ampio rispetto a quello alimentare (seppure finalizzato al sostentamento latu sensu), perché si riferisce ad ogni esigenza del figlio strumentale per lo sviluppo della propria personalità, ex art. 2 Cost., in rapporto all’ambiente sociale in cui la famiglia vive e alle effettive possibilità (o potenzialità) economiche e di lavoro dei genitori, ex art. 147 c.c.; ma quando cessa questo obbligo (attestato che non possa ritenersi sine die anche al fine di non pregiudicare esigenze di realizzazione autonoma del figlio rispetto alle proprie inclinazioni)?

Secondo la giurisprudenza prevalente (Cass. 9109/1999) l’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo il disposto dell’art. 148 c.c. non cessa con il raggiungimento della maggiore età, perché, evidentemente, la ratio di tale disposizione è quella di porsi come strumento per il raggiungimento dell’autosufficienza economica (ovvero, secondo altra tesi, della propria individualità), con la conseguenza che non può avere un termine prefissato, al fine di non frustrare la singolarità di ciascun soggetto.

In altri termini, si precisa, se si parte dall’idea che la norma, ex art. 148 c.c., non è legata ad impostazioni oggettive ed assolute, quanto piuttosto relative a singoli casi (come sembra desumibile dagli stessi concetti di istruzione, educazione, inclinazione ed aspirazione), allora, ne deriva come corollario logico-giuridico che il dies ad quem sarà dato dal raggiungimento di un auto-mantenimento e, più in generale, da una sufficiente capacità di autogestione nella società; id est vi è un obbligo di mantenimento finchè il figlio non riesce a mantenersi da solo, in considerazione del fatto che l’obiettivo finale, da realizzare attraverso l’educazione ed il mantenimento, è quello dell’autosufficienza nella società, in rapporto alla propria personalità.

In questa prospettiva, pertanto, il discrimen tra colpevole “inadempimento” degli obblighi di mantenimento imposti ai genitori, e legittima cessazione del mantenimento verso i figli, è determinato proprio dal concetto di colpa del minore: se il minore ha colpevolmente ritardato il suo inserimento in società, ovvero il raggiungimento della fatidica autosufficienza economica, allora, non potrà vantare più un diritto al mantenimento da far valere verso i genitori; il figlio che colpevolmente rifiuta occasioni lavorative non può vantare un diritto al mantenimento.

D’altronde, è pur vero che parte della giurisprudenza (Cass. 4765/2002) sembra aver individuato una sorta di principio di “continuità dell’ ambiente sociale”, laddove ha avuto modo di precisare che non sono ravvisabili profili di colpa nella condotta del figlio che rifiuti una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue attitudini ed i suoi effettivi interessi siano rivolti (almeno nei casi in cui vi è comunque la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni entro limiti ragionevoli di tempo), sempre che tale atteggiamento sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia (se la famiglia non riesce più a mantenere economicamente il figlio, quest’ultimo deve accettare qualsiasi tipo di lavoro); così che il concetto di colpa del figlio (relativamente alle ipotesi di rifiuto di prestazioni lavorative), contemperato dal principio di “continuità dell’ ambiente sociale”, è idoneo a determinare, in un certo senso, il dies ad quem dell’obbligo di mantenimento dei genitori verso i figli.

Questa impostazione di fondo sembra essere condivisa dalla sentenza de quo.




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