Il diritto di liberta' religiosa
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Articolo del 13/07/2009 Autore Avv. Salvatore Magra Altri articoli dell'autore


Significato costituzionale della liberta’ religiosa...................................................... 1

Il diritto di liberta’ religiosa nella chiesa.............................................................. 12

Liberta’ religiosa nell’ambito dei rapporti interpersonali all’interno delle formazioni sociali 17

Significato costituzionale della liberta'religiosa

 

L’attuale art. 19 Cost. nasce da una gestazione, particolarmente elaborata, in cui confluiscono due diverse formulazioni originarie della nor(2)ma: una prima, dell’onorevole Dossetti(1), da taluni criticata, perché giudicata carente in tema di libertà di propaganda e proselitismo; una seconda dell’onorevole Cevolotto. Viene preferita la prima proposta, nonostante le critiche anche con riferimento alla previsione di un limite dell’ordine pubblico e del buon costume, tanto con riferimento ai riti, quanto con riferimento ai princìpi in materia di libertà religiosa.

In particolare, emerge come appaia ledere l’essenza stessa della libertà religiosa consentire allo Stato di verificare i princìpi di un certo culto, attraverso l’utilizzo di una clausola generale, quale quella dell’ordine pubblico, dai confini piuttosto incerti. Si arriva, anche attraverso la mediazione dell’On. Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione, all’eliminazione del riferimento ai princìpi e all’ordine pubblico, con il mantenimento del limite del buon costume, riguardo ai riti.

In seno all’Assemblea Costituente, non manca chi (Della Seta) constata con un giudizio negativo l’assenza di una mancata regolamentazione, accanto al diritto di libertà religiosa, della libertà di coscienza, da tenere distinta rispetto alla prima. Quest’ultima osservazione ha una sua importanza, perché è anche possibile opinare nel senso di una coincidenza fra i due concetti, quando invece la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” (10 Dicembre 1948), all’art. 18 riconosce che ogni individuo ha libertà di coscienza, di pensiero e di religione.

Secondo un’opinione, (3) la libertà di coscienza assume rilievo concreto, solo, ove si manifesti all’esterno. Il termine “coscienza” indica la percezione degli avvenimenti, che avvengono attorno a noi e l’attribuzione soggettiva della qualità di “giusto“ o ”ingiusto” a tali avvenimenti, nonché una particolare sensibilità nell’accostarsi a questioni di ordine etico. Dalla libertà di coscienza nasce l’”obiezione di coscienza”, la quale porta l’individuo o la formazione sociale a rivendicare un’autonomia di scelta, rispetto a certe concezioni, di cui lo Stato si renda portavoce. Strettamente connesso con la questione dell’obiezione di coscienza è il problema della c.d. “duplice obbedienza”, la quale pone l’individuo, di fronte all’esigenza di ”gestire” gli eventuali contrasti fra il precetto dell’autorità spirituale e quello dell’autorità secolare, ove le medesime siano distinte e si riscontri un contrasto tra le loro imposizioni.  

Non può, forse, ritenersi che la Costituzione garantisca un diritto alla formazione della coscienza del singolo, in quanto è utopistico ritenere che si possano azzerare tutti gli orientamenti, presenti all’interno della società, fra l’altro garantiti dalla stessa Costituzione. Esistono posizioni soggettive, quali il diritto all’istruzione e il diritto alla libera manifestazione del pensiero, che si occupano di queste problematiche.

 Peraltro, va anche considerato che vi è una “fase formativa della coscienza”, in cui l’individuo non ha ancora acquisito una propria autonomia decisionale e, quindi, sorge l’esigenza di “protezione“ del medesimo, da parte dell’ordinamento. L’adolescenza e l’età giovanile rappresentano una fase delicata, in cui l’individuo è più facilmente sottoponibile a condizionamenti, da parte degli organi di potere o di informazione, attraverso manovre che favoriscano l’omologazione e la sostanziale soppressione o attenuazione delle diversità di pensiero.

In particolare, il consolidarsi di fondamentalismi religiosi o di sette possono manipolare in modo anche notevole delle personalità ancora poco mature. E’ questo uno dei settori, in cui la libera formazione della coscienze dovrebbe essere tutelata.

Ragionando in questi termini, può condividersi l’opinione, secondo la quale occorre proteggere un diritto alla libera formazione della coscienza, da considerare alla stregua di un principio supremo dell’ordinamento costituzionale.

E‘ proprio la presenza di una pluralità di posizioni di pensiero all’interno della “società globale”, che può consentire che le coscienze, ancora non dotate di una sufficiente capacità di discernimento, possano trovare un clima adeguato per potersi costruire, senza il rischio di manipolazioni. Occorre che si promuova il dialogo fra le religioni, comprendendo all’interno di esso non solo le religioni “tradizionali”, ma anche i culti meno conosciuti e affermati. Può ritenersi che un “progetto” di questo tipo sia implicito nelle disposizioni costituzionali, in materia di libertà religiosa, anche se ci si rende conto delle difficoltà pratiche che la sua attuazione possa trovare.

La libertà di coscienza, in ogni modo, è un diritto inviolabile dell’uomo, nonostante la sua mancata menzione all’interno della Costituzione e si inserisce, quindi, all’interno della Costituzione materiale, in quanto fra i diritti inviolabili vanno annoverati anche quelli, implicitamente desumibili dalla Carta o da altra disposizione di rango costituzionale(4).    

Il diritto di libertà religiosa è posizione soggettiva, che rinviene la sua principale funzione, nel consentire all’essere umano di perseguire la verità scientifica, senza esser limitato da pregiudizi di carattere confessionista. Si vuol affermare che, aderendo a una visione pedissequamente ancorata a un culto e ai suoi dogmi, si può perdere di vista il senso della scientificità. La posizione soggettiva in esame consente di promuovere la libertà dell’individuo, nell’adesione a schemi di pensiero, in cui convergano sia elementi, propri di un culto, sia i dati della ricerca scientifica, in modo che l’individuo possa aderire alle opzioni culturali, che ritenga preferibili, in piena consapevolezza, senza deleteri condizionamenti, provenienti da una visione religiosa di stampo fondamentalista.

In tal senso, l’impostazione legislativa della tutela della libertà religiosa si mantiene neutrale, non schierandosi, né per la fede, né per l’ateismo, lasciando all’individuo e alle formazioni sociali la possibilità di effettuare le proprie scelte.

Si comprende la connessione del diritto di libertà religiosa con la libertà di pensiero, anche se è distinta la regolamentazione delle due tipologie di diritto nella Costituzione repubblicana (cfr. artt. 19 e 21)

L’art. 19 Cost. configura la libertà religiosa come diritto soggettivo, assicurato a tutte le confessioni e a tutti gli individui. Si tratta di un diritto pubblico, che può essere azionato anche contro lo Stato e, in questo senso, ci si può esprimere in termini di diritto pubblico soggettivo. In presenza di provvedimenti limitativi del diritto di libertà religiosa, si potrebbe far valere l’illegittimità del medesimo provvedimento limitativo, nel rispetto delle disposizioni costituzionali.

Si potrebbe ritenere che il diritto di libertà religiosa abbia come oggetto il rapporto fra l’uomo e il trascendente, ma probabilmente tale oggetto è ancora più ampio, in quanto tale libertà ricomprende, secondo l’opinione che sembra preferibile, anche la facoltà di non credere e, quindi, può esserci libertà religiosa, anche in ipotesi di negazione del trascendente.

Una riflessione, riguardante l’ambito, in cui più facilmente può attecchire il diritto di libertà religiosa può portare a ritenere che esso presupponga uno Stato pluralista, che non prenda posizione sul fenomeno religioso o, in altri termini, si astenga dall’occuparsi della dimensione religiosa, dalla quale resta separata e autonoma.

Ciò non preclude, tuttavia, che la libertà religiosa, intesa come libertà di credere o di non credere, di cambiare opinione in materia, etc., possa svilupparsi anche in Stati, che assumano una posizione in materia religiosa, eventualmente attraverso l’adesione a un determinato orientamento confessionale, purché diano piena cittadinanza agli altri culti e ne consentano il libero esercizio. sarebbe senz’altro riduttivo ridurre la libertà religiosa a un mero atto di tolleranza, nel senso di reputare sufficientemente tutelata la medesima, ove i vari culti siano meramente “sopportati”, senza un’adeguata protezione.

Non si perviene a una adeguata “collocazione” della libertà in parola, attraverso la sua “laicizzazione”, vale a dire attraverso il suo inserimento in un assetto, ove manchi l’adesione a valori trascendenti. Il Concilio Vaticano II ha ritenuto il diritto di libertà religiosa come fondato sull’uomo, in quanto elemento essenziale della natura umana e della dignità di essa (cfr. Dichiarazione “Dignitatis Humanae”).  

Appare fuorviante ridurre il diritto di libertà religiosa, nel senso di una mera tolleranza dei vari atteggiamenti, in materia di rapporto con il trascendente. Non è conducente, peraltro, neppure ancorare la libertà religiosa alla sola nozione di libertà, in quanto, in tal maniera, si semplifica inopportunamente un fenomeno assai più complesso, in cui viene in gioco anche il momento della doverosità Occorre bilanciare l’affermazione del diritto, insieme con le sue varie facoltà, nonché la salvaguardia del medesimo, e l’affermazione del dovere, nonché ella sua sanzione. Una volta che si aderisca a un credo religioso, occorre accettare i doveri, imposti dal medesimo: la dimensione della doverosità nasce dai valori radicati nella persona umana, i quali si identificano con quei doveri, avvertendone come naturale il relativo rispetto. La libertà religiosa, intesa in tali termini, si presenta profondamente collegata alla natura dell’uomo.

Bisogna considerare che il termine “laicità” è concetto intrinsecamente relativo e dai vari significati e, pertanto, esso può essere sinonimo di pluralismo, in materia religiosa, di indifferenza, nei confronti del fenomeno religioso, o di antagonismo, rispetto a esso.

Allo stato attuale, può attribuirsi al concetto di laicità il compito di delimitare l’autonomia e la separatezza fra la realtà spirituale e quella temporale, le quali possono estrinsecarsi anche in forme diverse e, quindi, condurre a una pluralità di modelli di laicità, in cui s’inseriscono la mera separazione fra temporale e spirituale, l’indifferenza fra i due ordini, o la subordinazione dello spirituale al temporale, o ancora una visione dello Stato, essenzialmente favorevole all fenomeno religioso.

In Italia, la laicità rientra fra i princìpi supremi dell’ordinamento costituzionale, ed essa “non implica indifferenza dello Stato, dinanzi alle religioni, ma comporta una garanzia dello Stato, per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale e si pone al servizio di concrete istanze della coscienza religiosa e civile dei cittadini”(5).

Secondo un’impostazione, la nozione di laicità andrebbe legata al concetto di Stato-istituzione e, aderendo a essa, quest’ultimo opterebbe per l’aconfessionalità, mantenendosi neutrale, in relazione alla materia religiosa.(6)

La laicità, intesa in senso di neutralità, appare concetto troppo riduttivo, in quanto si tratta di una nozione, la quale si è sviluppata nel tempo, assumendo vari significati, in relazione al contesto storico, in cui la medesima si è resa operativa. In una prima fase, essa si caratterizza per un antagonismo, rispetto alla dimensione religiosa. Successivamente, in contesti diversi, la medesima laicità si connota di caratteri fideistici, tollerando l’estrinsecarsi della religiosità.

 La fenomenologia religiosa è parte integrante della fenomenologia sociale e il suo estrinsecarsi va tutelato con la maggiore ampiezza possibile.

La Costituzione attribuisce l’uguaglianza delle varie confessioni nella libertà (art. 8, 1° c), da intendere come uguaglianza nelle condizioni pratiche (Ruffini), in quanto è indubitabile che fra le varie confessioni vi sia una diversità sostanziale nei punti di partenza. Lo Stato si impegna ad agevolare i diritti di libertà, garantendo mezzi e risorse analoghe alle varie confessioni religiose.

Secondo Ruffini(7), ove lo Stato garantisca la piena libertà di culto, ha già fornito una sufficiente tutela alle confessioni religiose, in quanto, ove vengano in considerazione attività non religiose e cultuali, lo Stato dovrà occuparsi innanzi tutto del proprio popolo. Ruffini auspicava la laicizzazione dello Stato, in modo che fra società e religione si attuasse un pieno separatismo e che venissero eliminate delle diseguaglianze di diritto, per motivo di religione, attraverso la soppressione dalle legislazioni civili dei concetti di eresia, bestemmia etc., il divieto di imporre ad alcuno di contribuire per un determinato culto. L’unica forma di matrimonio doveva essere quella civile; la scuola doveva essere aconfessionale, fermo restando che i parenti potevano far istruire i figli, secondo il culto che ritenessero maggiormente idoneo. Per Ruffini, la differenza di trattamento delle Chiese si legittimava solo oltre la soglia della libertà religiosa. L’Autore auspicava la laicizzazione integrale dello Stato e interpretava il concetto in esame in senso prettamente giuridico.

Un’interpretazione diversa individua nella libertà religiosa soprattutto un concetto metagiuridico, la cui presenza va verificata negli ordinamenti positivi(8). In altri termini, dalla disciplina di un certo ordinamento deve desumersi la regolamentazione esplicita della libertà di religione, accanto ad altri diritti di libertà. Occorre la presenza di un percepibile criterio normativo, che consenta di comprendere il fenomeno, cui ci si riferisce. Peraltro, di là dalle esplicite disposizioni legislative, occorre disporre di un’idea “a priori” della nozione di libertà religiosa.

Si potrebbe ritenere che la nozione di libertà religiosa sia tendenzialmente omogenea, con riguardo alla pluralità degli ordinamenti giuridici, in particolare nelle legislazioni di rango costituzionale. Tuttavia, un’interpretazione siffatta potrebbe portare a omologare realtà normative anche piuttosto diverse tra esse.

In tal senso, può obiettarsi alla visione del Ruffini, secondo il quale, come già rilevato, la libertà religiosa esprime un’idea prettamente giuridica, non prendendo partito né per l’ortodossia, né per l’eterodossia, in quanto, a differenza di quanto sostiene lo Studioso, la medesima ha innegabili implicazioni anche di carattere ideologico, storico e filosofico(9).

La libertà religiosa è diritto pubblico soggettivo, in quanto può essere azionato nei confronti dello Stato e occorre prevenire il rischio, per il quale “di fatto” il diritto degradi a interesse legittimo, allorché non si tenga in adeguato conto la gerarchia dei valori costituzionali, come talora ha fatto la Corte costituzionale, la quale ha invocato interessi quali la morale, l’ordine pubblico, inteso come ordine legale della convivenza sociale, la sicurezza pubblica etc. Ragionare in tali termini porta alla degradazione del diritto soggettivo ad interesse legittimo, secondo uno schema di pensiero oggi molto criticato; questo è inammissibile con riferimento a diritti, quali quello di libertà religiosa, che rientra fra i diritti inviolabili dell’uomo. Pertanto, provvedimenti restrittivi di tale libertà saranno senz’altro da reputare incostituzionali.

L’uguaglianza effettiva non è quella astratta, matematica; occorre scendere nel concreto e verificare se vi siano diversità nella situazione delle varie confessioni; l’uguaglianza, per una sua compiuta realizzazione, presuppone di trattare in modo diverso rapporti giuridici diseguali e, quindi, in certo senso, il principio di uguaglianza è, parzialmente, anche principio di diseguaglianza. In ogni modo, questa precisazione non giustifica una tutela penale del sentimento religioso, maggiormente intensa nei confronti della religione cattolica, rispetto alle altre religioni, in quanto questa si traduce in una violazione del diritto di libertà religiosa dei culti, diversi dal cattolico(10).

Lo Stato pluralista non accetta la totale separatezza fra Stato e religione, ammettendo che lo stesso Stato possa fornire aiuti, per le confessioni, meno dotate di mezzi materiali, eventualmente stabilendo dei parametri di valutazione, cui il legislatore ordinario deve attenersi, al fine di rispettare la neutralità dello Stato in materia religiosa.

La confessione fruisce di una libertà religiosa qualificata e, riguardo a essa, l’unica valutazione, che spetta agli organi civili competenti, è quella di verificare l’autonomia strutturale e le finalità generali dell’organizzazione confessionale qualificata. La libertà religiosa di una confessione è, per volontà del costituente, maggiormente intensa, rispetto a quella di altri soggetti, per l’adempimento dei compiti istituzionali, che la confessione deve svolgere.

L’art. 8, 1° c. della Costituzione, a tenore del quale “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, garantisce la parità di trattamento delle medesime, quanto all’esercizio dei diritti di libertà, in particolare di quella religiosa, anche in relazione alle peculiarità di ciascuna confessione(11). Si tratta, peraltro, di un’applicazione della eguaglianza giuridica, limitatamente ai soli diritti di libertà e non di un’estensione generalizzata della medesima, anche in ossequio alle concezioni di Ruffini(12), il quale considera l’uguaglianza nelle condizioni pratiche presupposto indispensabile di un’eventuale uguaglianza di trattamento e ritiene che, allorché proprio nelle condizioni pratiche vi sia disuguaglianza, ragioni di giustizia sostanziale rendano non solo opportuno, ma anche corrispondente a esigenze di giustizia fornire un trattamento disuguale a situazioni disuguali.

Va escluso che le confessioni religiose siano tutelate dal principio di uguaglianza, attraverso il collegamento fra l’art. 2 e l’art. 3 della Cost., in quanto formazioni sociali, ove si svolge la personalità dell’uomo; il senso dell’art. 8 Cost. appare sufficientemente chiaro, nel senso di escludere alle confessioni religiose l’applicazione dell’art. 3 Cost..

Lo Studioso, che voglia comprendere in modo esauriente il nesso, intercorrente fra libertà e uguaglianza in materia religiosa, non trova un criterio univoco nella carta costituzionale, per venire a capo del problema. Può ipotizzarsi che lo Stato sia tenuto a garantire, attraverso interventi attivi, alle confessioni religiose un’eguaglianza nei punti di partenza, in modo che le medesime dispongano tutte di uguali risorse, per la propria attività di culto, propaganda, proselitismo, etc. Peraltro, un’impostazione di tale tipo è poco realistica e non pare aderente al dettato normativo, in quanto presupporrebbe un obbligo dello Stato di finanziare le confessioni con minori mezzi, obbligo non contemplato dalla normativa vigente. Né può reputarsi che lo Stato sia legittimato a esercitare, ad esempio, una pressione fiscale maggiormente intensa sulla confessione di maggioranza o, in ogni caso, sulle confessioni, economicamente più dotate, in quanto ciò è in palese contrasto con l’art. 20 Cost., il quale vieta qualsivoglia limitazione legislativa o gravame fiscale, nei confronti degli enti ecclesiastici, cattolici e non.

Potrebbe ipotizzarsi che lo stato sia tenuto a rimuovere le situazioni di privilegio, le quali avvantaggino, di fatto, una confessione, rispetto alle altre; secondo il Finocchiaro, sia le intese con le confessioni di minoranza, sia gli accordi con la Chiesa cattolica possono legittimamente derogare al principio di uguaglianza, ove tale deroga si giustifichi, sul piano della ragionevolezza; talee idea può anche riformularsi, affermando che l’eguaglianza, a volte, per esser effettivamente sostanziata, deve tradursi in un trattamento diseguale di situazioni diverse.(13)

 Se spostiamo l’attenzione alla tutela della libertà religiosa, rispetto all’uomo, singolarmente considerato, va chiarito che la protezione di tale posizione soggettiva presuppone che il pensiero del singolo possa percorrere tutti i possibili modelli di collegamento o non collegamento con il trascendente(14).

 La Corte costituzionale(15) ha sostenuto che la libertà di adesione a una confessione religiosa deve considerarsi un diritto fondamentale dell’uomo e tale deve intendersi anche la libertà di recesso dalla medesima confessione. Il contenuto fondamentale della libertà in parola deve consistere nell’attribuzione al singolo della possibilità di estrinsecare la propria personalità in materia religiosa, al fine di soddisfare i bisogni del proprio spirito, di render gli altri partecipi delle proprie idee e di costituire delle organizzazioni, per promuovere le medesime. I gruppi sociali, che perseguano fini di religione o di culto, oltre alle attribuzioni, proprie dei gruppi sociali, godono anche di quelle, riconosciute ai singoli, nel settore della libertà religiosa.  

Lo stesso Concilio Vaticano II (Dichiarazione “Dignitatis Humanae”) ha riconosciuto il diritto di libertà religiosa, nel senso che ciascun individuo dev’essere immune dalla coercizione e si fonda sulla dignità della persona umana. Negli ordinamenti statali, il diritto di libertà religiosa dev’essere formalizzato come un diritto civile, da inserire fra i diritti fondamentali e le libertà pubbliche.

Nell’ambito del diritto di libertà religiosa s’inserisce, in primo luogo, la libertà di appartenere o no a una confessione religiosa e di dichiarare o tenere celata tale appartenenza. L’adesione a una data confessione trova la sua fonte d’origine nella volontarietà del soggetto, che va, pertanto, tutelato contro i tentativi di “proselitismo coatto”, promossi da talune sette, proclamatesi “movimenti religiosi”, nonché dai tentativi di “deprogramming”, attuati dalle famiglie, per cercare di sottrarre da taluni movimenti religiosi i familiari, adescati dalle sette.

Può apparire discriminatorio, nei confronti delle sette di origine relativamente recente, auspicare un intervento legislativo, al fine di prevenire eventuali fenomeni di proselitismo aggressivo, come a voler affermare che la Chiesa cattolica e le confessioni religiose acattoliche “consolidate” siano strumentali alla crescita dell’individuo e promuovano la persona umana, mentre i nuovi movimenti appaiano senz’altro portatori di disordine. Appare prevalente, peraltro, l’esigenza di proteggere specialmente gli individui più fragili da facili condizionamenti, provenienti da tali sette, a patto di non voler azzerare le garanzie della Costituzione repubblicana. In ogni caso, tale timore di effettuare ingiustificate discriminazioni si può attenuare, suggerendo di non avvalersi di strumenti giuridici eccezionali, ma, ad esempio, di applicare l’art. 605 c.p., allo scopo di proteggere dal condizionamento psicologico. E’ sostenibile che analoga tutela possa essere invocata nei confronti dei tentativi di “deprogrammazione” dei proseliti, i quali, spesso, vengono rapiti dalle sedi della setta, cui hanno aderito.

L’eventuale presenza di forme nuove di attività di condizionamento dei proseliti potrà dar luogo alla costruzione di nuove norme giuridiche, che affrontino queste nuove realtà.

L’art. 19 cost. prevede, come unico limite esplicito al diritto di libertà religiosa, quello, per il quale i riti, in cui si estrinsechi il culto, non devono contrastare con il “buon costume”. Secondo un’opinione, il limite in parola varrebbe, a prescindere dalla concreta celebrazione di riti, non conformi al buon costume(16). A tale tesi, si è obiettato che il concetto in esame va inteso in senso penalistico; aderendo a tale prospettiva, la disposizione garantisce la reazione dell’ordinamento, allorché siano celebrati riti, non rispettosi della morale sessuale, del pudore, etc. Il limite non opera, ove una confessione si astenga dalla concreta celebrazione di siffatti riti, ancorché la medesima predichi, ad es., la promiscuità sessuale o altre opinioni eterodosse e in contrasto con le concezioni etiche prevalenti(17). In tale ottica, si è formulato un parallelismo con il limite del “buon costume”, previsto per la libertà di pensiero nell’art. 21 Cost..(18)

Secondo la sentenza della Corte costituzionale n. 45-1957, il limite del buon costume non importa controlli preventivi, da parte dell’autorità di polizia, il limite, pertanto, opera solo in via successiva.

Il diritto di liberta' religiosa nella Chiesa       

Esiste una netta divaricazione fra le concezioni, fatte proprie dalla Chiesa cattolica in materia di libertà religiosa, prima e dopo il Concilio Vaticano II.Nella prima fase, collocabile fra il secolo XIX e la prima metà del XX, prevale una netta intransigenza contro le dottrine, proclamanti la libertà di coscienza e di culto; un documento, il quale attesta inequivocabilmente tale linea di pensiero, è la “Syllabus errorum” di Pio IX, in cui l’atteggiamento d’intolleranza, nei confronti di ogni manifestazione di libertà di coscienza e di religione è spinto al livello piu’ elevato.

Tale dottrina, ormai, può considerarsi come superata, già a partire dall’enciclica “Pacem in terris” (11Aprile1963) di Giovanni XXIII, la quale anticipa il radicale rinnovamento d’idee, elaborato dal Concilio Vaticano II. L’enciclica adesso citata adotta la prospettiva del diritto naturale, per rivolgersi a tutti gli uomini, ivi compresi i non cattolici

Nel Concilio Vaticano II, si consacra il diritto del singolo a non esser coartato in materia di scelta del credo religioso e si proclama la natura sia individuale, sia collettiva del diritto in parola.

E’ dovere dello stato assicurare a tutti i cittadini la libertà di scelta, in materia religiosa e non può legittimamente configurarsi un confessionismo statale, né una religione di Stato, anche perché la libertà religiosa è un’esigenza, intrinseca alla persona umana, oltre che fondamentale, per il pieno sviluppo e realizzazione della medesima. 

Certamente non sempre le affermazioni, contenenti la promessa di un’intensa tutela della libertà religiosa, trovano un corrispondente riscontro concreto. Ci si può domandare se tale posizione soggettiva sia tutelata in modo effettivo nell’ambito dell’ordinamento canonico. La dichiarazione “Dignitatis humanae”, già citata, colloca il diritto n parola nella dignità, propria della persona umana (n. 2 del documento conciliare citato). Nella prospettiva di un ordinamento confessionale, l’uomo non può esser costretto ad aderire a una certa fede, ma ha il dovere di esercitare la medesima, in conformità alla costituzione di quell’ordinamento (nel nostro caso: ordinamento canonico), la quale, a sua volta, si conforma e armonizza con il disegno divino.

Dalla libertà di religione deriva, come logica conseguenza, l’uguaglianza, in materia religiosa, la quale non può mai esser lesa, in modo che non siano riscontrabili discriminazioni fra i cittadini.

Vi è corrispondenza fra contenuto di ordine naturale e soprannaturale in materia di libertà religiosa, con la sottolineatura del fatto che la Chiesa debba avere, in ambito secolare, una significativa autonomia di azione, in modo da realizzare il fine supremo della salvezza delle anime. 

La prospettiva, assunta dalla Dich. “Dignitatis Humanae” è stata criticata da un’opinione dottrinale, in quanto essa fonda in modo evidente la libertà religiosa nella “dimensione oggettiva” dell’uomo, quando sarebbe stato più opportuno porre l’accento sull’esigenza soggettiva della libertà medesima, per render concordi nell’impostazione di base anche i non aderenti alla fede cattolica(19).

L’idea, per la quale la libertà in parola vada analizzata anche, imprescindibilmente, nella dimensione del dovere può, a tutta prima, apparire come impostazione, la quale neghi in radice la stessa libertà; del resto, potrebbe ragionevolmente pensarsi che la medesima non possa attecchire in un ordinamento confessionale, essendo incompatibile con il medesimo. Tuttavia, secondo un’impostazione, ove si ritenga che la doverosità sia collegata a un volere divino e non all’arbitrio dell’uomo, cessa la possibilità d’ipotizzare l’esistenza di un’incompatibilità fra dovere e libertà, la quale, invece, può esistere negli ordinamenti secolari, ove la doverosità si colleghi alla mera volontà del Legislatore umano.

CONCEZIONI VARIE SULLA LIBERTA’ RELIGIOSA

Nell’ambito del diritto di libertà religiosa va inserita anche la libertà di non credere ad alcun culto e, pertanto, l’ateismo. Secondo altra ricostruzione, tale libertà andrebbe inglobata all’interno della libera manifestazione del pensiero, sulla base dell’idea, secondo la quale l’ateismo è qualcosa di diverso dalla religione. L’opinione, cui si aderisce, è quella del Cardia, secondo il quale “la variabilità contenutistica delle diverse religioni e degli orientamenti ateistici, agnostici o indifferenti è tale, che si stenterebbe a trovare una sicura demarcazione”. Anche gli ordinamenti ateistici possono essere forniti di una carica di religiosità (forse, peraltro, quest’affermazione dell’Autore andrebbe meglio precisata) (20).

In ogni modo, esistono settori dell’ordinamento in cui permane una dialettica netta fra religione e ateismo, come nell’ipotesi dell’insegnamento della religione nelle scuole e, a questo proposito, per evitare discriminazioni di qualsivoglia tipo, appare opportuno che il legislatore abbia come punto di riferimento non già la dicotomia credenti-non credenti, bensì l’esigenza di legiferare, con riferimento a cittadini, aventi parti dignità.

La fondatezza dell’opinione, che ingloba l’ateismo all’interno della libertà religiosa, appare rafforzata, ove si rifletta sulla stessa nozione di religione, la quale è concetto insuscettibile di definizione (e senz’altro lo Stato non è autorizzato dalla Costituzione a fornire una definizione di questo tipo). Si è sostenuto che minimo comune denominatore fra tutte le religioni è il rapporto con una divinità; peraltro, in alcune importanti religioni, come il buddhismo e il confucianesimo, non ci si preoccupa del problema dell’esistenza di una divinità, in cui viene esaltata una “morale attiva”, verso il conseguimento della salvezza. Appare fuorviante tentare una definizione di religione e ciò ha le sue implicazioni anche sul concetto di “libertà religiosa”(21).

Non manca, in ogni modo, chi aderisce alla tesi, che esclude l’ateismo dalla tutela, offerta dall’art. 19 Cost.(22) Probabilmente, la presenza in dottrina di una soluzione, favorevole a ritenere che la libertà di ateismo sia tutelata nel contesto della libera manifestazione del pensiero si collega (art. 21 Cost.) alla circostanza, per la quale, nel corso dei lavori preparatori della Costituzione, si è rifiutato un inserimento della tutela dell’ateismo all’interno della disciplina della libertà religiosa(23)

Non va dimenticato che la nostra Costituzione tutela non solo le formazioni sociali, dando spazio al più ampio pluralismo, ma anche i singoli, sicché è ben possibile che un soggetto scelga di sostenere una posizione eterodossa, quale un’eresia o l’ateismo, fruendo egualmente di tutela costituzionale.

Secondo un’altra opinione dottrinale(24), la libertà religiosa va interpretata come virtù, nel senso che la sua tutela non è automatica, ma postula una scelta fra i valori, protetti dall’ordinamento, fra cui resta individuato anche quello di non credere, in modo che ciascuno abbia la facoltà di “fare le cose, che sono degne di essere fatte”. Non sembra che la Costituzione eviti la preoccupazione di tutelare anche coloro che non prendono così seriamente le questioni, di cui ci stiamo occupando, restando sostanzialmente “indifferenti” al problema della scelta in materia religiosa.

Il diritto di libertà religiosa rientra chiaramente fra i diritti inviolabili dell’uomo, menzionati nell’art. 2, Cost.; come tale, esso è indisponibile e non può esser oggetto di transazioni. La libertà in parola, oltre che nei confronti dello Stato può essere azionata, in caso di lesione alla medesima, nei confronti di tutti gli altri soggetti dell’ordinamento.

La tutela si estende, anche per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libertà religiosa, all’interno di una confessione, cui il singolo abbia scelto di aderire, ma occorre contemperare l’esigenza di tutela dell’individuo con quella del gruppo confessionale; pertanto, sul piano giudiziario, non si potrà stabilire l’annullamento di un provvedimento della confessione, nonostante la richiesta del singolo adepto in tal senso, ma si potranno valutare eventuali profili risarcitori.

Questa intensa tutela della libertà religiosa rende chiara la tendenza dello Stato italiano, solitamente definito laico e pluralista. La tendenza al pluralismo si è consolidata presso la società italiana, specialmente negli ultimi decenni, e questo ha portato a un progressivo aumento delle ipotesi di rivendicazione della protezione del proprio diritto di libertà religiosa. L’esasperazione di questa tendenza può portare al rischio di un’eccessiva frammentazione del medesimo concetto di libertà religiosa, nel senso di rendere vano il tentativo di una definizione unitaria della medesima, tanto che si potrebbe arrivare, secondo alcuni, ad avere tante libertà religiose, quanti sono i gruppi confessionali, esistenti in Italia, o addirittura, tante libertà religiose, quante sono le concezioni dei singoli individui. Queste affermazioni provocatorie fanno comprendere come sarebbe fuorviante accettare un pluralismo senza fine, in quanto esso renderebbe il “sistema” privo di un qualsiasi margine di armonia e coerenza. 

       Si è intesa la libertà religiosa come partecipazione dell’individuo ai valori, posti dall’ordinamento giuridico, ma in tal modo si rinuncia a una tutela dell’atarassia, quale elemento di protezione della libertà religiosa, quando, secondo il FINOCCHIARO, la nostra Costituzione tutela anche il diritto del soggetto a mantenersi indifferente, rispetto ai valori, posti dalla Costituzione medesima, e tutelati in modo più o meno intenso(25).

Occorre considerare anche l’opinione di chi reputa la libertà religiosa come privilegiata, nel senso che essa godrebbe di una tutela rafforzata, rispetto ad altre libertà, presenti nella Carta costituzionale (quali la libertà di manifestazione del pensiero, personale, etc.)(26).  

Si muove dalla constatazione, per la quale la Costituzione attribuisce il diritto di riunione e di associazione, in materia di libertà religiosa, a “tutti”, laddove riunioni e associazioni sono consentite ai soli “cittadini”, nell’ipotesi, in cui si sia al di fuori della materia religiosa. Si aggiunga che la disciplina dei controlli sull’attività di culto, per accertarne la conformità al buon costume, è ben diversa, da quella prevista dall’art. 21 u.c., in quanto i riti non sono né spettacoli, né manifestazioni pubbliche.

 Per contro, va senz’altro ammesso che le manifestazioni religiose, anche ove assumano la fisionomia della riunione o dell’associazione, sono tutelate anche dalle specifiche disposizioni costituzionali sul diritto di riunione e associazione (artt. 17-18). Secondo un’opinione(27), la libertà religiosa è privilegiata, perché il Legislatore ha voluto accordare una sfera di libertà particolarmente ampia alle convinzioni religiose. Peraltro, una tale esigenza protettiva riguarda tutte le libertà, le quali si manifestino all’esterno, nei rapporti sociali, e non solo la libertà di religione.

Non esiste un “privilegio” della libertà in parola, neppure ove ci si ponga nell’ambito della legislazione ordinaria, ove si osservi che anche altri diritti di libertà sono tutelati, attraverso interventi provenienti dallo Stato.

Liberta' religiosa nell'ambito dei rapporti interpersonali all'interno delle formazioni sociali

Ciascun coniuge conserva, nei confronti dell’altro, la propria autonomia in materia religiosa, ferma restando la legittimità del tentativo di uno di modificare le posizioni in materia religiosa dell’altro, senza l’utilizzo di alcuna forma di coercizione.

L’art. 147 cod. civ. prescrive ai genitori d’impartire ai figli un’educazione, conforme alle capacità, all’inclinazione naturale e alle aspirazioni dei figli. L’educazione ricomprende anche gli insegnamenti in materia religiosa, secondo quello che è il credo in tale materia dei medesimi genitori. Va chiarito che marito e moglie, conformemente all’art. 30 della Cost. e in consonanza con la riforma del diritto di famiglia, “gestiscono” l’educazione dei figli in posizione paritaria, senza che si trascenda nel fanatismo, in modo da conservare un’influenza favorevole su soggetti, ancora in fase di maturazione.

Vale la pena segnalare che la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo stabilisce che “lo Stato, nell’esercizio delle funzioni, che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento, in modo conforme alle loro convinzioni religiose e filosofiche” (art. 2, Protocollo addizionale CEDU).

Ai genitori dovrebbe essere riconosciuta, senza interferenza, da parte della scuola pubblica, la possibilità di “gestire” l’insegnamento in materia religiosa dei propri figli.

Quanto alla protezione della libertà religiosa nei rapporti di lavoro, la legge n. 604-1966 prevede che è nullo, a prescindere dalla motivazione adottata, il licenziamento, derivante da motivi, collegati alla fede religiosa (art. 4 legge cit.). L’art. 15, legge 20 maggio 1970, n. 300 vieta atti o accordi, diretti a subordinare l’occupazione, il licenziamento, l’attribuzione delle qualifiche, i trasferimenti, etc, di un lavoratore alle sue convinzioni in materia religiosa.

Può accadere che il rapporto di pubblico impiego si svolga presso enti confessionali, i quali richiedano l’adesione del singolo pubblico impiegato a un certo credo religioso, con la contestuale previsione, per la quale l’abbandono di tale credo implichi la risoluzione del rapporto lavorativo. Occorre contemperare la libertà del singolo di cambiare religione, senza per questo subìre alcun pregiudizio, e la libertà dell’ente confessionale, il quale ha pur esso diritto a che venga rispettata la propria identità in materia religiosa: da ciò la legittimità di subordinare l’assunzione del dipendente all’adesione di questo al culto, professato dall’ente e la prosecuzione del rapporto lavorativo al permanere della fede religiosa del medesimo.

La problematica adesso accennata è stata assai dibattuta, con riferimento al reclutamento dei docenti dell’Università cattolica del Sacro Cuore, in quanto l’art. 38 del Concordato del 1929 ne subordinava la richiesta al nullaosta della Santa Sede, al fine di assicurare che non vi fossero possibili incompatibilità, da un punto di vista morale e religioso. L’art. 10, Accordo del 1984 subordina attualmente la nomina dei docenti di tale Università al gradimento, sotto il profilo religioso, della competente autorità ecclesiastica.

La ratifica dell’Accordo del 1984 non ha riprodotto testualmente l’art. 38 del Concordato del 1929, in quanto permane la regola, per la quale i docenti dell’Università in parola, per insegnare al suo interno, devono possedere il gradimento dell’autorità ecclesiastica, ma attualmente il gradimento della medesima è vincolato al solo profilo religioso, mentre è stato espunto ogni riferimento al profilo “morale”, cui faceva espresso riferimento l’art. 38 Conc.. L’ambito dell’attuale disciplina concordataria è più ristretto, almeno in apparenza, rispetto a quanto statuito dal can. 810 c.j.c.. Si è ribattuto a questa conclusione, che la condotta in materia religiosa non può essere separata nettamente da quella morale(28). Secondo un’opinione, andrebbe attribuita maggiore rilevanza alla previsione del n. 6 del Protocollo addizionale, il quale prevede che il n. 3 dell’art. 10 dell’Accordo di Villa Madama non innova, rispetto alla disciplina dell’art. 38 Conc. Lat..(29)

La tesi, secondo la quale, pur nell’attuale situazione normativa, accanto alla condotta religiosa può esser sindacata anche quella morale, appare maggiormente condivisibile, perché, pur essendo innegabile che religione ed etica sono aspetti distinti della dimensione esistenziale di un individuo, non essendo possibile una loro riduzione in un unitario concetto, è altrettanto vero che esiste una compenetrazione reciproca fra tali due aspetti(30).  

Si sono, in concreto, verificate delle controversie fra singoli docenti e Università cattolica, in merito alla questione in esame.

Nel caso Lombardi Vallauri(31), il ricorso, presentato dal medesimo, avverso la nomina di altro docente all’incarico d’insegnamento della filosofia del diritto (dopo che tale insegnamento era stato tenuto da docente ricorrente per ben ventidue anni), presso la “Cattolica”, si è basato sulla tesi, secondo la quale il Consiglio di facoltà avrebbe dovuto chiedere alla Santa Sede le ragioni del mancato gradimento del docente, non limitandosi a prenderne atto, in quanto il medesimo mancato gradimento costituisce atto da motivare, in modo da consentire al Giudice amministrativo uno scrutinio sul medesimo. Lo stesso docente lamentava di non aver preso conoscenza dei motivi di contrasto fra le sue concezioni e quelle della religione cattolica e di non esser stato sottoposto a un “giusto processo”.

ll Tar Lombardia, Sez. II, con sentenza 26 ottobre 2001, n. 7027(32), decidendo sul ricorso, ha valutato la compatibilità della determinazione del Consiglio della facoltà giuridica della “Cattolica” di non considerare la domanda, per l’insegnamento della disciplina “filosofia del diritto”, presentata dal prof. Lombardi Vallauri, in relazione all’art. 10, n. 3 dell’Accordo di Villa Madama e del n. 6 del Protocollo Addizionale di tale Accordo, pur in assenza di una motivazione, relativa alla determinazione di esclusione della raccolta a verbale della predetta domanda di insegnamento, nonché la compatibilità con la disciplina adesso ricordata della valutazione negativa, espressa dall’autorità ecclesiastica. Lo stesso Tar ha affermato che la concessione o il diniego della stessa è sottratto alla cognizione del Giudice statale, in quanto tale gradimento rileva nell’ordinamento interno come “fatto giuridico in senso stretto”. Gli organi accademici della “Cattolica” non possono vagliare le determinazioni, assunte dalla Congregazione per l’educazione cattolica.

Il rigetto del ricorso, da parte del TAR, ha comportato l’impugnazione della sentenza del medesimo presso il Consiglio di Stato, in cui si è lamentata l’illegittimità degli atti, che hanno condotto alla omessa valutazione della domanda d’insegnamento del prof. Lombardi Vallauri, in quanto il Consiglio di facoltà avrebbe dovuto domandare alla Santa Sede un’articolata motivazione delle ragioni, poste a base a base del mancato gradimento del docente, in quanto la valutazione del profilo religioso del medesimo non costituisce un fatto giuridico, estraneo all’ordinamento italiano, ma un atto, sindacabile dal Giudice italiano, al fine precipuo di verificare l’esistenza di un’incompatibilità fra le concezioni del docente e l’orientamento dell’Università.

Secondo l’impostazione dei motivi del ricorso al Consiglio di Stato, si riscontra una violazione dell’art. 10, n. 3 dell’accordo di revisione del Concordato lateranense e del punto 6 del Protocollo addizionale, relativo al sopra citato art. 10, n. 3(33). L’appellante medesimo ha lamentato di non essere stato messo in grado di difendersi, in quanto non ha avuto l’opportunità di conoscere le ragioni di contrasto delle proprie opinioni, rispetto alla dottrina cattolica. Questo concreto svolgimento della vicenda avrebbe reso assente il rispetto al diritto a un giusto processo, a favore del ricorrente.

Nel ricorso si è sostenuta, inoltre, la violazione della libertà di pensiero e di pensiero religioso del docente, nonché l’autonomia universitaria, in quanto la cattolica si è dovuta uniformare, senza possibilità di opposizione, a una deliberazione della Congregazione per l'educazione cattolica.       

Nella sentenza sul caso Lombardi Vallauri, n. 1762 del 18 aprile 2005, il Consiglio di Stato(34) ha sostenuto che il “gradimento”, da parte dell’autorità ecclesiastica, è un atto, non sindacabile, da parte dell’Autorità giudiziaria italiana, in quanto esterno all’ordinamento dello Stato, con la conseguenza, per la quale non è valutabile, da parte del Giudice italiano, la domanda di un interessato a insegnare presso l’Università Cattolica, in mancanza del gradimento della medesima. Il nulla osta è riconducibile all’ordinamento di uno Stato straniero e non è impugnabile presso il Giudice italiano. Da questo deriva anche l’impossibilità di sindacare quanto deliberato dalla Congregazione per l’educazione cattolica. L’impostazione dei Giudici di Palazzo Spada implica che la mancanza del “gradimento”, da parte dell’autorità ecclesiastica, obbliga l’Università non solo a non nominare il docente, ma anche a “revocare” il medesimo, per sopravvenuta assenza di gradimento, anche in ipotesi di precedente concessione del nulla osta. 

A questa impostazione si è obiettato(35) che, in tal modo si confonde l’atto, di competenza della Santa Sede e, quindi, insindacabile, con i suoi effetti civili e, da sottoporre a vaglio giurisdizionale.

Secondo un’opinione, le ragioni del prof. Lombardi Vallauri, più che sotto l’aspetto dell’eventuale revoca del nulla osta, avrebbero potuto esser valutate al fine di rilevare la presenza di un trattamento discriminatorio in ambito lavorativo (direttiva 2000/78/CE, attuata con d. lgs 9 Luglio 2003, n. 216)(36). Peraltro, l’art. 3, legge 216-2003, 3° comma prevede che non possano considerarsi discriminatorie le disparità di trattamento, collegate a caratteristiche religiose, allorché per la natura dell’attività lavorativa, o per il contesto, in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche, che costituiscono un requisito essenziale e determinante, ai fini dello svolgimento dell’attività medesima”.

Il Consiglio di Stato, nella sentenza n. 1762-2005 ha apoditticamente affermato che il gradimento è un fatto estraneo all’ordinamento italiano, come tale non sindacabile né dall’Università cattolica, né dall’Autorità giudiziaria italiana. L’inoppugnabilità dell’atto di diniego deriva dalla distinzione fra “ordine” dello Stato e della Chiesa, di cui all’art. 7, 1° c. Cost.. A tale proposito, appare essenziale ricordare la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 5213-1994(37)

Una prima vicenda giudiziaria sull’interessante questione ha riguardato il professor Cordero, cui è stato revocato il nulla osta, per l’insegnamento della procedura penale, da parte della Sacra Congregazione per l’istruzione cattolica. In tale precedente occasione, il Consiglio di Stato, con ordinanza della Sezione VI, 26 Novembre 1971, a seguito del ricorso, presentato dal prof. Cordero, privato della cattedra, a seguito della “revoca” del nulla osta, ai sensi dell’art. 38 del Concordato del Laterano, ha ravvisato un contrasto fra la disposizione pattizia e gli artt. 3, 7, 19 e 33 Cost. Da ciò la sottoposizione della relativa questione al vaglio della Corte costituzionale, la quale si è pronunciata con la sentenza n. 195-1972. Secondo la Consulta, proprio gli artt. 19 e 33 Cost. attribuiscono a un’Università, confessionalmente orientata, la facoltà di scegliere i propri docenti, tenendo in adeguata considerazione la personalità dei medesimi e verificandone la compatibilità con il proprio orientamento confessionale.

Come è noto, la sentenza adesso citata della Consulta è stata “incorporata” nel testo del n. 6 del Protocollo Addizionale, il quale fa esplicito riferimento a essa, trascurando che, nel tempo, anche la Corte costituzionale può mutare orientamento.

In tutti i passaggi della vicenda, relativa al caso Cordero, la giurisprudenza ha affermato la revocabilità del nulla osta ex art. 38 Conc Lateranense, in quanto i requisiti, sottesi alla concessione di un provvedimento di “nulla osta”, sono “di durata” e non istantanei. Pertanto, ad avviso della Corte costituzionale, la facoltà di revoca del nulla osta può farsi derivare direttamente dagli artt. 19 e 33.(38).

Non sono mancati interpreti, i quali sono pervenuti a conclusioni diverse, riguardo all’epoca della vigenza del Concordato lateranense, per la mancanza di un’espressa previsione della facoltà di revoca di un nulla osta, già accordato, anche per l’esigenza di rispettare la libertà religiosa individuale del docente. E’ interessante osservare che la Santa Sede aveva proposto una disposizione, la quale contemplava in modo esplicito il potere di revoca, ma il testo in questione venne rifiutato dal Governo.(39)

I simboli pubblici possono esser utilizzati, al fine di esternare alla collettività la presenza di un determinato culto; in coerenza con tale assunto, l'art.9 dell'Accordo del 1984 di revisione del Concordato con la Chiesa cattolica, riconosce, il «valore della cultura religiosa » nell’ambito civile e che «i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano »

Sono sorte controversie, relativamente all’esposizione, in uffici pubblici del crocifisso, prevista obbligatoriamente, in forza di alcune norme secondarie, anteriori all’entrata in vigore della Costituzione.

Potrebbe, in astratto sostenersi l’abrogazione tacita della sopra ricordata normativa, in coerenza con la sopravvenuta abrogazione del principio confessionista, anche perché l’esposizione del crocifisso appare contrastare con la libertà di coscienza e di religione di coloro che non aderiscono al cattolicesimo. In particolare, potrebbe ritenersi pregiudicato dalla disciplina in questione quel diritto alla libera formazione della coscienza, previsto a tutela degli individui non ancora dotati di sufficiente capacità di discernimento, ove si ritenga che il medesimo sia tutelato fra i diritti inviolabili dell’uomo.

In senso diverso, potrebbe sostenersi che il crocifisso, a prescindere dal suo valore di simbolo della religione cattolica, possa considerarsi un importante elemento della cultura della società italiana, al di là del dato strettamente religioso.

 

(1) Ogni uomo ha diritto alla libera professione delle proprie idee e convinzioni, alla libera esplicazione della propria vita religiosa interiore ed esteriore, alla libera manifestazione, individuale e associata, della propria fede, alla propaganda di essa, al libero esercizio, privato e pubblico, del proprio culto, purché non si tratti di religione o di culto, implicante princìpi contrari all’ordine pubblico al buon costume”

(2) Art. 1 “Tutti i cittadini hanno diritto alla piena libertà di fede e di coscienza;

Art. 2 “Tutti i cittadini hanno diritto i professare qualsiasi culto, che non sia contrario all’ordine pubblico, alla morale o al buon costume, o di non professarne alcuno, di manifestare pubblicamente le proprie credenze religiose , di compiere attività religiose nella loro casa e nei locali privati, come nei locali e templi, aperti al pubblico culto, o anche di abbandonare una confessione, per entrare in un’altra.”

Art 3 “Tutte le confessioni religiose, che non contrastino con l’ordine pubblico, con la morale e con il buon costume hanno pari diritto idi organizzarsi liberamente, di propagandare e diffondere la loro fede, di eleggere i propri ministri e di revocarli, di aprire templi e di possedere gli edifici, nei quali il culto viene esercitato.

Tutti i culti hanno diritto a eguale protezione penale contro il vilipendio loro, delle loro credenze, dei loro ministri e contro il turbamento delle loro funzioni.

Particolari leggi e patti concordati regoleranno il regime giuridico e amministrativo delle associazioni e degli enti morali di qualunque culto”

Art. 4 “Nessuno può giustificare un reato o il mancato adempimentio di un dovere imposto dalla legge, invocando le proprie opinioni religiose o filosofiche

(3) D’AVACK Libertà di coscienza, di culto e di propaganda, in Enc. del diritto, vol XXIV, Milano, 1974, pag. 592 e sgg,

(4) Sull’obiezione di coscienza cfr. PRISCO, Fedeltà alla Repubblica e obiezione di coscienza. Una riflessione sullo Stato “laico”, Napoli, 1986; MARZANO, Libertà costituzionali, obiezione i coscienza e convertibilità dell’obbligo di leva, Napoli, 1987, AA.VV., L’obiezione di coscienza tra tutela della libertà e disgregazione dello Stato democratico, a cura di BOTTA, Milano, 1991; GUARINO, Obiezione di coscienza e valori costituzionali, Napoli, 1992; LARICCIA, L’obiezione di coscienza in Italia: vent’anni di legislazione e di giurisprudenza ,in Dir. eccl., 1992, I, pag. 259 e sgg.; BERTOLINO, L’obiezione di coscienza moderna. Per una fondazione costituzionale del diritto di obiezione., Torino, 1994..

(5) Cfr. sentenza n. 203-1989 della Corte costituzionale, la quale, in www.giurcost.it/decisioni, la quale annovera la laicità fra in princìpi supremi della Costituzione dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19, 20 della medesima. Sui problemi della nozione di laicità possono consultarsi anche gli atti del Convegno dell’Assemblea nazionale dei costituzionalisti su “Problemi pratici della laicità agli inizi del XXI secolo” (Napoli, 26-27 Ottobre 2007, in www.AIC2007.unina.it/programma.htm.

(6) Cfr. JEMOLO, Le problème de la laicité en Italie, in AA.VV., la laicité, Paris, 1960, pagg. 474-479; GUERZONI, Note preliminari per uno studio della laicità dello Stato sotto il profilo giuridico, in Arch. Giur., 172 GUERZONI, Stato laico e Stato liberale. Un’ipotesi interpretativa, in Il dir. eccl., 88 (1977), I, pag. 533 e s.

(7) RUFFINI, “Corso di diritto ecclesiastico italiano. La libertà religiosa come diritto pubblico subiettivo”, Torino, 1924 pag. 428, pagg. 200-206; RUFFINI, La libertà religiosa. Storia dell’idea, con introduzione di JEMOLO, 1967.

(8) GUERZONI, Libertà religiosa ed esperienza liberal democratica, in Teoria e prassi della libertà di religione, Bologna, 1975, pagg. 211 ss.

(9) Cfr. TEDESCHI, Per uno studio della libertà religiosa, in Saggi giuridici, Milano, spec. pag. 136-137

(10) La tesi è stata sostenuta da GISMONDI in La posizione della Chiesa cattolica e delle altre confessioni, ai fini della tutela penale, in Giur. cost., 1957; Corte costituzionale 30 Novembre 1957, n. 152, in “Diritto ecclesiastico”, 1999, II, pag. 21, nella motivazione.

(11) Cfr. PETRONCELLI, Manuale di diritto ecclesiastico, 2/a ed., Napoli, 1965, pag. 125 e sg.

(12) Cfr. RUFFINI, La libertà religiosa. Storia dell’idea., pag. 14 e sgg.; ID “La libertà religiosa come diritto pubblico subiettivo, pag. 501 e sgg.; ID, Libertà religiosa e separazione fra Stato e Chiesa, in scritti giuridici minori, Milano, 1936, vol I, pagg. 145 e sgg.; FEDELE, “Attualità di Francesco Ruffini”, in Individuo, gruppi, confessioni, etc. pag. 309 e sgg.; RAVA’. Revisione del Concordato lateranense o revisione costituzionale?, in Riv. trim. dir. pubbl, 1971, pag. 20.

(13) Cfr. FINOCCHIARO, Manuale cit., pag.174

(14) Cfr. CATALANO, il diritto di libertà religiosa, Milano,1957, pag. 8.

(15) Sentenza n. 43, 21 gennaio 1988, in “GC”, 1988, I, pag. 116

(16) Cfr. ESPOSITO, Eguaglianza giuridica nell’art. 3 cost , in La Costituzione italiana. Saggi, Padova, 1954, pag. 50

(17) Cfr. FINOCCHIARO, Diritto ecclesiastico, cit., pag. 201.

(18) Cfr. BARILE, Libertà di manifestazione del pensiero, in Enc. dir., vol XXIV,pag. 460; D’AVACK, Libertà religiosa (diritto ecclesiastico), ibidem, pag. 598.

(19) PICOZZA La problematica conciliare, AA.VV. Teoria e prassi della libertà di religione, Bologna, 1975, pagg. 457 e sgg.

(20) Cfr. CARDIA Ateismo e libertà religiosa, Bari, 1973, pag. 83

(21) Cfr. COLAIANNI, Confessioni religiose e intese, Bari, 1990

(22) Cfr. ORIGONE, La libertà religiosa e l’ateismo, in Annali triestini, vol XX, pagg. 65 e sgg., 71 e sgg., il qualeargomenta nel senso che sia illecita qualsivoglia forma di ateismo attivo; secondo SARACENI; Libertà religiosa e rilevanza civile nell’ordinamento canonico, in Dir eccl pag. 256, 273, la libertà religiosa si esaurisce nel diritto di aderire a un’istituzione e adempiere i doveri, derivanti da tale adesione. 

(23) L’emendamento dell’on. Labriola, successivamente respinto, sanciva che “sono pienamente libere le opinioni e le organizzazioni, dirette a dichiarare il pensiero laico o estraneo alle credenze religiose” (seduta del 12 Aprile 1947)

(24) Cfr. BELLINI, Libertà dell’uomo e fattore religioso nei sistemi ideologici contemporanei, in Teoria e prassi della libertà di religione ,Bologna, 1975, pagg. 117 e sgg.

(25)  Cfr. BELLINI, “Nuova problematica della libertà religiosa individuale nella società pluralistica, in “Individuo, gruppi, confessioni religiose ecc., Milano pag. 1102 e sgg.; “Libertà dell’uomo e fattore religioso nei sistemi ideologici contemporanei”¸ cfr. FINOCCHIARO, Diritto ecclesiastico, VII ed., Bologna, 1997, pagg. 157 e successive edizioni.

(26) Cfr. PEYROT, Provvedimenti ostativi dell’autorità di polizia e garanzie costituzionali, per il libero esercizio dei culti ammessi, in Dir. eccl., 1951, pag. 235 e sgg.. BARILE, Appunti sulla condizione dei culti acattolici in Italia, in “Dir. eccl., 1952, I, pag.348.

(27) FOIS Princìpi costituzionali e libera manifestazione del pensiero, Milano, 1967, pag. 4

(28) Cfr. CASELLATI ALBERTI, Lo status giuridico dei docenti dell’Università cattolica fra libertà della Chiesa e libertà dello Stato, in Studi di diritto ecclesiastico in tema d’insegnamento, pag. 157.

(29) Cfr. FINOCCHIARO, Manuale cit. pagg. 409 e sgg.,

(30)  In senso contrario, cfr. CARDIA, Manuale cit., pag. 309-310,; LUGLI, Il caso Lombardi Vallauri: il problema della libertà d’insegnamento in Italia, ,in Bioetica, rivista interdisciplinare, 2002, IV, pag. 799; MANCO, La libertà dei docenti dell’Università cattolica del sacro Cuore (a proposito di una recente sentenza), in www.olir.it, pag. 11 e ss.

(31) 

(32) Cfr. I Tribunali amministrativi regionali, 2001 I, pag. 4059 e sgg.

(33) Le due disposizioni testualmente prevedono: “Le nomine dei docenti dell’Università cattolica del sacro Cuore e dei dipendenti istituti sono subordinate al gradimento, sotto il profilo religioso, della competente autorità ecclesiastica” e 2La Repubblica italiana, nell’interpretazione del n. 3, che non innova l’art. 38del Concordato dell’11 Febbraio 1929, si atterrà alla sentenza 195-1972 della Corte costituzionale, relativa al medesimo articolo. Cfr. L..PEDULLA’ “Il gradimento dell’autorità ecclesiastica costituisce presupposto di legittimità della nomina del docente dell’Università cattolica dell Sacro Cuore”, in www.quadernicostituzionali.it., passim. 

(34) La sentenza del Consiglio di Stato, scaturita da appello, avverso la sentenza del TAR, può leggersi nel testo integrale in www.olir.it. La medesima sentenza è stata commentata da MEZZACAPO, Un atto estraneo all’ordinamento italiano, non sindacabile in sede giurisdizionale., in Guida dir., 2005, n. 20, pagg. 80 e sgg.

(35) cfr. ,MANCO, La libertà cit. pag.8

(36) Cfr. F.ONIDA Ultime considerazioni sul caso Lombardi c. Università cattolica, in www.olir.it. , passim.: “Nell’altra ipotesi (rifiuto del gradimento iniziale)si tratta piuttosto di un caso di discriminazione, dunque di una lesione del principio di uguaglianza, la cui eventuale legittimità e giustificabilità dipende dalla ragionevolezza del motivo, che la rende necessaria (…)..

(37) Cfr Giust. civ. , 1994, I, pag. 2127, con nota di FINOCCHIARO, Un aspetto pratico della laicità dello Stato: il difetto di giurisdizione nei confronti degli statuti e delle deliberazioni delle confessioni religiose in materia spirituale e dottrinale.

(38) In questi termini, cfr. BELLINI, Princìpi di diritto ecclesiastico, Milano, 1972, pag. 201; FINOCCHIARO; Diritto ecclesiastico, Bologna, 1997, pag. 407 e successive edizioni; CARDIA, Manuale di diritto ecclesiastico, Bologna, 1996,.pag. 310.

(39) Cfr. MARGIOTTA BROGLIO, Il caso Cordero: un po’ di ermeneutica, in Pol. dir., 1973, pagg. 28 e sgg. Nel senso della non revocabilità del nulla osta, in assenza di esplicita previsione in tal senso, cfr. LARICCIA, Libertà delle università ideologicamente impegnate e libertà d’insegnamento, in Giur. cost., 1972pagg. 2193 e sgg.; F: ONIDA, Lo Stato fra scienza e religione (II); il caso Lombardi Vallauri, in Notizie di Politeia, 1999, n. 53 pag. 105 e sgg.


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