Considerazioni sull'imminente riforma del processo civile
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Articolo del 19/05/2009 Autore Avv. Fabio Sesti Altri articoli dell'autore


E’  ormai questione di mesi, forse di giorni, e (l’ennesima) riforma del processo civile vedrà la luce. Il testo, già approvato in prima battuta alla Camera, i primi di marzo è stato lievemente modificato al Senato, sicchè è ora alle viste un nuovo esame a Montecitorio il quale, a meno di ulteriori addende, produrrà la stesura definitiva. In altri termini, la riforma sarà a breve Legge della Repubblica, e tutti gli addetti ai lavori, magistrati, avvocati, cancellieri (compresi i non pochi ancora intenti a familiarizzare con i labirintici viluppi della scorsa riforma, entrata in vigore il primo marzo del 2006…) dovranno presto farci i conti.

E’ allora il caso di dare uno sguardo d’insieme alla subentranda struttura, in uno all’esame dei suoi più rilevanti aspetti.

Il disegno si fonda sull’introduzione (fatti salvi i riti speciali) di tre procedimenti di base, in un’ottica manifestamente deflattiva (sulla carta, naturalmente: chiunque ha dimestichezza con le aule di tribunale sa quanto tra il dire e il fare ci sia l’oceano di mezzo): il procedimento per le cause di lavoro, quello ordinario ed un nuovo di zecca procedimento sommario, il quale sarà oggetto di un inedito Capo successivo al Capo III del Titolo I del Libro IV del Codice di Procedura Civile, e che dovrebbe comprendere gli articoli 702 bis, ter e quater. Quest’ultimo rito, effettivamente improntato ad una logica di stringente sommarietà, con termini ridotti, introduzione per ricorso, omissione di ogni formalità non essenziale al contraddittorio (similmente ai procedimenti cautelari) e da concludersi con ordinanza appellabile entro trenta giorni, lascia invero per come congegnato qualche perplessità. Recita il nuovo art. 702 bis (si intende, salvo ulteriori modifiche):  “Nelle cause in cui il tribunale giudica in composizione monocratica, la domanda può essere proposta con ricorso al tribunale competente”: sembrerebbe dunque che oggetto del rito sommario sarebbe tutto quanto non compreso nell’elenco di cui all’art. 50 bis cpc, ossia praticamente un buon 80% delle controversie di Tribunale. Sicchè, a fronte di una (auspicata) riduzione dei tempi di trattazione, non è quantificabile il prezzo che, inevitabilmente, si pagherebbe in termini di minor certezza e garanzia per le parti in causa.

Inoltre, è previsto un rilevante incremento in termini di competenza per valore (per le cause naturalmente relative a beni mobili) del Giudice di Pace, dalle attuali 2582,28 euro fino a 20 mila euro. E’ perciò facilmente intuibile in quale ristretto alveo si vuole relegare il procedimento ordinario, e solo la prassi sarà in grado di fornire un giudizio credibile su una siffatta scelta.

Molto importante la probabile nuova dizione dell’art. 115, primo comma, nel corpo del quale all’attuale periodo “Salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero” dovrebbe aggiungersi la locuzione “nonché i fatti non specificamente contestati dalla parte costituita”. Si introduce quindi un principio di “non contestazione” che dovrebbe avvicinare sensibilmente il processo civile a quello del lavoro, nell’ambito del quale la parte resistente, a norma dell’art. 416 cpc, deve specificamente contestare nella memoria di risposta l’an come il quantum. Ciò produrrebbe inevitabili ricadute sul contenuto della costituzione del convenuto, seppure nessuna modifica dovrebbe interessare formalmente l’art. 167.     

Ulteriore profilo di interesse è rappresentato dal nuovo art. 257 bis, il quale dovrebbe introdurre la “testimonianza scritta”, ammissibile tenuto conto della natura della causa e delle circostanze e sempre che vi sia l’accordo delle parti (non facile a verificarsi).

Infine, chiaro esempio dell’intento deflattivo che percorre il progetto di riforma costituisce la promovenda modifica dell’art. 327, e la conseguente riduzione del termine (lungo) per impugnare la sentenza di primo grado da un anno a soli sei mesi (e quarantacinque giorni tenendo conto dell’interruzione estiva), sempre a partire dalla pubblicazione della sentenza.


Avv. Fabio Sesti
Avvocato
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