E’ possibile attribuire un nome maschile ad una bambina??
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Articolo del 18/05/2009 Autore Fabio Mandato Altri articoli dell'autore


1. Premessa – 2. Il caso – 3. Il precedente comunitario – 4. Quanto è diffuso Andrea al femminile in Italia?

1. Premessa

Nell’attuale riflessione sul diritto delle persone un ruolo particolare assume il diritto all’identità personale, specie se questo riguarda il caso di minori. La questione ha una grande eco sia a livello nazionale che in quello comunitario. Ed assume ancora più pregnanza in un periodo storico in cui le culture si mescolano e convivono. Il diritto al nome, in proposito, è oggetto di analisi da parte della giurisprudenza e della dottrina. I casi che si presentano all’attenzione dei giuristi nascono da un diritto primario dell’individuo, quello all’identità personale che è contemplato dal codice civile, agli artt. 6 e ss. Si afferma, innanzitutto, che «ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito. Nel nome si comprendono il prenome e il cognome. Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati». L’art. 7, al contrario, prevede che «la persona, alla quale si contesti il diritto all'uso del proprio nome o che possa risentire pregiudizio dall'uso che altri indebitamente ne faccia, può chiedere giudizialmente la cessazione del fatto lesivo, salvo il risarcimento dei danni. L'autorità giudiziaria può ordinare che la sentenza sia pubblicata in uno o più giornali».

Recentemente la giurisprudenza ha dovuto occuparsi del nome attribuito ad un figlio. La prima pronuncia è quella della Corte d’Appello di Genova del 10 novembre 2007, che ha affermato il seguente principio: «il nome “Venerdì”, dato ad un bambino dai genitori, è ridicolo, in quanto è quello di un giorno della settimana, evocante oltretutto la sfortuna, ed inoltre è proprio di un personaggio letterario caratterizzato da sudditanza e inferiorità e pertanto, atteso il divieto di nomi ridicoli o vergognosi, ne va disposta la rettifica». La seconda riguarda un decreto del Tribunale di Catanzaro del 14 aprile 2009.

 

2. Il caso

 

Il Tribunale calabrese si è trovato dinanzi al caso di una bambina nata in Francia nel 2004 da genitori italiani, chiamata “Andrea”, nome che in Francia ha valenza femminile, la cui nascita era stata trascritta in Italia, con la seguente indicazione: “sesso femminile essendo, tuttavia, il suddetto nome di valenza maschile”. Sulla base della segnalazione del Comune, la Procura ha presentato istanza di rettificazione del nome al Tribunale competente, ai sensi dell’art. 95 D.P.R. 396/2000.
Nel decreto emanato, il Tribunale, riportando le disposizioni del D.P.R. 396/2000, ha ricordato che  «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso» (art. 35) ed «è vietato imporre al bambino nomi ridicoli o vergognosi» (art. 34). Secondo il giudice, dal dettato di tali norme scaturisce il divieto di attribuire ad un nato di sesso femminile un nome che in Italia, secondo l’indice Istat, è proprio di un uomo. Il rischio, infatti, secondo la sentenza, è che l’identità della bambina potrebbe subire la derisione altrui. Da ultimo, il Tribunale di Catanzaro ha inteso compiere una breve esegesi sulla legittimità della scelta del nome da parte dei genitori, intendendo essa non un diritto potestativo, bensì una mera potestà, la quale tuttavia è subordinata al rispetto di determinate condizioni: fermo restando il diritto al nome, infatti — previsto anche dall’art.7 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 — in primis, il nome identificativo non deve esporre il minore al ridicolo o alla vergogna; in secundis, il nome deve essere conforme al sesso del minore; tertium, il nome deve essere costitutivo dell’identità personale del minore. Alla luce di tali considerazioni, il Tribunale di Catanzaro ha accolto l’istanza della Procura della Repubblica, intimando di anteporre al nome “Andrea” un nome riconosciuto in Italia come femminile.

 

 

 

3. Il precedente comunitario

 

Prima di sottoporre a critica la pronuncia in esame, occorre richiamare un precedente della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il riferimento è alla sentenza del 6 settembre 2007, caso Johansson c. Finlandia. I ricorrenti lamentavano la violazione dell’art. 8 CEDU, che riguarda il diritto al rispetto della vita privata e familiare — diritto presuntivamente violato da parte delle autorità finlandesi che si erano rifiutate di registrare il nome “Axl” per il loro figlio — rifiuto motivato dal fatto che un nome potrebbe essere accettato malgrado la sua incompatibilità con la pratica nazionale in materia di nomi se una persona, in forza della sua nazionalità, dei suoi rapporti familiari o di altre circostanze particolari abbia un legame con uno Stato straniero e il nome sia conforme alla pratica di tale Stato, o per altre ragioni valide. La Corte ha riconosciuto che la protezione di un bambino dall’attribuzione di un nome che possa nuocergli alla personalità, perché per esempio ridicolo o strano corrisponde all’interesse generale. I giudici europei hanno altresì osservato che le autorità nazionali dispongono di una larga discrezionalità nell’applicazione caso per caso della legge sui nomi. Tuttavia, nel caso di specie, la Corte dichiara la violazione dell’art. 8 CEDU, in quanto «the name was not ridiculous or whimsical, nor was it likely to prejudice the child, and it appears that it has not done so. It was also pronounceable in the Finnish language and used in some other countries», ovvero, «il nome in questione, usato senza difficoltà nella cerchia familiare, non differisce molto da altri nomi diffusi in Finlandia, non è ridicolo né strano ed è usato in altri paesi» e non rischia di pregiudicare il bambino. Il nome “Axl” è infatti presente in altri due casi in Finlandia, ed è stato ivi accettato senza che si sia sostenuto che ciò avesse conseguenze negative sulla preservazione dell’identità culturale e linguistica del paese. In quanto già presente, dunque, “Axl” non assume significati negativi, né può esporre il soggetto a subire le derisioni altrui.

 

4. Quanto è diffuso Andrea al femminile in Italia?

 

Al tempo dell’emanazione del decreto da parte del Tribunale di Catanzaro, la piccola Andrea aveva già compiuto cinque anni. Di qui, la prima considerazione per la quale la bambina ha già sviluppato nei confronti della società, e prima di tutto con se stessa, la cognizione di identificarsi col nome “Andrea”, per cui rendere non giuridicamente valido l’appellativo potrebbe essere lesivo dell’identità che ha. O comunque, il mantenimento del nome controverso con la semplice anteposizione di un nome femminile significa provocarle una capitis deminutio, seppur minima, della propria certezza identitaria, con eventuali ripercussioni anche dal punto di vista psicologico.

Da un punto di vista etimologico, il nome “Andrea” ha un duplice significato: da un lato deriva dal greco “anèr-dros”, che identifica l’“uomo coraggioso”; dall’altro proviene dal greco “andreìa”, che riguarda la “forza”, il “coraggio”. Neanche l’etimo — se si riflette — può aiutare, perché il coraggio cui fa riferimento il termine può essere proprio dell’essere umano, senza alcuna distinzione tra uomo e donna.

L’indagine, dunque, sembra doversi spostare dalla pura esegesi basata sui classici alla prassi attuale dell’utilizzo del nome. Non ci sono dubbi sul fatto che esistano appellativi femminili e appellativi maschili, e che la differenza di sesso imponga determinate scelte ai genitori. Ora, al di là del caso di specie — per il quale abbiamo sottolineato i possibili rischi del parziale cambio di identità da parte della minorenne — occorre obiettivamente ammettere che il nome “Andrea” è diffuso sia al maschile che al femminile, anche nel nostro paese. È, questo, un portato dell’integrazione europea ormai piena, ovvero del fenomeno migratorio per il quale diversi individui, specie provenienti dall’est dell’Europa, si spostano in Italia a fini lavorativi o di soggiorno. Molte donne, abitualmente residenti in Italia, seppur straniere, portano il nome “Andrea”, sicché questo, al femminile, è oramai diffuso nel nostro ordinamento. Non reca, per tale motivo, alcun rischio di vergogna, né risulta essere ridicolo. Una simile affermazione è suffragata da una pronuncia di merito, per la quale «ancorché per la tradizione italiana il nome “Andrea” sia riferito al sesso maschile, vi sono non pochi differenti ambiti territoriali in cui tale nome è riferito al sesso femminile: ciò ha comportato che anche nella nostra attuale società, sempre più multietnica, sia nome conosciuto anche come qualificante persona femminile. Con la conseguenza che là dove quel nome sia integrato con altro certamente corrispondente al sesso femminile (nella specie Alessia) sì che non possano esservi equivoci sulla identificazione della persona come soggetto di sesso femminile, è da escludersi la cancellazione del nome “Andrea” (cfr. Tribunale Milano, 20 febbraio 2003)». In casi come quello risolto dal Tribunale di Catanzaro, poi, essendo la bambina già di cinque anni, sarebbe stato più opportuno confermare lo status personae precedente, ben potendo questa soluzione essere intesa come il male minore in confronto alle possibili ripercussioni che un cambiamento d’identità discutibile possa generare nei confronti della bambina. In conclusione, deve prevalere, come in tutto il diritto di famiglia attuale, il preminente interesse del minore, in primis nell’identità personale con la quale è stato sempre conosciuto.


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