Interessi legali sui rimborsi iva pagati dall’ufficio in ritardo rispetto ai termini stabiliti dalla norma
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Articolo del 07/03/2009 Autore Dott. Antonino Pernice Altri articoli dell'autore


Fatto:

 

ARGOMENTAZIONI  

 

L’art.38-bis, c.1, Dpr n.633/72 (Esecuzione dei rimborsi), dispone che “…Sulle somme rimborsate si applicano gli  interessi  in  ragione del 2,75 per  cento  annuo (La misura degli interessi è stata così fissata  dall’art.2, D.M. 27.06.03, a decorrere dal 1° luglio 2003), con  decorrenza  dal  novantesimo  giorno successivo a quello  in  cui  è  stata  presentata  la  dichiarazione,  non computando il periodo intercorrente tra la data di notifica della richiesta di documenti e la data della loro consegna, quando superi quindici  giorni… i rimborsi sono  eseguiti  entro  tre  mesi  dalla presentazione della dichiarazione,  che  vale  come  dichiarazione  annuale limitatamente ai dati in essa  indicati,  con  le  modalità  stabilite  dal presente articolo e, agli effetti del computo  degli  interessi,  si  tiene conto della data di presentazione della dichiarazione stessa…”.

 

L’art.38-bis, c.3, Dpr n.633/72, dispone che “Quando sia stato constatato nel relativo periodo  di  imposta  uno  dei reati di cui all’art.4, 1^ c., n.5),  della L.516/82, l'esecuzione dei rimborsi prevista  nei  commi  precedenti  è sospesa, fino a concorrenza dell'ammontare dell'imposta sul valore aggiunto indicata nelle  fatture  o  in  altri  documenti  illecitamente  emessi  od utilizzati, fino alla definizione del relativo procedimento penale…”.  Tale disposizione delinea un meccanismo sospensivo solo in relazione alle ipotesi in cui sia stato instaurato, a carico dell'istante medesimo, un procedimento penale per i predetti reati.

La Corte di Cassazione (sentenza n. 15532 dell'11-08-2004), ha affermato che la finalità  del  citato  art.  38-bis,  c.3, è  quella  di  tutelare l'interesse  dell'Erario  a  recuperare,  in  via  di   autotutela,   quanto eventualmente percepito indebitamente dal contribuente, sicché  l'eventuale sequestro dei crediti d'imposta esclude, per la  durata  di  efficacia  del provvedimento,  l'imputabilità  del  ritardo  nel  pagamento  del   credito d'imposta all'Amministrazione (la quale assume la qualità  di  custode  dei crediti sequestrati). Tuttavia, il fatto che la natura moratoria  degli  specifici  interessi previsti per il ritardo nel pagamento dei  rimborsi  Iva  escluda  che  gli stessi non possono essere riconosciuti al contribuente in caso di sequestro del relativo credito, ciò non implica comunque che il  credito  sequestrato non sia idoneo alla produzione di interessi. Quando, infatti, il credito abbia acquistato carattere di liquidità  ed esigibilità, sulla somma dovuta  decorrono,  a  norma  dell'art.  1282  del c.c., gli interessi corrispettivi  nella  misura  legale,  la  cui funzione è quella di bilanciare il  vantaggio  che  una  parte  ritrae  dal trattenere oltre il termine  stabilito  le  somme  da  denaro  naturalmente produttive di utilità perla controparte. Tali interessi,  a  giudizio  della  Corte  dì  Cassazione,  "decorrono indipendentemente dalla  non  imputabilità  del  ritardo  nel  pagamento  e rappresentano  una  conseguenza  automatica  del  pregiudizio  subito   dal creditore nel godimento di quanto dovutogli".




 













 
 

 

L’art.38 bis D.P.R.  633/1972, dispone  che  gli  interessi decorrono "dal novantesimo giorno successivo alla dichiarazione  contenente la contestuale domanda  di  rimborso  dell'eccedenza  versata",  e  dunque, àncora al preciso parametro temporale indicato il dies a quo utile  per  il computo degli interessi.  Se dunque, la condictio indebiti, da cui trae origine  il  credito  per gli interessi stessi, si verifica con la dichiarazione stessa  nella  quale in contribuente espone il credito d'imposta da recuperare, il  legislatore, nella sua discrezionalità, ha  ritenuto  di  concedere  all'A.F. una sorta di moratoria limitata al tempo  indicato  di  novanta giorni, decorso il quale come ogni  altro  credito  pecuniario,  quello  in esame comincia a maturare frutti civili. Da questo stesso momento  comincia a decorrere  il  termine  di  prescrizione  decennale,  che  presuppone la liquidità ed esigibilità del credito. 






 



La Cass. sent. I civ. 14-01-1967 n. 141; Cass. 6-08-1964, n. 2241; Cass. 
03-01-1964, n. 247; Cass. 8-07-1963, n. 1856, ha 

affermato che anche in materia tributaria vi è un generale obbligo di interessi moratori al fine di porre la finanza ed il contribuente sullo stesso piano di uguaglianza rispetto al principio dell'obbligo della corresponsione degli interessi di mora. Il suddetto principio è stato inoltre ribadito anche dalla Circolare n.3 del 18.01.1983, secondo cui la ratio della norma è stata individuata nella funzione equilibratrice dell'indebito vantaggio che potrebbe derivare all'Erario, data la normale produttività del denaro.

La Cassazione con le sentenze n.552 del 1999  e n.5790 del 19.04.01, dopo un iniziale contrasto,  ha  ammesso  già  con  la Sentenza n.552 del 1999, e poi con altre  successive (Sent. N.5790 del 19.04.01),  la  possibilità  che  il  contribuente  chieda  gli interessi anatocistici nei confronti del Fisco.

La Corte di Cassazione con  sentenza n.10653 del 3.8.2001, sia pure a proposito dell’art.44 del Dpr n.602/73 in tema di interessi per ritardato  rimborso  di  imposte dirette (invece che di rimborsi dell'I.V.A.), ha messo in rilievo da un lato la natura derogatoria e speciale della normativa tributaria rispetto  a quella civilistica e dall'altro  il  suo  contenuto  esaustivo,  sì  da  non consentire il ricorso analogico ai principi previsti dal diritto civile.

La Cassazione con sent.n.14002 del 22.09.03, ha affermato che sui rimborsi Iva richiesti dal contribuente spettano gli interessi anatocistici.

Infatti, l’art.1283 c.c., secondo cui gli interessi scaduti e dovuti almeno per sei mesi, dal giorno della domanda giudiziale, possono produrre interessi, si applica a tutte le obbligazioni pecuniarie, a prescindere dalle parti coinvolte nel rapporto.

 

La Cassazione con sent. n. 6538 dell'11-12-2003, Sez. trib. -, ha stabilito che ove il  contribuente  opti  per  la  procedura  di  rimborso accelerato dell'Iva, prevista dall’art.38-bis, 2^ c., D.P.R. n.633/72, il diritto al pagamento diviene liquido ed  esigibile con il decorso del più breve termine di tre mesi dalla richiesta; e  perciò dalla scadenza del terzo mese successivo alla data di  presentazione  della dichiarazione decorre il termine ordinario decennale di  prescrizione,  sia per quanto relativo al capitale che per gli interessi.

 

La Corte di Cassazione con Sent. n.66 del 30.11.2004 ha affermato che gli interessi moratori sulle eccedenze di versamento dell'Iva costituenti obbligazione accessoria ed autonoma rispetto a  quella  per  il pagamento della sorte  capitale  decorrono  "dal  giorno  di  scadenza  del termine del ... pagamento" dei rimborsi (art.1, 16^ c., D.L. 30.12.1991, n.417, conv. con modif. nella  Legge 06.02.1992, n. 66); cioè "dal novantesimo giorno successivo a  quello  in  cui  è stata presentata la dichiarazione" (art.38-bis D.P.R. n.633/1972  e succ. modif.);  e  sono  "soggetti  alla  prescrizione  di  cui all'art. 2946 del c.c." (art.1, 16^ c., D.L. n.417/1991, cit.), che si compie nel termine ordinario di dieci anni "dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere" (articolo 2935 del c.c.), cioè dal  giorno  in  cui  tale  diritto  è   riconosciuto   con   provvedimento dell'Amministrazione (che non coincide con il giorno  di  decorrenza  degli interessi).

 

La Cassazione con la sentenza n.  15222  del  2004,  ha  stabilito, in tema di imposte  indirette  (nella  specie,  Iva, nella disciplina di cui al D.P.R. n.633/72),  che  il  credito  del contribuente per interessi, già maturati sui  rimborsi  delle  eccedenze  di imposta, segue un percorso autonomo, per decorrenza e per scadenze, rispetto all'obbligazione principale (fermo restando il  disposto  degli artt.1 e seguenti della L.29/1961  che, disponendo  in  via  generale  sulla materia  degli  interessi  da   corrispondersi   nell'ambito   dei   rapporti tributari, stabilisce che essi si calcolino "per ogni semestre  compiuto"  a decorrere dal giorno in cui il tributo è divenuto esigibile), ed è soggetto, pertanto, a vicende autonome anche sul piano della prescrizione,  sicché  la prescrizione del detto credito  per  interessi  resta  sganciata  da  quella fissata per il credito d'imposta ed è insensibile alle vicende  interruttive riguardanti esclusivamente quest'ultima.

La Corte di Cassazione con Sent. n. 4316 del 26.01.2005 ha affermato che ove  il  contribuente  opti  per  la  procedura  di  rimborso accelerato dell'Iva, prevista dall’art.38-bis, 2^ c., D.P.R. n.633/72, il diritto al pagamento diviene liquido ed  esigibile con il decorso del più breve termine di tre mesi dalla richiesta; e  perciò dalla scadenza del terzo mese successivo alla data di  presentazione  della dichiarazione decorre il termine ordinario decennale di  prescrizione,  sia per quanto relativo al capitale che per gli interessi.

La più recente giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione è ormai costante nel riconoscere l'applicabilità dell' art. 1283 c.c. ai rimborsi delle imposte versate in eccedenza rispetto al dovuto, «nulla risultando previsto al riguardo e non essendo ravvisabile alcun dato normativo indicativo di una incompatibilità logica e giuridica con l'istituto dell'anatocismo».

Se prima si era sostenuto che l'art. 1283  c.c.,  sulla  spettanza nelle  obbligazioni  pecuniarie  degli  interessi  sugli  interessi  scaduti (cosiddetto anatocismo), non trova applicazione in materia tributaria,  dove prevalgono le disposizioni speciali che regolano compiutamente  gli  effetti della mora debendi (sent. n. 6310 del 1996), in uno secondo momento, con  le sentenze citate, la Suprema Corte ha affermato che, in materia  di  rimborsi di imposta, il contribuente può conseguire,  nel  rispetto  dei  presupposti stabiliti  dall'art.  1283  c.c.,  la  condanna   dell'A.F. al pagamento degli interessi anatocistici.

 

La Corte Cassazione, Sez. trib., sent. N.2945 del 18.01.2007, ha affermato che l'obbligazione  del  Fisco  per  gli  interessi   scaturenti   dal   tardivo adempimento del  credito  da  rimborso,  vantato  dal  contribuente  per  il pagamento di somme dallo stesso non dovute o versate in eccesso, costituisce un'obbligazione pecuniaria autonoma rispetto all'obbligazione riguardante il capitale, onde le vicende dell'una  sono  autonome  e  distinte  rispetto  a quelle dell'altra.

 

La Corte di Cassazione con Sent. n. 96 del 23.04.2007 ha affermato che in  materia  tributaria,  la  disciplina  degli  interessi  è prevista  in  modo  esauriente  e  completo  dalla  normativa  speciale,  in considerazione della natura pubblica del rapporto obbligatorio  d'imposta  e della particolarità dei soggetti dell'obbligazione e dei  suoi  presupposti. Conseguentemente, nel rispetto dei requisiti  previsti  dall'art.  1283  del c.c., il contribuente è  ammesso  all'ottenimento  degli  interessi anatocistici purché ne faccia domanda a mezzo dell'atto introduttivo  e  con decorrenza dalla domanda giudiziale.

 

CONCLUSIONI

 

La volontà legislativa deve essere ricostruita in ragione dei canoni costituzionali di razionalità, uguaglianza, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione (ai quali si richiama anche il recente Statuto del contribuente, art. 1, c.1, Legge n.212/2000), secondo cui la norma deve essere esaminata non soltanto nell'ottica degli interessi erariali, ma anche in quella degli interessi del contribuente.

Soltanto uno Stato inefficiente ed autoritario può aspirare a compensare le proprie eventuali carenze organizzative con una legislazione, o una giurisprudenza, "protezionistica", che disconosca cioè i diritti del cittadino fino a quando non siano maturi i tempi della burocrazia.

Uno Stato moderno che operi secondo criteri di efficienza e di economia, che non ha timore di porsi su un piede di parità con il cittadino (non più suddito), tanto da formalizzarne e tutelarne i diritti inviolabili (almeno in linea di principio) nei confronti del fisco con un apposito statuto (Legge n.212/2000), non può poi pretendere che i tempi dei pagamenti a favore dei contribuenti siano affidati alla "buona volontà" dei funzionari incaricati, senza alcuna possibilità di rivalsa da parte del creditore (salvo, evidentemente, il caso di dolo o colpa grave).

Tanto più che, invece, i termini di pagamento in favore del fisco sono sempre scanditi su tempi rigidamente cadenzati.

Dal punto di vista sostanziale, i rapporti dare-avere, tra fisco e contribuente, devono essere inquadrati nell'ambito dei principi di tutela della integrità patrimoniale del contribuente, fissati dall'art. 8 della legge 212/200, che esordisce stabilendo che "l'obbligazione tributaria può essere estinta anche per compensazione" (comma 1), riconoscendo implicitamente la "par condicio" del dare e dell'avere a partire dal momento della loro coesistenza (art. 1242 c. c).

L’art.1224, 2^ comma c.c., inoltre, stabilisce tassativamente che: “Al creditore che dimostra di aver subito un danno maggiore spetta l’ulteriore risarcimento”.

In tema di danno per ritardati rimborsi d’imposta o per svalutazione monetaria (Rivalutazione del capitale dovuto dall’A.F. ex art.1224 c.c.), è da dire che non è automatica nel settore tributario.

Il contribuente che vanti un credito d’imposta nei confronti del Fisco è tenuto a provare di aver subito un maggior danno per l’indisponibilità del denaro, oltre quello che normalmente è risarcito con il pagamento degli interessi, come ha chiarito la Corte di Cassazione, Sez.Unite, con la sentenza n.16871 del 31.07.07.


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