Brevi osservazioni in tema di patto di famiglia
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Articolo del 24/02/2009 Autore Avv. Gianluca Cascella Altri articoli dell'autore


Con la novella del 2006, il legislatore ha introdotto uno strumento la cui utilità ed efficacia viene in rilievo peculiarmente in ambito imprenditoriale, o quasi, ed appare dettata dalla esigenza di garantire, all’interno della medesima cerchia familiare, se pur considerata in una ampiezza che può risultare comunque non trascurabile, la continuità nella gestione di una impresa, ovvero nella titolarità di determinate partecipazioni societarie – che in fondo anche esse sono o possono rivelarsi strumenti idonei a garantire il controllo su di una compagine aziendale – perpetuandola attraverso un passaggio generazionale.

Il fine è, ovviamente, quello di proteggerla dal rischio di una frammentazione, senza dubbio possibile al momento della apertura della successione dell’imprenditore e/o del titolare delle partecipazioni, che vanificherebbe gli intenti, ed anche le aspirazioni di chi magari l’impresa ha creato, di vederla continuare ed anche(ulteriormente) sviluppare, dai propri discendenti.

Tale obiettivo, ovviamente, si scontrava con quello che era l’assetto legislativo preesistente, che in sostanza privilegiava, per un verso, il diritto del testatore alla piena manifestazione della propria volontà sino all’ultimo, attraverso la piena ed illimitata revocabilità del testamento, e per altro verso, con una impostazione che – vista la tutela che il sistema continua ancora a riconoscere alla categoria di successori dei c.d. legittimari, che pur se eredi necessari, nel senso di titolari di un intoccabile diritto ad una parte dell’eredita, non necessariamente e perciò solo possono essere in possesso della capacità di assicurare la continuità dell’attività imprenditoriale - in sostanza si rivelava di ostacolo alla possibilità di assicurare la continuazione dello svolgimento della attività di impresa, impedendo in tal modo ad una compagine aziendale di stare al passo con l’evolversi delle dinamiche del mercato e di competere in esso in maniera concorrenziale ; il tutto, quindi, con gli immaginabili riflessi economici negativi, diretti per quanto riguarda la singola impresa, ed indiretti ma non meno importanti per il mercato.

Quindi, scopo ultimo dell’istituto è quello di realizzare, legislativamente, un contemperamento tra gli interessi e le aspettative, da un lato, dei legittimari a vedere realizzato il proprio diritto alla successione, parimenti ex lege riconosciuto e tutelato, e dall’altro del soggetto imprenditore e/o titolare di partecipazioni societarie, ad assicurarsi – nell’ottica innanzi evidenziata – la continuità nella gestione dell’azienda attraverso l’affidamento di essa ad uno o più suoi discendenti in possesso, evidentemente, delle qualità e capacità che il disponente reputi adeguate a garantire il perpetuarsi nonché lo sviluppo del family business, sempre ovviamente con il consenso – irrinunciabile per quanto si dirà appresso – degli altri suoi familiari che, al momento della stipula, siano concretamente o potenzialmente suoi eredi legittimari.

Del resto, anche in ambito comunitario tali scopi sono previsti e perseguiti, con particolare riguardo alle piccole e medie imprese, atteso che con la comunicazione n. 98/C/93/02 della Commissione Europea, avente ad oggetto la trasmissione di tale tipologia di imprese, gli accordi all’interno del gruppo familiare(che evidentemente controlli le imprese in questione) vengono esplicitamente individuati – e tutto sommato anche consigliati - quali strumenti per garantire la continuità della gestione della impresa nel passaggio da una generazione all’altra.

L’istituto in questione è stato collocato nel capo V bis del titolo IV del Libro II° del Codice Civile, libro in cui sono collocate anche le norme sulle donazioni e sulla divisione ereditaria e viene definito negli articoli da 768 bis a 768 octies, norme che presentano, come appresso si dirà, caratteri peculiari ma anche non poche difficoltà interpretative, oltre a fungere, per altri aspetti ancora, come elementi di collegamento con gli istituti del diritto delle successioni a causa di morte.

Va detto subito, poi, che il patto di famiglia(o family plan nella esperienza anglosassone), di seguito definito, per brevità, <p.>, non può essere accomunato a questi ultimi, anche se è parimenti innegabile come con i primi comunque condivida determinati aspetti, e che la dizione legislativa certo non aiuta ad evitare una facile assimilazione se non addirittura induce in errore e confusione, mentre va comunque tenuto presente che vi sono elementi di notevole rilievo quali l’oggetto di esso, la sua efficacia, nonché ed intuitivamente l’evento che ne costituisce il presupposto, che differiscono sensibilmente, ma che comunque, a ben vedere, ne consentono al tempo stesso la coesistenza, appunto in ragione delle diversità che li caratterizzano.

Esso, innanzitutto, è un atto tra vivi, di natura traslativa e con efficacia reale ; quindi, che non possa parlarsi di successione a causa di morte in relazione all’istituto introdotto con la L.14.02.2006 n. 55 appare evidente ove solo si pensi che qui l’evento morte non viene affatto in considerazione, poiché quando viene stipulato il <patto> il disponente, e cioè l’imprenditore e/o titolare delle partecipazioni, è ovviamente in vita nonché nel pieno possesso delle proprie facoltà intellettive, spinto com’è dall’intento di assicurare la sopravvivenza della impresa da lui fondata e la continuità di essa nel passare il testimone ai propri discendenti, o comunque ad altri suoi familiari molto stretti.

Sotto questo primo aspetto, viene in rilievo il ruolo, per così dire di <concorrente>, che il <p.> svolge nei confronti dei tradizionali istituti del diritto successorio, perché i beni che costituiscono l’oggetto peculiare del <p.> vengono ad essere esclusi dalla successione a causa di morte, ed ovviamente alla comunione ereditaria forzata che si verifica in caso di successione ab intestato.

Tale effetto viene in rilievo anche sotto un ulteriore aspetto, che poi rappresenta un altro degli elementi di sensibile differenza con gli istituti successori tradizionali, e riguarda la efficacia di quanto stipulato: sia un eventuale testamento(di qualunque genere) sia una successione ex lege, ovviamente, produrranno effetti solo a decorrere dalla morte del soggetto, mentre con la conclusione del <p.>, l’effetto di trasferimento della titolarità dei beni che ne costituiscono l’oggetto, è –salvo eventuali impugnative, di cui si dirà in seguito – immediato.

Sotto il profilo per c.d. dell’errore in cui potrebbe indurre la formulazione della legge, ad un esame superficiale del testo, va tenuto presente che, nel modificare l’art. 458 C.C., che prevedeva sino alla entrata in vigore della novella il divieto dei patti successori, istitutivi, dispositivi e/o rinunziativi, oggi con il prevedere una deroga a tale divieto, introdotta con le parole <salvo il disposto degli art. 768 bis e seguenti> e proprio nell’articolo che introduce il divieto in questione, appare quindi accomunare – data la collocazione - il <p.> ai patti successori.

Tuttavia, così non è, ed una interpretazione meramente letterale del testo risulterebbe fuorviante, oltre che in contrasto con una interpretazione sistematica dell’ordinamento complessivamente inteso, perché, è bene tenerlo presente, il patto successorio ha ad oggetto una successione e/o uno o più diritti da essa nascenti che sono privi del carattere della attualità, essendo appunto non determinati nella loro effettiva consistenza, nel loro reale atteggiarsi al momento in cui il patto successorio vietato venga posto in essere, mentre nel <p.> l’oggetto di esso, che per espressa previsione di legge può essere rappresentato esclusivamente – perché possa parlarsi di patto di famiglia – dalla azienda e/o dalle partecipazioni societarie di cui il disponente sia titolari vengono presi in considerazione, e trasferiti di conseguenza, nella loro attualità, e cioè per come esistono al momento della stipula del patto in questione, e soprattutto con effetto immediato all’atto della stipulazione.

Ed allora, se non può parlarsi dell’istituto introdotto con la novella del 2006 come un patto successorio, torna allora in rilievo quanto sopra accennato, ovvero che, nella sua diversità rispetto ad esso, il <p.> assolve ad una funzione parallela e per certi versi in concorrenza con quella dei tradizionali istituti del diritto delle successioni mortis causa deputati a disciplinare la sorte del patrimonio di una persona per il tempo successivo alla sua morte – e cioè la successione testamentaria e quella ab intestato - risultando dal punto di vista dell’ambito applicativo parzialmente sovrapponibile a questi ultimi. Occorre anche considerare che, dalla collocazione topografica delle norme sul <p.> all’interno del codice civile, potrebbe a prima vista ipotizzarsi una sua <concorrenza> anche con altri istituti, diversi da quelli del diritto delle successioni, ed in particolare con la donazione e con la divisione ereditaria, visto che in modo analogo a quest’ultima, il <p.> sicuramente produce l’effetto di anticipare, anche se limitatamente ai beni che ne costituiscono l’oggetto, la divisione dei beni all’attualità posseduti dal disponente, e proprio in ragione di tale effetto divisorio, si ritiene che la attribuzione di cui al <p.> non possa che essere senza corrispettivo, perché diversamente nel caso in cui invece fosse stato pattuito un corrispettivo per tale trasferimento, non potrebbe più parlarsi di <p.>, ed allora sorgerebbero non pochi dubbi sulla liceità e meritevolezza di tutela di un simile accordo, che appunto in virtù di una corrispettività delle attribuzioni esulerebbe dallo schema e dalla finalità tipica del <p.> ricadendo, invece, in una diversa e vietata – sotto il profilo della finalità perseguita – fattispecie.

Tirando quindi le fila del discorso, alla luce delle considerazioni sino ad ora fatte circa le affinità, ma anche le differenze, che il <p.> presenta con gli altri richiamati istituti, può dirsi che in sostanza, lo scopo perseguito da tale strumento è quello di attuare, in vita del disponente e con efficacia immediata, la sua volontà di conferire una determinata sistemazione ad una ben individuata parte del proprio patrimonio, attribuendola – e quindi anche dividendola – ad alcuno e/o alcuni dei propri stretti familiari, realizzando così con la detta attribuzione, la cui efficacia è immediata, gli stessi effetti che si sarebbero prodotti – a determinate condizioni, ad esempio mediante un testamento – solo dopo la sua morte.

Si è detto in precedenza che comunque le norme sul <p.> prevedono un inevitabile raccordo con la apertura della successione di colui che si avvale dell’istituto in questione, e tanto lo si rinviene nel fatto che, in pratica, l’ordinamento con la introduzione del <p.> è come se duplicasse la successione dell’imprenditore e/o titolare delle partecipazioni.

Infatti, per un verso, una prima successione(anche se in senso invero atecnico visto che il soggetto che dovrebbe rivestire la veste di de cuius è in realtà vivo e vegeto) viene posta in essere, anticipatamente, al momento della stipula del contratto ; sì, come meglio in seguito si dirà, la definizione legislativa del <p.> è proprio quella di contratto ; una seconda invece, che in realtà è quella tecnicamente intesa, si realizza al momento della morte del disponente, o per testamento ovvero ab intestato.

Queste due fattispecie, tra loro cronologicamente consecutive e concorrenti(nel senso che la prima esclude la seconda in ordine ai beni che ne costituiscono ex lege il necessario oggetto) divergono ovviamente, oltre che dal punto di vista temporale, anche da quello degli effetti : la prima è produttiva di effetti definitivi, immodificabili(se non a determinate e rigide condizioni) e che sorgono al momento della conclusione del contratto, oltre ad avere riguardo a beni precisamente individuati(che non necessariamente, anche se non si può escludere specialmente con riguardo alle piccole e medie imprese, esauriscono l’intero patrimonio del disponente) ; la seconda, invece, riguarderà i beni eventualmente rimasti nel patrimonio del disponente – il c.d. relictum – rappresentati, per un verso, da altri beni già presenti al momento della stipula del<p.> ma diversi dalla impresa e/o dalle partecipazioni sociali, sia quelli pervenuti nel patrimonio del disponente dopo la stipula in questione, ad esempio per eredità, per sorte ovvero come frutto di altre sue attività ; gli effetti di essa, come si sa, sono variamente aggredibili e/o modificabili in applicazione degli istituti della collazione e della riduzione, in relazione ovviamente a quanto disposto dal de cuius ovvero dalle norme di diritto successorio.

Se questo è vero, è allora indubbio che la concorrenza tra gli istituti in questione è senza dubbio in senso bidirezionale, dal momento che, potendo il <p.> non esaurire il discorso relativo alla destinazione dell’intero patrimonio del soggetto(prima disponente e poi de cuius) in quanto non vi è necessaria coincidenza tra quanto attribuito con il <p.> e quanto esistente nel patrimonio del disponente, è inevitabile che la sistemazione di ciò che residua nel patrimonio di quest’ultimo al momento della apertura della di lui successione e che, per converso, non ha costituito oggetto del<p.>, non potrà che essere regolamentato attraverso i comuni istituti del diritto delle successioni a causa di morte.

Ciò che accomuna le due diverse ipotesi è la tutela riconosciuta, in entrambe, ai diritti dei soggetti che rivestono ovvero potrebbero rivestire, la qualifica di eredi legittimari, e cioè quei soggetti ai quali la legge riserva obbligatoriamente una quota di eredità ovvero altri diritti nella successione, e che sono dall’art. 536 C.C. così individuati : a) il coniuge ; b) i figli legittimi(cui sono espressamente equiparati i figli legittimati e quelli adottivi) ; c) i figli naturali ; d) gli ascendenti legittimi.

In realtà, nella prima ipotesi la qualità concreta non viene rivestita, ma la Legge ha preso in considerazione una titolarità solo potenziale, basata sul legame familiare esistente tra tali soggetti ed il disponente al momento della stipula del <p.>, dal momento che l’art. 768 quater 1°comma C.C. prevede come necessaria la partecipazione al contratto in questione di quei soggetti che, ove in quella occasione si aprisse la successione dell’imprenditore e/o titolare delle partecipazioni societarie, sarebbero legittimari, così anticipando tale loro qualità al momento della conclusione del contratto.

Quindi, per espressa disposizione della legge istitutiva – art. 768bis C.C. - il <p.> è un contratto, mediante il quale l’imprenditore, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, trasferisce in tutto ovvero in parte l’azienda, ed il titolare di partecipazione societarie, parimenti in tutto o in parte, trasferisce le proprie quote, ad uno o più discendenti, contratto al quale devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari se, in quel momento, si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore(art. 768quater I° comma C.C.).

Circa la natura della partecipazione al <p.> di tali soggetti, la lettera del testo di legge appare senza dubbio chiara circa la obbligatorietà di essa, anche se poi dal punto di vista degli effetti che la mancata partecipazione di uno di tali soggetti possa spiegare va detto che i primi commentatori della legge sono apparsi divisi, atteso che per i sostenitori della tesi del requisito di validità, ovvia conseguenza sarebbe la nullità(e quindi improduttività di effetti nei confronti di tutti) mentre i sostenitori del diverso orientamento del requisito di efficacia, ovviamente e per converso, affermano invece che il <p.> sarebbe valido ed efficace tra coloro che vi hanno preso parte, ma invece inefficace nei confronti di quei soggetti che avrebbero dovuto parteciparvi e non lo hanno fatto, per cui si sarebbe in presenza di una ipotesi di inefficacia relativa.

La ratio legis sottostante alla previsione di una obbligatoria partecipazione di tali soggetti al <p.>, va individuata nel fatto che il trasferimento dei beni oggetto del patto di famiglia è senza dubbio in grado di incidere su diritti di quei familiari che, contraenti in quanto partecipanti obbligatoriamente al contratto ex lege, ma non beneficiari dei beni con esso trasferiti, rivestono la qualità di successori necessari del disponente, siccome legittimari(anche se solo per finzione di legge in quella circostanza); in conseguenza, hanno il diritto a ricevere, in tale occasione ed ovviamente in relazione ai beni che hanno formato oggetto del <p.> quanto di loro spettanza, ed in relazione alla loro quota di legittima, prevista dagli artt. 536 e ss. C.C.

Tale diritto la legge prevede che debba essere soddisfatto a cura ed a carico dei soggetti che sono stati beneficiati dal <p.>, e cioè dagli assegnatari, i quali dovranno provvedere al versamento ai legittimari contraenti non assegnatari, della quota loro spettante come prevista dalla richiamata disposizione, anche se è riconosciuta ai contraenti la facoltà di convenire una forma di liquidazione diversa dal denaro, e precisamente beni in natura(come potrebbero essere immobili, gioielli, quadri ecc.) ; nondimeno, la legge(sempre l’art. 768quater C.C.) prevede anche l’ipotesi che i contraenti legittimari non assegnatari rinunzino, in tutto ovvero in parte, alla loro quota, e quindi ad ottenere il soddisfacimento dei loro diritti relativamente ai beni trasferiti.

Un elemento molto rilevante sotto tale profilo, nonché fondamentale punto di differenza tra il<p.>e gli istituti tradizionali del diritto delle successioni a causa di morte, si rinviene in quella previsione di legge che è finalizzata a conferire stabilità al trasferimento realizzato con il contratto in esame, stabilità derivante dal fatto che, per espressa volontà di legge i beni trasferiti con il contratto nonché le attribuzioni ricevute dagli altri contraenti non assegnatari sono sottratte alla applicazione degli istituti della collazione e dell’azione di riduzione, chiaro indice rivelatore della voluntas legis di assicurare la definitività delle attribuzioni realizzate con il <p.>.

L’esclusione in questione riguarda anche – perché in caso contrario la norma senza dubbio sarebbe stata sospetta di incostituzionalità per violazione dell’art. 3 Cost – quanto abbiano ricevuto i legittimari contraenti non assegnatari con il medesimo contratto ; va poi evidenziato come, essendo proprio la legge a sottrarre dall’ambito di operatività degli istituti della collazione e della riduzione le attribuzioni disposte con il <p.>, non si possa parlarsi di una preventiva rinunzia da parte dei partecipanti al <p.> alla facoltà di avvalersi di tali istituti, sebbene per converso nemmeno possa trascurarsi del fatto che i partecipanti al contratto in questione debbano avere ben presente che, con la volontaria sottoscrizione del <p.>, non potranno esercitare le richiamate facoltà, e questa preclusione legale, se indubbiamente è coerente con la finalità che il legislatore ha inteso perseguire, per altro verso rischia comunque di limitare i diritti di una categoria di successibili, quali i legittimari, cui il nostro ordinamento ancora oggi, a torto ovvero a ragione, riconosce una forte tutela del relativo diritto mortis causa.

Se tanto è vero, non può però negarsi che la preclusione al ricorso a tali istituti ovviamente non può che essere parziale, nel senso di limitata solo a quanto abbia costituito oggetto del <p.>, mentre – e non poteva essere altrimenti, poiché altrimenti sarebbe stata una scelta legislativa assolutamente irragionevole – i legittimari del disponente, quindi per ipotesi anche gli assegnatari - potranno pienamente fare ricorso alla collazione ed alla azione di riduzione, una volta aperta la successione del disponente, in relazione ai beni non interessati dal <p.>    

 Il coordinamento, o se si vuole la interferenza tra le disposizioni relative al <p.> e quelle degli istituti tradizionali del diritto delle successioni emerge anche sotto altri profili.

Uno di essi riguarda il richiamo al principio della imputazione, che l’art. 768 quater comma 3° C.C. fa con riferimento alle modalità di <conteggio> di quanto i legittimari contraenti ma non assegnatari ricevono dagli assegnatari, a tacitazione del diritto dei primi alla c.d. <legittima>, che viene espressamente statuito come da imputare alle quote di legittima spettanti a questi ultimi.

Il principio è quello, ben noto, della imputazione ex se, previsto dall’art. 564 II° comma C.C., mentre il mancato richiamo, nella previsione dell’art. 768 quater 3° comma C.C., della possibilità che il testatore dispensi il legittimario, il quale abbia richiesto la riduzione di donazioni e/o disposizioni testamentarie che il medesimo reputi lesivo della propria quota, dall’imputare alla propria legittima le donazioni ovvero altre disposizioni testamentarie(la norma parla di legati) ricevute, lascia ritenere che il silenzio della legge vada inteso come espressione di volontà contraria a tale estensione.

Tali beni, che sicuramente sono diversi da quelli che ex lege devono costituire l’oggetto del <p.>, hanno in sostanza la funzione di ristabilire una sorta di equilibrio all’interno della cerchia degli stretti familiari del disponente, potenzialmente turbato – sotto il profilo dei diritti successori, anche se anticipati al momento della stipula – dal contratto in questione, che del resto, per espressa previsione di Legge, oltre ad avere un suo oggetto necessario, può vedere quest’ultimo tuttavia esteso anche a beni che tecnicamente non devono fare parte del <p.>, ma che vengono in gioco – direttamente in esso ovvero in successivi negozi ad esso collegati, i quali ex art. 768 quater III°C.C. devono essere innanzitutto dichiarati come espressamente collegati al primo(expressio causae) nonché prevedere la necessaria partecipazione di tutti coloro che hanno preso parte al primo contratto, ovvero di coloro che questi ultimi abbiano sostituito, anche se inevitabilmente i vizi del contratto originario si trasferiranno, in virtù del collegamento, a quelli successivi dichiaratamente collegati al primo – nell’ottica riequilibratrice innanzi citata, il che assume rilievo ancora maggiore pensando a quanto detto in precedenza circa l’effetto legale della esclusione di tutti i beni trasferiti con il <p.> dalla collazione e riduzione.

Allora, questo potrebbe leggersi come ulteriore elemento di differenziazione tra il <p.> e gli altri istituti del diritto delle successioni mortis causa, di maggiore rilevanza rispetto al potenziale elemento di assimilazione rappresentato dalla estensione, sul piano effettuale, dell’istituto della imputazione ex se al contratto in questione.

Una ipotesi in cui il <p.>, non ancora apertasi la successione, venga per così dire affiancato da altri istituti del diritto delle successioni si verifica allorquando con il contratto il disponente, in previsione di sua futura necessità assistenziale, che può risultare maggiormente probabile e plausibile allorquando egli abbia trasferito il suo intero patrimonio, oneri di un modus – consistente nella obbligazione di prestare in favore del disponente la necessaria assistenza - il soggetto beneficiario dei beni trasferiti con il <p.>, previsione senza dubbio ammissibile atteso che ormai appare consolidata in dottrina l’idea per la quale il <modus> possa trovare ingresso anche in quegli atti come il <p.> che, pur non potendosi ritenere costituiscano delle liberalità, siano indubbiamente atti a titolo gratuito qual è senza dubbio il <p.>, mentre non può accedersi alla diversa tesi per il quale esso costituirebbe un atto di liberalità, e tanto sia in ragione della collocazione sistematica delle norme sul <p.>, sia perché non può rinvenirsi in esso l’elemento peculiare che consente di qualificare come di liberalità una attribuzione, e cioè il c.d. animus donandi, perché il reale scopo perseguito dal disponente, la vera causa del contratto – intesa nella accezione ormai definitivamente accreditata di causa come sintesi degli interessi concretamente perseguiti con il contratto(1) - non è certo quello di arricchire(con il correlativo impoverimento acausale del disponente) i beneficiari, quanto piuttosto di assicurarsi la continuità familiare nella gestione della impresa e/o nella titolarità delle partecipazioni sociali.

Del resto, non essendo previsto dalla legge che con il <p.> venga trasferito l’intero patrimonio, allora proprio per questa ragione la successione del disponente non si realizza esclusivamente nell’ambito di tale contratto, residuando appunto la necessità che, i beni ulteriori facenti parte del patrimonio del disponente trovino sistemazione mediante testamento ovvero successione ab intestato, sempre tenendo presenti le attribuzioni già poste in essere con il <p.>, che del resto non potrebbero dirsi esaustive ove, per ipotesi, sia con i beni direttamente attribuiti dal disponente, sia con la liquidazione posta in essere dagli assegnatari, i legittimari contraenti non assegnatari non abbiano visto integralmente soddisfatto il loro diritto alla quota di legittima, visto che in tal caso non può dubitarsi del fatto che gli stessi abbiano il pieno diritto di far valere le proprie pretese per quanto ancora spettategli.

Ancora un ipotesi in cui, pur in presenza di un <p.>, possono trovare applicazione gli istituti del diritto delle successioni si verifica allorquando, stipulato il <p.>, e che abbia riguardato solo quei beni che ex lege ne devono costituire oggetto necessario, il disponente, successivamente, abbia attribuito ai propri familiari ulteriori e diversi beni mediante atti di liberalità, poiché in tal caso tali atti, ove abbiano causato una lesione dei diritti dei legittimari, una volta aperta la successione saranno assoggettabili a collazione e riduzione, al fine di tutelare il diritto alla integrale soddisfazione dei legittimari.

Quindi, ciò che resta escluso dalla successione sarà esclusivamente l’impresa e/o le partecipazioni societarie, mentre la sorte di tutto ciò che di ulteriore esiste nel patrimonio del disponente futuro de cuius, sia perché già esistente e non ricompreso nel <p.> al momento della sua stipulazione, sia perché sopravvenuto, dovrà essere regolata obbligatoriamente attraverso gli ordinari istituti del diritto delle successioni a causa di morte, i quali peraltro potranno rivelarsi utili anche nel caso in cui – per ipotesi – il disponente avesse trasferito con il <p.> il suo intero patrimonio.

In particolare, se si pensa al testamento, lo stesso comunque potrà essere utilizzato anche in presenza di un <p.>, ove con esso comunque il disponente abbia inteso pensare a come sistemare propri interessi di natura non patrimoniale – che ovviamente non potevano trovare spazio nel <p.> - di cui costituisce la ipotesi più importante, senza dubbio, il riconoscimento di un figlio naturale ; la posizione del quale, poi, si rivela altresì singolare ove si consideri, per un verso, che il medesimo senza dubbio, guardando alle disposizioni introdotte dalla L.  55/2006, è un legittimario sopravvenuto, come tale avente diritto a quanto previsto in suo favore ex art. 536 e ss. C.C., per cui dovrà ricevere, dagli altri legittimari - assegnatari e non di quanto trasferito con il <p.> - quanto necessario al rispetto della sua quota ; per altro verso, però, egli in realtà dovrebbe considerarsi legittimario non sopravvenuto, bensì come già in possesso di tale qualità non solo sin dal momento della stipula del <p.>, ma anche sin da prima ed in particolare dalla nascita, atteso che il riconoscimento retroagisce a tale data, ed allora sorge il dubbio che in tale ipotesi il<p.> possa essere radicalmente nullo per difetto di partecipazione di uno dei suo necessari contraenti(ovvero il figlio naturale riconosciuto con il testamento) o quantomeno del tutto inefficace nei confronti di quest’ultimo, a tutela del quale, peraltro, ove il medesimo – per i rapporti familiari – non abbia inteso fare ricorso agli strumenti della collazione e riduzione, ben potrebbe intervenire il testatore mediante una specifica previsione nell’atto di ultima volontà.

Fermo in ogni caso il suo diritto, come del resto quello del coniuge del disponente, tale divenuto – e quindi anche egli legittimario sopravvenuto - dopo la stipula del contratto, di richiedere ai beneficiari del <p.>(anche ai non assegnatari) – come previsto dall’art. 768 quater II° C.C. - il pagamento di una somma di denaro(a ciascuno in proporzione a quanto ricevuto con il <p.>, e senza dubbio in rapporto di solidarietà tra di loro) idonea ad assicurare il rispetto in suo favore della quota di riserva – quota che, per il suo calcolo, comporterà altresì anche la necessaria verifica, e modifica, ex novo, delle quote di tutti gli altri - per di più maggiorata dagli interessi legali, decorrenti dalla data del <p.> sino alla apertura della successione ; tale previsione degli interessi si spiega in considerazione del fatto che potrebbe intercorrere anche molto tempo tra la stipula del contratto e la apertura della successionedies a quo per il legittimario sopravvenuto per formulare la richiesta ex art. 768 quater II° C.C. – al fine di compensare quest’ultimo della mancata disponibilità – di cui invece hanno goduto gli altri – della somma per tanto tempo, con evidente finalità di ristabilire la parità di trattamento tra tutti i legittimari, originari e sopravvenuti(a maggiore ragione in considerazione di quanto detto in precedenza circa la posizione al tempo stesso di legittimato sopravvenuto ma anche originario del figlio naturale riconosciuto per testamento).

Una differenza si rinviene nella determinazione della quota di legittima per tali soggetti, rispetto a quanto previsto per i legittimari contraenti non assegnatari, dal momento che per questi ultimi, la quota in questione deve essere determinata con riguardo al valore dei beni oggetto del <p.>, e quindi al momento di esso, mentre per i primi tale calcolo va fatto al momento della apertura della successione, in cui quindi il valore dei beni presenti nel patrimonio potrebbe essere – ed anche significativamente – diverso ; comunque, i legittimari sopravvenuti, avendo acquisito tale diritto al momento della apertura della successione, certamente potrebbero rinunziarvi –  pur a fronte della manifestata disponibilità dei beneficiari del <p.> a versare loro quanto spettategli – essendo tale diritto entrato definitivamente nel relativo patrimonio con la apertura della successione, mentre come detto in precedenza conserverebbero il diritto ad esercitare la azione di riduzione ove i beneficiari, pur se compulsati, intendessero sottrarsi al pagamento di quanto previsto dall’art. 768 sexies C.C., norma la quale prevede in tal caso una possibilità di impugnativa con riferimento ai vizi dell’art. 1427 C.C. – ritenendo quindi il <p.> annullabile -  anche se tale richiamo appare fuorviante, dato che nel rifiuto da parte dei beneficiari di corrispondere, all’apertura della successione del disponente, quanto spettante ai legittimari sopravvenuti, appare difficile riscontrare alcuno degli elementi rinvenibili nella previsione dell’art. 1427 C.C. ; al contrario tale diniego si palesa come in contrasto con una espressa previsione di legge, e come tale in grado di far caducare la attribuzione originaria per violazione di legge ; ovvero, si potrebbe pensare a tale diniego, comunque, come una ipotesi di inadempimento contrattuale(trovando la fonte tale obbligo anche nel contratto costituito dal <p.>) con la conseguente responsabilità ex art. 1218 C.C. dei beneficiari inadempienti, e relativo termine decennale di prescrizione, a fronte invece dell’esiguo termine annuale che l’art. 768 quinquies prevede per la relativa azione, abbreviando anche il termine quinquennale dell’azione di annullamento ex art. 1427 e ss. C.C., nell’ottica di realizzare quanto prima una stabilità non più revocabile in dubbio delle attribuzioni di cui al <p.> .

Ed anche sul dies a quo per l’esercizio della azione in questione sorge un dubbio, dato che mentre l’art. 768 quinquies C.C. è abbastanza chiaro nel ricollegare la decorrenza di tale termine alla stipula del contratto(anche se è ovvio che sia riferito ai partecipanti ad esso), tanto non si rinviene nel richiamo che al 768 quinquies C.C. viene formulato dal 768 sexies C.C., dal momento che, in riferimento al caso in cui i beneficiari del <p.> non provvedano, apertasi la successione del disponente, a versare ai legittimari sopravvenuti quanto previsto in loro favore dal combinato disposto degli artt. 768 quater II° C.C. e 768 sexies I° C.C.(norma significativamente intitolata “rapporti con i terzi”) sorge il dubbio se il termine annuale decorra dall’apertura della successione, ovvero dal momento in cui i legittimari sopravvenuti, rivolta ai beneficiari del <p.> la richiesta di pagamento di quanto gli spetti, ricevano un rifiuto da parte di questi ultimi, ben potendo tale momento essere anche successivo a quello della apertura della successione e non necessariamente con esso contestuale.

Invero, ragioni di logica e di coerenza del complessivo impianto normativo, se sistematicamente interpretato, lasciano ritenere che vada privilegiata la seconda ipotesi, in quanto la facoltà di impugnare il <p.> – e correlativamente il relativo termine di esercizio – nella fattispecie prevista dall’art. 768 sexies II° c.c., non può che sorgere solo a seguito del verificarsi del suo imprescindibile presupposto, ovvero il rifiuto di pagamento da parte dei beneficiari, che costituisce, ex art. 2935 C.C., il giorno dal quale il diritto può essere fatto valere ; il tutto in ogni caso fatta salva la possibilità di esercitare, secondo quanto sostiene una parte della dottrina(2), l’azione di riduzione, il cui termine di prescrizione è decennale, ex art. 2946 C.C.       

Sempre con il testamento, ed anche in presenza di un <p.> precedentemente stipulato, il testatore potrà dare attuazione anche ad disposizioni avente carattere patrimoniale, ad esempio mediante un legato che, nel rispetto della propria disponibile, realizzi attribuzioni in favore di soggetti ulteriori, anche non familiari, nel rispetto di tale quota che è inderogabile onde evitare che tali disposizioni siano esposte alla azione di riduzione ; addirittura, il testamento potrebbe essere utilizzato dal de cuius, qualora abbia qualcosa da rimproverare all’assegnatario – magari per contrasti sorti in vita circa la gestione della impresa ovvero per inosservanza alla obbligazione di prestare assistenza in caso di bisogno per il testatore, e pur in presenza di un modus previsto all’interno del <.p>., che tuttavia il testatore non abbia inteso far giuridicamente valere nei modi di legge – per <sanzionare> quest’ultimo diseredandolo, ma sempre con l’inderogabile limite della quota disponibile.

Appare invece non ammissibile che, attraverso il testamento, il de cuius possa in qualche modo mettere in discussione quanto a suo tempo disposto con il <p.>, dato che mentre il testamento, com’è ovvio, non potrà che produrre effetti solo dal momento della sua morte, il <p.> i suoi effetti li ha già prodotti, in quanto stipulato in un epoca anteriore ; vero è che, comunque, una qualche efficacia per c.d. indiretta il testamento potrebbe anche spiegarla nei confronti dei soggetti che hanno partecipato al <p.>, sotto il profilo di un condizionamento di questi ultimi – in particolare degli assegnatari – a tenere una data condotta, efficacia che poi, in sostanza, rientra in una finalità per c.d. <rafforzativa> di quanto voluto con il <p.>, e non in contrasto con esso; infatti, se il disponente, pensando al tempo della sua morte e magari spinto da quanto, in vita, aveva avuto modo di osservare circa la gestione tenuta, da parte degli assegnatari, dei beni a loro trasferiti con il contratto – magari perché poco interessati ovvero non propriamente capaci - volesse provare a fare in modo che, anche per un ulteriore tempo dopo la sua morte gli stessi continuassero la gestione della impresa, potrebbe allora fare ricorso allo strumento del legato di un ulteriore bene in favore di essi, a condizione che i medesimi non si privino della titolarità della impresa e/o delle partecipazioni societarie trasferitegli, ad esempio per 5 anni dopo la morte del testatore.

Ciò che, in definitiva, nella intenzione del legislatore, è stato tenuto ben presente come obiettivo da perseguire è che, anche con la stipulazione del <p.>, venisse preservato quello che il nostro ordinamento prevede come principio della <intangibilità quantitativa> della quota di legittima, ovvero che venga assicurato al legittimario(originario e/o sopravvenuto) il soddisfacimento del diritto a lui spettante di ottenere l’esatto controvalore della quota a lui spettante( a fronte del diverso principio, accolto in altri ordinamenti, della c.d. <intangibilità qualitativa> per il quale il legittimario avrebbe il diritto di conseguire una quota considerata <in natura>, ovvero composta di una parte di ciascuno dei beni caduti in successione) ; di tanto la giurisprudenza della S.C. ha dato piena conferma(3) affermando che la intangibilità della quota di legittima va intesa in senso esclusivamente quantitativo, stante la facoltà per il testatore di soddisfare le ragioni dei legittimari con beni di qualunque natura, con l’unico limite che si tratti di beni rientranti nell’asse ereditario.

La quota di riserva in favore dei legittimari, poi, per quanto essa venga in rilievo – giusta quanto si è detto in precedenza – anche nella stipulazione del <p.>, rinviene una ulteriore tutela anche attraverso altre norme del diritto delle successioni a causa di morte, a riprova della vicinanza e contiguità – pur nella loro indubbia diversità – degli istituti in questione.

Si pensi, infatti, a quanto dispone l’art. 549 C.C. in ordine alla preclusione per il testatore di gravare la quota dei legittimari con pesi o condizioni, come confermato dalla S.C.(4)

Salve le ipotesi per c.d. <patologiche> di cui si è detto in precedenza, la Legge (art.768 septies C.C.) – sempre nell’ottica della massima garanzia di stabilità delle attribuzioni realizzate, ed in particolare per la continuità, ovviamene in ambito endofamiliare, della gestione dell’impresa – disciplina in maniera rigorosa le ipotesi di modificazione e/o scioglimento del <p.>, statuendo in particolare che  : 1) sia necessario un nuovo contratto, cui obbligatoriamente devono partecipare i contraenti del primo accordo(ovvero coloro che li abbiano sostituiti) in cui in sostanza i contraenti manifestino una volontà contraria a quella espressa nel primo contratto ; sul punto va detto che, in analogia a quanto accade per il testamento, in cui un nuovo testamento costituisce implicita revoca del precedente, anche per il <p.> la stipula di un nuovo e posteriore contratto, tra le medesime parti(ovvero i loro successori) del primo, e che ovviamente contenga disposizioni differenti in ordine all’oggetto di esso, rappresenti una tacita revoca del precedente <p.> ; 2) è riconosciuta altresì(art. 768 septies II° c.c.) la facoltà per i partecipanti di recedere dal <p.>, sottoposta ad una duplice condizione : a) che tale facoltà sia stata espressamente prevista nel contratto ; b) che l’esercizio di essa avvenga esclusivamente mediante una dichiarazione rivolta agli altri partecipanti che venga certificata da un notaio(comprensibile data la natura di atto pubblico che la legge attribuisce al <p.>, per cui ogni espressione di una volontà contraria, o comunque modificativa, rispetto a quella con esso manifestata, riceve la medesima tutela dal punto di vista formale, se non ad substantiam quantomeno ad probationem, quindi come ulteriore manifestazione della tutela che l’ordinamento ha inteso riconoscere alla stabilità e certezza – qui intesa anche e soprattutto in termini di opponibilità a terzi – delle vicende che hanno costituito oggetto di un <p.>.

La novella del 2006 si conclude con la previsione di cui all’art. 768 octies C.C. che, in una ottica a prima vista potenzialmente deflativa del contenzioso(anche se in realtà non pare essere il primario scopo perseguito, atteso che appare ragionevole ritenere che davvero ben pochi, e quindi di ridotta incidenza sulla determinazione del complessivo contenzioso civile, siano i casi di controversie nascenti da impugnative avverso simili contratti) introduce in sostanza quello che sembra essere – come può desumersi dalla dizione letterale del testo dell’articolo in questione – un tentativo obbligatorio di conciliazione dinanzi agli organismi(appunto di conciliazione) introdotti dal D.LGS n. 5 del 17.01.2003 all’art. 38.

Non appare infondato ritenere tale previsione motivata – pur se astrattamente giustificabile dal fatto che si controverta, comunque, con riguardo a vicende societarie e/o imprenditoriali, tali quindi da attrarre la eventuale fase patologica di esse nell’ambito dei procedimenti appunto regolati del D.LGS 5/2003 -, in realtà, da una finalità di mantenere la maggiore riservatezza possibile su tali vicende, cercando di evitare, per quanto possibile, che le stesse arrivino nelle aule di giustizia.

Per altro verso, nemmeno può trascurarsi che tale <imposizione>, anche se non appare preclusiva del ricorso alla tutela giurisdizionale, rispetto alla quale si pone, tuttavia, come condicio sine qua non, comunque senza dubbio rappresenta un aggravamento – in termini di temporanea compressione e/o limitazione – del diritto alla difesa  che al contrario, ex art. 24 Cost. non può che essere incondizionato e senza limiti di sorta, a maggiore ragione in considerazione del fatto che, nella fattispecie, non si rinviene alcuna plausibile e razionale giustificazione per tale imposizione, nemmeno ove si volesse pensare ad un malinteso contemperamento di interessi tra esigenze di riservatezza circa le vicende familiari transitate attraverso il <p.> e tutela giudiziaria di diritti lesi, in tutto e/o in parte, da tale stipulazione, dovendo senza dubbio ritenersi prevalente quest’ultima.

(1) CASS. CIV., sez. III, 08.05.2006 n. 10490, la quale ha affermato che “causa del contratto è lo scopo pratico del negozio, la sintesi, cioè, degli interessi che lo stesso è concretamente diretto a realizzare (c.d. causa concreta), quale funzione individuale della singola e specifica negoziazione, al di là del modello astratto utilizzato”.

(2) G.OPPO, Patto di famiglia e diritti della famiglia, in Riv. Dir. Civ., 2006, pag. 446

(3) Cass. Civ., sez. II, 12.09.2002 n. 13310

(4) Cass. civ., sez. II, 10 febbraio 2006, n. 3013 Ric. Indraccolo - c. Valentini ed altri.


Avv. Gianluca Cascella
Avvocato
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