Le successioni dal lato attivo: la cessione del credito
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Articolo del 17/12/2008 Autore Dott.ssa Daria Perrone Altri articoli dell'autore


Sommario: 1. Il contratto di cessione del credito: l’irrilevanza del consenso del debitore; 2. Il regime di opponibilità della cessione di crediti; 3. Le garanzie del diritto di credito: cessione pro soluto e pro solvendo.

1-Il contratto di cessione del credito: l’irrilevanza del consenso del debitore

La cessione del credito è uno dei principali istituti giuridici che disciplinano nel nostro ordinamento la circolazione del credito, fenomeno assolutamente essenziale nell’ambito di un’efficiente economia di mercato.

La cessione del credito, disciplinata dagli artt. 1260 e ss. del codice civile, è un contratto che consente al creditore di modificare il rapporto obbligatorio, sostituendo a sé un soggetto terzo ed estraneo all’originario rapporto instaurato con il debitore e realizzando una successione nel credito. Attraverso la cessione del credito, un soggetto, il cedente, si spoglia di un suo diritto trasferendolo ad un terzo, il cessionario.

Si tratta di un modello contrattuale inquadrabile tra i cd. negozi a causa variabile, nel senso che al pari di tutti gli atti traslativi può rientrare di volta in volta in uno o in un altro tipo contrattale – es.: vendita, donazione, contratto solutorio, ecc.. - a seconda del titolo o della causa che lo giustifica (v. Cass., 13 novembre 1973, n. 3004). Ne consegue che la stipulazione del contratto sarà sottratta ad ogni esigenza di forma, se non richiesta dal negozio costituente la causa del trasferimento dei crediti (v. Cass. 15 maggio 1974, n. 1396).

Il primo comma dell’art. 1260 del codice stabilisce che “il creditore può trasferire a titolo oneroso o gratuito il suo credito, anche senza il consenso del debitore, purché il credito non abbia carattere strettamente personale o il trasferimento non sia vietato dalla legge”.

Il primo elemento su cui occorre soffermarsi riguarda l’elemento del consenso del debitore. Sulla base della disposizione normativa, il perfezionamento del contratto di cessione si realizza sulla base del semplice accordo tra creditore cedente e cessionario, secondo il principio generale che vale per i contratti traslativi di diritti (cd. principio consensualistico). Ciò risulta confermato anche dalla Cass., 13 novembre 1973, n. 3004, in base alla quale risulta che “la cessione del credito non si pone al di fuori della disciplina generale di cui all’art. 1376 c.c. posto che il suo effetto reale tipico – il trasferimento cioè della titolarità del credito – si produce in conseguenza del solo consenso dei contraenti”. Ne consegue che per effetto del semplice scambio di consensi, il credito si trasferisce immediatamente dal cedente al cessionario per cui quest’ultimo, anche prima della notifica al debitore, può trasferire a sua volta il credito agli eredi, opporsi ad ogni azione di terzi sul credito rivolta contro il cedente ed infine pretendere direttamente il pagamento dal debitore ceduto (Cass., 20 novembre 1975, n. 3887).

Da tale regime, se ne deduce che l’ordinamento  normalmente non riconosce in capo a tale soggetto un interesse giuridicamente protetto ad essere debitore di un determinato soggetto piuttosto che di un altro (elemento invece tradizionalmente considerato significativo dal lato attivo, dato che l’identità del debitore non è mai considerata indifferente per il creditore).

Esistono comunque delle eccezioni all’efficacia traslativa sulla base del principio consensualistico: infatti, il consenso del debitore è comunque sempre indispensabile, ai fini del perfezionamento del contratto, allorquando il credito ceduto abbia carattere strettamente personale (come nel caso del credito alimentare) o il trasferimento sia vietato dalla legge (si veda l’art. 1261 c.c., che contempla un elenco di ipotesi in cui il diritto di credito è intrasmissibile per legge).

Un’altra eccezione si verifica in una caso particolare: ossia allorquando l’oggetto del contratto di cessione sia un credito futuro. In tale ipotesi, il contratto pur continuando a perfezionarsi per effetto del solo consenso dei contraenti, non produrrà alcun effetto traslativo, almeno fino al momento in cui il diritto di credito non verrà ad esistenza. Prima di allora, il contratto, pur essendo perfetto, esplica un’efficacia meramente obbligatoria (Cass., 17 marzo 1995, n. 3099).

Il secondo comma dell’art. 1260 c.c. prevede inoltre la possibilità per le parti del rapporto di accordarsi preliminarmente per escludere la cedibilità del credito: si precisa tuttavia che tale accordo sarà inopponibile agli eventuali terzi cessionari in buona fede che non erano a conoscenza di tale accordo al tempo della cessione.

2-Il regime di opponibilità della cessione di crediti

Ai sensi dell’art. 1264 c.c., il contratto, pur già valido e perfezionato in tutti i suoi elementi, acquista la cd. efficacia relativa o opponibilità solo nel momento in cui la sua esistenza viene portata a conoscenza del debitore ceduto. In altri termini, per rendere opponibile al debitore l’avvenuta cessione ed obbligarlo ad adempiere nelle mani del cessionario le parti, creditore cedente e cessionario, devono informarlo. Tale requisito può risultare non solo dall’accettazione del debitore (anche tacita, desumibile per facta concludentia), ma anche dall’avvenuta notifica.

La ratio di tale disposizione deriva dall’esigenza di tutelare comunque la posizione del debitore, al fine di ammettere od escludere la portata liberatoria del pagamento fatto al cedente, anziché al cessionario, nonché per determinare la prevalenza tra più cessioni (Cass., 17 ottobre 1977, n. 4432).

Prima della notifica, quindi, il debitore che paghi al creditore cedente è liberato dal proprio debito, a meno che il cessionario provi che, nonostante la mancata accettazione o notifica, il debitore era ugualmente a conoscenza dell’avvenuta cessione (v. secondo comma dell’art. 1264 c.c.).

Per quanto concerne la forma della notificazione, vale la pena di sottolineare, come correttamente già evidenziato in giurisprudenza, che l’opponibilità a terzi della cessione del credito non presuppone che la relativa notifica al debitore ceduto venga necessariamente eseguita a mezzo di ufficiale giudiziario, costituendo quest’ultima una semplice species del più ampio genus costituito dalla notificazione, intesa come attività diretta a produrre la conoscenza di un atto in capo al destinatario. Ne consegue che, tanto ai fini di cui all’art. 1264 c.c., quanto a quelli di cui ai successivi artt. 1265 e 2914, n. 2 c.c., la notificazione della cessione (così come il correlativo atto di accettazione), non identificandosi con quella effettuata ai sensi dell’ordinamento processuale, costituisce atto a forma libera, non soggetto a particolari discipline o formalità (Cass., 21 dicembre 2005, n. 28300). Quindi la notifica dell’avvenuta cessione di credito può avvenire con qualsiasi mezzo idoneo a far conoscere al debitore la mutata titolarità attiva del rapporto, senza necessità di trasmettergli l’originale o la copia autentica della cessione, purchè egli possa conoscerne gli elementi identificativi e costitutivi (Cass., 10 maggio 2005, n. 9761).

In base all’art. 1265 c.c., si stabilisce poi che se il diritto di credito ceduto ha formato oggetto di più cessioni a persone diverse, prevale la cessione notificata per prima al debitore o quella che è stata prima accettata dal debitore con atto di data certa, ancorché sia di data posteriore.

3-Le garanzie del diritto di credito: cessione pro soluto e pro solvendo

In base all’art. 1266 c.c., quando la cessione è a titolo oneroso, il cedente è tenuto a garantire al cessionario il cd. nomen verum, ossia l’esistenza del diritto di credito al tempo della cessione (cd. cessio pro soluto), nonché la validità del titolo da cui deriva. La garanzia può essere esclusa per patto, ma il cedente resta sempre obbligato per il fatto proprio, ai sensi dell’art. 1487 c.c. (cfr. anche Cass., 10 novembre 1970, n. 2322). La giurisprudenza ha comunque precisato che, se una cessione a titolo oneroso sia sottoposta a condizione, ciò non vale comunque ad escludere l’obbligo del cedente di garantire l’esistenza del credito al tempo della cessione (Cass., 30 gennaio 1955, n. 151).

La ratio dell’art. 1266 c.c. risiede in un principio cardine del codice, ossia il rispetto del sinallagma contrattuale: in caso di accordo a prestazioni corrispettive, ognuna delle parti è contemporaneamente creditore e debitore e deve essere in grado di adempiere alle obbligazioni assunte per poter pretendere l’adempimento altrui. Infatti, nella cessione di credito, l’obbligazione di garanzia ex art. 1266 c.c. costituisce una obbligazione accessoria che ha la funzione di assicurare comunque il ristoro del cessionario nei casi in cui l’effetto traslativo della cessione manchi, in tutto o in parte, a causa della inesistenza, completa o parziale, del credito o per altro impedimento equipollente, come ad esempio la mancanza di legittimazione del cedente o la nullità del contratto (v. Cass., 18 dicembre 1987, n. 9428).

In armonia con la garanzia nomen verum, l’art. 1262 c.c. precisa che il cedente deve consegnare al cessionario i documenti probatori del credito che sono in suo possesso. Se è stata ceduta sola una parte del credito, il cedente è tenuto a dare al cessionario una copia autentica dei documenti.

Ex adverso, nelle cessioni a titolo gratuito la garanzia del nomen verum non è imposta ex lege in quanto, in quanto in assenza di una controprestazione per il trasferimento, l’ordinamento può lasciare all’autonomia contrattuale delle parti l’allocazione del rischio di inesistenza del diritto trasferito. Ad ogni modo, se la cessione è avvenuta a titolo gratuito, il cedente sarà comunque obbligato a prestare la garanzia del cd. nomen verum nei casi e nei limiti in cui la legge pone a carico del donante la garanzia per l’evizione, ai sensi dell’art. 797 c.c., ossia quando il donante (rectius: il cedente) ha espressamente promesso tale garanzia, ovvero se l’evizione dipende dal dolo o dal fatto personale di lui, ovvero se la cessione impone oneri, nei limiti di questi.

Per quanto concerne invece la garanzia della solvenza del debitore ceduto nella cessione a titolo oneroso, l’art. 1267 c.c. chiarisce che il cedente non risponde della solvenza del debitore, salvo che ne abbia assunta la garanzia. La garanzia del cd. nomen bonum, ossia dell’adempimento del debitore ceduto, non è quindi imposta ex lege alle parti, ma è rimessa alla loro autonomia contrattuale.

Se il cedente presta anche tale garanzia (cd. cessio pro solvendo), la sua liberazione si realizzerà non al momento dell’accordo, come nel caso della cessio pro soluto, ma piuttosto al momento successivo del pagamento del debitore (v., ex multis, Cass., 26 luglio 1943, n. 1932 e Cass., 28 gennaio 1975, n. 340).

Si prevede comunque che, in caso di insolvenza del debitore, il creditore cedente risponderà solo nei limiti di quanto ha ricevuto; dovrà inoltre corrispondere gli interessi, rimborsare le spese della cessione e quelle che il cessionario abbia a sopportare per escutere il debitore, e risarcire il danno. Ogni patto diretto ad aggravare la responsabilità del cedente è senza effetto.

In ogni caso, la garanzia sulla solvenza del debitore cessa, se la mancata realizzazione del credito per insolvenza del debitore è dipesa da negligenza del cessionario nell’iniziare o nel proseguire contro il debitore stesso (art. 1267, secondo comma, c.c.).

 


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