Danno esistenziale: Genesi, ratio, orientamenti e parabola della dibattuta figura giurisprudenziale
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Articolo del 24/11/2008 Autore Avv. Luigi Modaffari Altri articoli dell'autore


INTRODUZIONE AL CONCETTO DI DANNO

Alla luce della recente Sentenza a Sezioni Unite sulla figura del danno esistenziale, innanzitutto, a scopo di chiarezza, è opportuno fare una breve introduzione sul concetto di danno, riferito all'ambito del diritto civile. Il danno, nell'ottica considerata, viene concepito essenzialmente e generalmente come l'alterazione negativa del patrimonio, cioè una deminutio di tipo economico (cd danno patrimoniale). Poi, a quest'ultima fattispecie risarcitoria, si è sin da subito contrapposta la figura del danno morale, in base al principio per cui il soggetto danneggiato, a seguito dell'ingiustizia subita, ha titolo per ottenere il ristoro anche delle conseguenze psichiche patite. In base alla natura di tale ultima figura risarcitoria, è d'obbligo una equiparazione tra danno morale e denaro, ben espressa dal concetto del “pretium doloris”.

Pertanto, per almeno un trentennio dall'entrata in vigore del codice civile del 1942, la fattispecie del danno continua ad essere costituita dal dualismo tra il danno patrimoniale e quello morale. E' utile precisare che quest'ultimo, come testualmente prevede l'art. 2059 c.c., viene risarcito solo nei casi previsti dalla legge, casi, sino a tempi recenti, che sono rimasti ancorati solo ed esclusivamente alle ipotesi di reato.

A seguito dell'entrata in vigore della Costituzione è emerso un nuovo sistema di valori, dove al centro viene posta la persona umana, sia come bene primario dell'ordinamento che come oggetto di tutela illimitata. Infatti, la Costituzione del 1948, a differenza del codice civile, prevede e tutela in primo piano i diritti alla persona e solo in secondo piano i rapporti economici. Tale dicotomia tra concezione risarcitoria codicistica e costituzionale, nel tempo e a seguito dei maggiori contributi dottrinari, ha fatto sollevare numerose questioni di costituzionalità riguardo all'art. 2059 c.c., specificatamente nella parte in cui limita il danno non patrimoniale ai soli casi previsti dalla legge, cioè le ipotesi di reato. Con la storica Sentenza 184 del 1986 la Consulta ha preso atto della suddetta discrasia e, sebbene abbia escluso l'incostituzionalità della norma predetta per non demolire l'assetto del codice civile, ha imposto una reinterpretazione della figura di danno non patrimoniale alla luce del dettato costituzionale.

Con la suddetta pronuncia si è ammesso il risarcimento del danno biologico o danno alla salute, con il quale si risarcisce la lesione dell'integrità psico fisica in sé considerata, a prescindere dalle conseguenze patrimoniali o morali che ne siano derivate. Tuttavia, per evitare il limite dell'art. 2059 c.c., la Corte Costituzionale ha specificato che l'articolo 2059 c.c. stesso si riferisce solo ai danni morali e che il fondamento della risarcibilità del danno biologico , invece, deve essere ricercato nell'art 2043 c.c. letto e interpretato in combinato disposto con l'art. 32 della Costituzione.

L' ORIGINE DEL DANNO ESISTENZIALE

A seguito dell'individuazione del danno biologico , la dottrina ha progressivamente individuato la possibilità di risarcire altri pregiudizi non patrimoniali lesivi di beni essenzialmente riguardanti la persona umana, diversi dalla salute, ma altrettanto previsti e tutelati dalle norme costituzionali. In altre parole, se una certa posizione soggettiva è tutelata da una garanzia costituzionale, deve valere il medesimo ragionamento che vale per il danno alla salute, cioè l'ipotetico danno deve essere risarcito in forza della lettura costituzionalmente orientata dell'art 2043 c.c..

La figura del danno esistenziale, pertanto, ha origine dalla presa d'atto che i tre tipi di danno sino ad allora individuati non sarebbero stati in grado di coprire tutta la gamma dei pregiudizi che la vittima patisce in conseguenza dell'illecito altrui.

L'illecito, infatti, potrebbe cagionare al danneggiato nessuna lesione psico fisica, nessuna diminuzione o lesione del patrimonio e nessuna sofferenza d'animo, ma potrebbe precludere lo svolgimento di attività non remunerative che, sino ad allora, erano fonte di gratificazione. Pertanto, il danno esistenziale è stato definito dalla migliore dottrina come “la forzosa rinuncia allo svolgimento di attività non remunerative, fonte di compiacimento o di benessere per il danneggiato, indipendentemente dalla compromissione dell'integrità psico fisica” (Prof Cendon P., “Non di sola salute vive l'uomo”, Milano 1999).

Al tempo, tale figura è stata riconosciuta ed applicata in concreto la prima volta dal Tribunale di Torino nella Sentenza 05.08.1995, ove il Giudice di I grado prende atto di come la tripartizione classica non risulti idonea a risarcire tutti pregiudizi patiti dalla vittima.

La prima ipotesi di pronuncia della Cassazione sulla voce di danno in esame risale alla Sent. 7710 del 2000, nella quale si pronunciava sul caso di un padre che per lungo tempo aveva fatto mancare al proprio figlio i mezzi di sostentamento. La Suprema Corte ha statuito che l'indebita condotta del genitore aveva posto in essere una gravissima lesione dei diritti fondamentali della vittima quale figlio e quale minore. Pertanto, nel caso di specie, il fondamento della risarcibilità del danno esistenziale si è ravvisato nel combinato disposto dell'art. 2043 c.c. e l'art. 2 della Costituzione.

LE SENTENZE “GEMELLE”

Con le Sentenze “gemelle” del 2003, la Cassazione ha ulteriormente innovato la materia del danno esistenziale e/o non patrimoniale. Esaminando due fattispecie di danni cd “riflessi” (nella Sentenza 8828 del 2003 la Suprema Corte si pronunciava su di un caso di morte di prossimi congiunti; nell'altra sentenza n. 8827 del 2003, invece, il danno riguardava un neonato ridotto a stato vegetativo a causa di errore dei medici sia in fase di diagnosi che dopo.. ), la Cassazione ha fatto venire meno la tipica lettura restrittiva dell'art. 2059 c.c.. Infatti, detta portata restrittiva non avrebbe più potuto essere condivisa ed accettata poiché nel nostro ordinamento, in forza dell'art 2 della Costituzione che tutela e protegge i diritti inviolabili dell'uomo, il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore inerente alla persona. Pertanto, una lettura costituzionalmente orientata dell'art 2059 c.c. impone di superare i limiti dettati dall'art 185 c.p., in quanto detto limite deve essere considerato inoperante nel caso di lesione di un valore della persona costituzionalmente tutelato.

Tale orientamento viene ripreso poco dopo dalla famosa Sentenza della corte Costituzionale n. 233 del 2003.

Alla luce delle suddetta pronunce, tuttavia, si evince la differenza rispetto al danno morale, soprattutto dal punto di vista probatorio. Infatti, ai fini della relativa liquidazione, tutto il sistema del danno esistenziale si basa su di una rigorosa prova sia del nesso causale che del pregiudizio patito.

L'ORIENTAMENTO CONTRARIO

Nonostante detto riconoscimento, non si può tacere che un differente orientamento giurisprudenziale inizialmente di merito, ben più restrittivo e meno innovativo, ha sempre negato autonoma rilevanza al danno esistenziale. Detto orientamento si è basato essenzialmente sul principio per cui la tesi che riconduce il danno esistenziale all'art. 2043 c.c. non può essere condivisa in quanto tale articolo copre solo il danno biologico, in aggiunta a quello patrimoniale. Il danno esistenziale, invece, può avere rilievo solo come categoria descrittiva ed il relativo risarcimento deve essere considerato come a titolo non patrimoniale, o morale o biologico.

Tra le prime pronunce di questo tipo: Trib. Bergamo 26.02.2003; Trib. Roma 7.03.2003.

In seguito, la Cassazione stessa ha puntualizzato che ai sensi dell'art. 2059 c.c. non è possibile fare riferimento alla categoria del danno esistenziale poichè così si finirebbe per portare il danno non patrimoniale nell'atipicità. Ciò sarebbe vietato sia dal Legislatore che dall'interpretazione costituzionale dell'art 2059 c.c. Pertanto, ai fini del risarcimento del danno ex art 2059 c.c. è necessario che la lesione riguardi interessi protetti come inviolabili dalla Costituzione e da ciò ne verrebbe escluso il danno esistenziale propriamente detto. Per esempio, il risarcimento del danno esistenziale presupporrebbe un diritto costituzionale ad essere felici, cosa che non vi è. Altri motivi che giustificavano la “negazione” della figura del danno esistenziale, se non solamente a titolo dottrinario o descrittivo, vi era l'eccessiva ampiezza del concetto, la possibilità di duplicazione del risarcimento (visto e considerato che in molte situazioni il concetto di danno esistenziale e morale si sovrappone) e, infine, la difficoltà di quantificarlo in concreto in sede di liquidazione.

Tra le pronunce di tale filone giurisprudenziale si ricordano le sentenze 19354 del 2005 e, in tema di danno esistenziale per la irragionevole durata del processo, Cons. Stato. Sez IV 1096 del 2005.

LE SEZIONI UNITE N. 6572 DEL 2006

Il caso di specie verteva su di un danno patito da un lavoratore a seguito di un demansionamento professionale. Tale fattispecie è stata utile affinchè la Suprema Corte operasse una sistemazione della materia quanto al concetto, riconoscimento, alla prova ed alla liquidazione del danno esistenziale.

Innanzitutto, le Sezioni Unite, definiscono il danno esistenziale come un danno all’identità professionale sul luogo di lavoro, all’immagine e alla vita di relazione e, più in generale, di lesione del diritto del lavoratore alla libera esplicazione della sua personalità nel luogo di lavoro, che è tutelato agli articoli 1 e 2 Costituzione. Quindi, si tratta, in particolare, in linea con la giurisprudenza prevalente, dell’alterazione delle abitudini di vita e degli assetti relazionali del lavoratore, il quale viene, in tal caso, privato di occasioni per l’espressione e la realizzazione della sua persona nel mondo esterno (sul punto, ex multis, Cass. Civ. 7980/2004).

Tale voce di danno, a differenza del danno morale che attiene alla sfera emotiva e interiore del singolo, è oggettivamente accertabile attraverso l’allegazione, a cura del soggetto danneggiato, di precise circostanze comprovanti l’adozione di scelte di vita diverse da quelle che sarebbero state seguite in assenza dell’evento dannoso, a nulla rilevando la prova, di per sé sola, della dequalificazione, dell’isolamento e della forzata inoperosità.

Pertanto, alla luce del principio generale affermato dalla Suprema Corte a definizione del contrasto giurisprudenziale, è onere esclusivo del lavoratore provare che il demansionamento ha prodotto, nella prospettiva dell’art. 1223 cod. civ., una perdita rappresentata dalla diminuzione o dalla privazione di un valore personale, non patrimoniale, alla quale il risarcimento del danno deve essere commisurato, seppure in via equitativa.

Quanto, poi, agli strumenti probatori a disposizione del lavoratore per la prova del danno esistenziale, le Sezioni Unite hanno avuto cura di precisare che, fatta eccezione per il danno biologico , il quale può essere dimostrato solo attraverso il ricorso all’accertamento medico-legale, il danno esistenziale può essere verificato attraverso la prova documentale, testimoniale e presuntiva, la quale ultima, lungi dal rappresentare un mezzo di rango secondario nella gerarchia dei mezzi di prova, può essere impiegato anche in via esclusiva dal giudice per la formazione del suo convincimento (Cass. Civ. 13819/2003; Cass. Civ. 9834/2002).

 LE SEZIONI UNITE N. 26972 DEL 2008

Con la Sentenza citata, la Suprema Corte risolve un contrasto giurisprudenziale, che perdura da quasi un decennio, riguardante la sussistenza, l'individuazione e la risarcibilità della suddetta voce di danno.

Nella suddetta pronuncia, innanzitutto, la Cassazione ha specificato il concetto di danno “non patrimoniale”. Tale fattispecie, come detto sopra, è risarcibile sia quale conseguenza di un reato sia in altre ipotesi risarcitorie, le quali, anche se non espressamente previste dal legislatore, sono desumibili in base ad una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c.. In seguito, nell'esaminare la figura predetta, la Suprema Corte ha statuito che questa è una categoria omnicomprensiva e che non è possibile e lecito ritagliare all'interno varie sottocategorie (come quella del danno esistenziale), se non a titolo descrittivo. E, pertanto, ritenuto scorretto e non conforme al dettato normativo pretendere di distinguere il c.d. “danno morale soggettivo” dagli altri danni non patrimoniali. Infatti, la sofferenza morale non è che uno dei molteplici aspetti di cui il giudice deve tenere conto nella liquidazione dell’unico ed unitario danno non patrimoniale, e non un pregiudizio a sé stante.

Il danno esistenziale può essere oggetto di risarcimento, sussistendone i presupposti, solo se rientrante nella figura generale del danno non patrimoniale ex art 2059 c.c.. Pertanto il risarcimento potrà essere accordato, nell'ipotesi di danno quale conseguenza di un reato che nel caso di un illecito lesivo di un diritto della persona costituzionalmente garantito. Tale danno, però, costituisce né più né meno che un “ordinario” danno non patrimoniale, di per sé risarcibile ex art. 2059 c.c., e che non può essere liquidato separatamente come danno esistenziale sol perché diversamente denominato.

Infine, le SS.UU. hanno tratto spunto dal suddetto ragionamento per negare o comunque limitare fortemente il risarcimento dei danni non patrimoniali c.d. “bagatellari”, ossia quelli futili od irrisori, causati da condotte prive del requisito della gravità. A riguardo, il riconoscimento e la liquidazione di tali danni non patrimoniali non gravi o causati da offese non serie può essere censurabile in sede di gravame per violazione di un principio informatore della materia.


Avv. Luigi Modaffari
Avvocato
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