Gli elementi essenziali per la configurabilità del reato di associazione per delinquere
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Articolo del 19/11/2008 Autore Avv. Gioacchino De Filippis Altri articoli dell'autore


Gli elementi essenziali per la configurabilità del reato di associazione per delinquere

 

In riferimento all’ipotesi criminosa dell’associazione per delinquere, i Giudici del Tribunale di Palermo nella famosa sentenza n. 881 del 1999, emessa nel procedimento penale che vedeva, quale nella veste di imputato, il Senatore G.A., hanno delineato gli elementi in base ai quali può configurarsi il reato di associazione per delinquere.

Occorre premettere che elementi costitutivi di tale reato sono la formazione e la permanenza di un vincolo associativo continuativo tra almeno tre persone, allo scopo di commettere una serie indeterminata di delitti, con la predisposizione comune dei mezzi occorrenti per la realizzazione del programma delinquenziale e con la permanente consapevolezza di ciascun associato di far parte dell’illecito sodalizio e di essere disponibile ad operare per l’attuazione del comune programma criminoso (v. per tutte Cass. Sez. I sent. n. 6693 del 1979, ric. Pino; Cass. Sez. I sent. n. 3402 del 1992, ric. Niccolai ed altri). Così si sono espressi

E’ ricorrente in giurisprudenza l’orientamento secondo cui “l'associazione per delinquere si caratterizza per tre fondamentali elementi, costituiti:

a) da un vincolo associativo tendenzialmente permanente, o comunque stabile, destinato a durare anche oltre la realizzazione dei delitti concretamente programmati;

b) dall'indeterminatezza del programma criminoso che distingue il reato associativo dall'accordo che sorregge il concorso di persone nel reato;

c) dall'esistenza di una struttura organizzativa, sia pur minima, ma idonea e soprattutto adeguata a realizzare gli obiettivi criminosi presi di mira” (Cass. Sez. I sent. n. 10107 del 1998, ric. Rossi e altri).

Si è comunque chiarito (Cass. Sez. I sent. n. 709 del 1993, ric. Beni ed altro) che l’associazione per delinquere non è necessariamente un organismo formale, sostanziandosi nell’accettazione, da parte di almeno tre persone, di una disponibilità ed un impegno permanenti a svolgere determinati compiti, al fine di realizzare fatti delittuosi. E' dunque sufficiente che tale adesione dia vita a un organismo plurisoggettivo che, indipendentemente da eventuali forme esterne, sia in grado di avere una volontà autonoma rispetto a quella dei singoli e di svolgere una condotta collettiva, sintesi delle condotte individuali, al fine di realizzare il programma criminoso. Da ciò infatti derivano il danno immediato per l’ordine pubblico ed il pericolo per i beni che costituiscono l’oggetto giuridico dei delitti programmati, poiché l’impegno collettivo, consentendo di utilizzare immediatamente gli uomini disponibili e le strutture appositamente predisposte, agevola la realizzazione dei delitti-scopo.

Nel definire i caratteri della condotta tipica di partecipazione, la giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. I sent. n. 7462 del 1985, ric. Arslan) ha precisato che «il nucleo strutturale indispensabile per integrare la condotta punibile di tutti i reati di associazione, non si riduce ad un semplice accordo delle volontà, ma richiede un "quid pluris", che con esso deve saldarsi e che consiste, nel momento della costituzione dell'associazione, nella predisposizione di mezzi concretamente finalizzati alla commissione di delitti e, successivamente, in quel minimo di contributo effettivo richiesto dalla norma incriminatrice ed apportato dal singolo per la realizzazione degli scopi dell'associazione. Quello, cioè, che ha rilevanza non è che l'accordo venga consacrato in atti di costituzione, statuto, regolamento, iniziazione o in altre manifestazioni di formale adesione, ma che in conseguenza delle manifestazioni di volontà dei singoli si realizzi, di fatto, l'esistenza della struttura prevista dalla legge e, una volta costituita l'associazione, il contributo apportato dal singolo si innesti nella struttura associativa ed in vista del perseguimento dei suoi scopi».

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza (v. Cass. Sez. I sent. n. 3492 del 1988, ric. Altivalle) la materialità della condotta tipica del delitto di partecipazione ad associazione criminosa si concreta nel compito o nel ruolo, anche generico, che il soggetto svolge o si è impegnato a svolgere, nell'ambito dell'organizzazione, per portare il suo contributo all'esistenza e al rafforzamento del sodalizio criminoso, con la consapevolezza e la volontà di far parte dell'organizzazione condividendone le finalità.

La Suprema Corte ha sottolineato che, per la integrazione del reato in esame, occorre l’affectio societatis scelerum, cioè la consapevolezza del soggetto di avere assunto un vincolo associativo criminale che permane al di là degli accordi particolari relativi alla realizzazione dei singoli episodi delittuosi (cfr. Cass. Sez. I sent. n. 1332 del 1991). L’affectio societatis si correla, quindi, alla consapevolezza del soggetto di inserirsi in un'associazione criminosa e di innestare la propria condotta nell'assetto organizzativo ed operativo di essa (cfr. Cass. Sez. V sent. n. 2543 del 1993).

In quest’ottica, la giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. VI sent. n. 16164 del 1989, ric. Romano) ha evidenziato che “per ritenere sussistente la compartecipazione al delitto di associazione per delinquere, non è sufficiente l'accordo per la realizzazione di uno o più delitti tra quelli che formano oggetto del comune programma di delinquenza; occorre invece la dimostrazione della volontà dell'agente di entrare a far parte dell'associazione e apportare un concreto contributo alla realizzazione del comune scopo criminoso per la realizzazione del quale l'associazione è stata costituita”.

Si è conseguentemente specificato che il criterio distintivo del delitto di associazione per delinquere rispetto al concorso di persone nel reato consiste essenzialmente nel carattere e nel modo di svolgersi dell’accordo criminoso, che, nel concorso di persone nel reato (anche continuato) avviene in via occasionale ed accidentale, essendo diretto alla commissione di uno o più reati determinati (eventualmente ispirati da un medesimo disegno criminoso), con la realizzazione dei quali si esaurisce, mentre nell’associazione per delinquere è diretto all’attuazione di un più vasto programma criminoso, per la commissione di una serie indeterminata di delitti, con la permanenza di un vincolo associativo tra i partecipanti, ciascuno dei quali ha la costante consapevolezza di essere associato all'attuazione del programma criminoso, anche indipendentemente ed al di fuori della effettiva commissione dei singoli reati programmati (v. per tutte Cass. Sez. I sent. n. 6693 del 1979, ric. Pino; Cass. Sez. I sent. n. 3402 del 1992, ric. Niccolai ed altri; Cass. Sez. V sent. n. 3340 del 1999, ric. P.M. in proc. Stolder ed altri).

L’esistenza di un siffatto vincolo associativo, pur non potendo evincersi dalla sola commissione di fatti criminosi (Cass. Sez. VI sent. n. 6728 del 1989, ric. Calvano), può essere comunque desunta anche da facta concludentia, quali la continuità, la frequenza e l’intensità dei rapporti tra i soggetti, l’interdipendenza delle loro condotte, la predisposizione dei mezzi finanziari e la stessa efficienza dell’organizzazione (cfr. Cass. Sez. VI sent. n. 7789 del 1987, ric. Gravosio).

La Suprema Corte (Cass. Sez. VI sent. n. 11446 del 1994, ric. Nannerini) ha esplicitato che «per quanto riguarda il dolo del delitto di associazione per delinquere è necessario che vi sia da parte dell'agente la coscienza e la volontà di compiere un atto di associazione, cioè la manifestazione di "affectio societatis scelerum" come tale, e la commissione di uno o più delitti programmati dall'associazione non dimostra automaticamente l'adesione alla stessa. Tuttavia l'attività delittuosa conforme al piano associativo costituisce un elemento indiziante di grande rilevanza ai fini della dimostrazione della appartenenza ad essa quando attraverso le modalità esecutive e altri elementi di prova possa risalirsi all'esistenza del vincolo associativo e quando la pluralità delle condotte dimostri la continuità, la frequenza e l'intensità dei rapporti con gli altri associati. Anche la partecipazione ad un episodio soltanto della attività delittuosa programmata può costituire elemento indiziante dell'appartenenza all'associazione, ma in tal caso il valore di tale indizio è sicuramente ridotto ed è necessario che dalla partecipazione al singolo episodio sia desumibile l'affectio societatis dell'agente, e che essa sia fonte di penale responsabilità a carico di chi la mette in atto. Quando infatti il soggetto abbia fornito un contributo alla realizzazione di un unico episodio rientrante nel programma associativo e a tale contributo non venga riconosciuta rilevanza penale, il valore indiziante ai fini della appartenenza all'associazione diventa minimo ed insufficiente ad un riconoscimento di responsabilità».

Con riguardo alla prova dell’adesione del soggetto all’associazione per delinquere, è stato precisato che «una volta accertato il carattere penalmente illecito di un determinato organismo associativo, la spendita di una qualsiasi attività in favore di esso, con il beneplacito di coloro che nel medesimo organismo operano già a livello dirigenziale, non può che essere ragionevolmente interpretata come prova dell'avvenuto inserimento, "per facta concludentia", del soggetto resosi autore di detta condotta nel sodalizio criminoso, nulla rilevando che, secondo le regole interne di quest'ultimo, la medesima attività non implichi, invece, di per sé, il titolo di sodale» (Cass. Sez. I sent. n. 11344 del 1993, ric. Algranati ed altri).

Con riferimento all'elemento soggettivo del delitto di partecipazione, la giurisprudenza ha altresì evidenziato che si tratta di un reato a dolo specifico; occorre quindi, oltre alla «coscienza e volontà di apportare quel contributo richiesto dalla norma incriminatrice», anche la consapevolezza «di partecipare e di contribuire attivamente con esso alla vita di un'associazione, nella quale i singoli associati, con pari coscienza e volontà, fanno convergere i loro contributi, come parte di un tutto, alla realizzazione del programma comune, divenuto, così, "causa comune" (civilisticamente intesa) dell'agire del singolo e dell'ente» (Cass. Sez. I sent. n. 7462 del 1985, ric. Arslan, che ha aggiunto: "naturalmente non è necessaria la conoscenza reciproca di tutti gli associati, poiché quel che conta è la consapevolezza e volontà di partecipare, assieme ad almeno altre due persone aventi la stessa consapevolezza e volontà, ad una società criminosa strutturata e finalizzata secondo lo schema legale").

Conforme ai suesposti principi è anche la definizione della condotta tipica di partecipazione all'associazione di cui all'art. 416 bis c.p., la cui ricostruzione esegetica è strettamente connessa alla descrizione normativa dell'apparato strutturale e delle finalità che caratterizzano il fenomeno mafioso.

Come è stato osservato in dottrina, l'associazione di tipo mafioso è qualificata dai mezzi usati e dai fini perseguiti.

Con riferimento alla struttura dell'organizzazione criminale, l'art. 416 bis c.p. descrive analiticamente il metodo e le modalità di comportamento dell'associazione mediante il riferimento a tre parametri caratterizzanti: l'autonoma forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo e le conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà (cfr. Cass. Sez. VI sent. n. 7937 del 1995, ric. Monaco ed altri, secondo cui “il reato di cui all'art. 416 bis c.p. … si caratterizza dal lato attivo per l'utilizzazione, da parte degli associati, ai fini del raggiungimento degli scopi del sodalizio, della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo in sé stesso, e dal lato passivo per la conseguente condizione di assoggettamento e di omertà dei singoli”). Si tratta di tre elementi che sono coessenziali per la configurabilità del reato in esame, rappresentano i principali fattori di stabilità della struttura organizzativa del potere mafioso, e costituiscono l'apparato strumentale posto nella disponibilità degli associati per la realizzazione degli scopi dell'illecito sodalizio.

Il programma criminoso richiesto per l'esistenza del reato di cui all'art. 416 bis si identifica nelle finalità tipiche dell'organizzazione mafiosa, previste alternativamente dalla norma incriminatrice: la commissione di delitti, l'acquisizione della gestione o del controllo di attività economicamente rilevanti anche attraverso il condizionamento della pubblica amministrazione, la coercizione elettorale ed il procacciamento di voti, il conseguimento di indebite utilità di ogni genere.

Come è stato rilevato in dottrina, le suindicate finalità, oltre ad integrare il dolo specifico che qualifica le singole condotte associative (cfr. sul punto Cass. Sez. VI sent. n. 1793 del 1994, ric. De Tommasi ed altri), caratterizzano la struttura dell'ente associativo, alla quale sono indissolubilmente collegate.

La giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. VI sent. n. 1793 del 1994, ric. De Tommasi ed altri) ha sottolineato che le finalità dell'associazione di tipo mafioso, previste nell'art. 416 bis c.p., hanno carattere alternativo e non cumulativo, anche perché, con la previsione, fra gli scopi del sodalizio mafioso, del controllo di attività economiche, il legislatore ha mirato ad ampliare l'ambito applicativo della fattispecie, estendendolo anche al perseguimento di attività in sé formalmente lecite. E', peraltro, appena il caso di rilevare che le suddette finalità, anche qualora abbiano in via generale carattere lecito, si convertono in illeciti per effetto dell'adozione del metodo mafioso (cfr. Cass. Sez. I sent. n. 8085 del 1987, ric. Saviano).

Nel delineare le differenze tra l’associazione per delinquere e l’associazione di tipo mafioso, la Suprema Corte (Cass. Sez. II sent. n. 5386 del 1994, ric. Matrone ed altri) ha precisato che “la figura delittuosa prevista dall'art. 416 bis c.p. si distingue da quella di cui all'art. 416 c.p., oltre che per l'eterogeneità degli scopi che l'associazione mira a realizzare, e quindi dell'oggetto del programma criminoso, per il ricorso alla forza di intimidazione dell'associazione per il conseguimento dei fini propri della medesima. Tale forza di intimidazione del vincolo associativo è un elemento strumentale, e non già una modalità della condotta associativa, e non necessariamente deve essere utilizzata dai singoli associati né estrinsecarsi di volta in volta in atti di violenza fisica e morale per il raggiungimento dei fini alternativamente previsti dalla disposizione incriminatrice, in quanto ciò che caratterizza l'associazione di tipo mafioso e le altre a questa assimilate è la condizione di assoggettamento e di omertà che da detta forza intimidatrice, quale effetto, deriva per il singolo sia all'esterno che all'interno dell'associazione”. Al riguardo, si è esplicitato che l'insorgere nei terzi della situazione di soggezione può derivare "anche soltanto dalla conoscenza della pericolosità di tale sodalizio" (Cass. Sez. I sent. n. 3223 del 1992).

Si è comunque sottolineato che in entrambe le figure criminose "ricorrono come elementi strutturali comuni l'accordo a carattere generale e continuativo volto all'attuazione di un programma di delinquenza, destinato a permanere anche dopo l'eventuale perpetrazione di ciascun delitto programmato, il numero minimo di tre associati nonché la predisposizione comune di attività e mezzi per la realizzazione del generico programma delinquenziale" (Cass. Sez. I sent. n. 14134 del 1986, ric. Amerato).

Una volta dimostrata la sussistenza di una organizzazione caratterizzata da un apparato strutturale-strumentale basato sull'intimidazione, sull'assoggettamento e sull'omertà, e da almeno una delle suindicate finalità, occorre, per affermare la responsabilità del singolo, provare la sua consapevole appartenenza al sodalizio e la sua adesione al programma associativo.

La condotta punibile deve considerarsi realizzata se risultano dimostrati, sul piano oggettivo, l’inserimento strutturale del singolo in una siffatta organizzazione, e, sul piano soggettivo, l’affectio societatis, cioè la consapevolezza e la volontà di far parte dell'illecito sodalizio, condividendone gli scopi.

In dottrina si è evidenziato che, nel reato in esame, la condotta punibile non si riduce al semplice accordo delle volontà, ma si sostanzia nel contributo effettivo ed attuale apportato dal singolo all'esistenza ed al rafforzamento dell'entità associativa nel suo complesso, in funzione della realizzazione degli scopi dell'organizzazione criminale attraverso i metodi che sono propri di essa.

In questa prospettiva, la giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. VI sent. n. 7627 del 1996, ric. P.M. in proc. Alleruzzo ed altri) ha esplicitato che "la condotta di partecipazione consiste nel contributo, apprezzabile e concreto sul piano causale, all'esistenza ed al rafforzamento dell'associazione e quindi alla realizzazione dell'offesa degli interessi tutelati dalla norma incriminatrice". Si è quindi affermato che “fa parte di una associazione mafiosa chi presti un consapevole contributo alla vita del sodalizio di cui conosca le caratteristiche, sapendo di avvalersi della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano per realizzare i fini previsti dall'ultima parte del terzo comma dell'art. 416 bis c.p.” (Cass. Sez. VI sent. n. 5649 del 1997, ric. Dominante ed altri).

Poiché il disvalore penale del fatto si impernia sulla stabile permanenza del vincolo associativo fra almeno tre persone, e sulla convergenza della loro volontà verso la realizzazione del comune ed indeterminato programma criminoso, ne consegue che il contributo del singolo deve essere finalizzato a cooperare alla permanenza dell'organizzazione associativa, e non solo alla realizzazione di uno dei fini specifici del sodalizio.

Come è stato osservato in dottrina, la condotta del partecipe, per assumere rilevanza penale, deve potersi ricondurre ai principi di materialità e di offensività che informano il nostro ordinamento, escludendo la illiceità di meri atteggiamenti psicologici.

Pertanto la prova della partecipazione del singolo all'associazione di tipo mafioso non può esaurirsi nella dimostrazione di un'adesione monosoggettiva di carattere formale o ideale, ma deve estendersi alla verifica dell'apporto, anche minimo ma comunque non insignificante, arrecato alla vita dell'associazione.

Ai fini della realizzazione della condotta tipica prevista dall'art. 416 bis c.p. è sufficiente l'inserimento del soggetto nella struttura organizzativa dell'associazione, con la relativa assunzione di un ruolo e di talune funzioni all'interno della stessa.

Non occorre, invece, la prova che il partecipe abbia concretamente esplicato le funzioni assegnategli, poiché l'inserimento del singolo nel tessuto organizzativo del sodalizio si risolve in un rafforzamento dell'associazione, i cui esponenti acquistano la possibilità di avvalersi di quel soggetto quando sia utile ricorrere alla sua opera (cfr. sul punto Cass. Sez. I sent. n. 13008 del 1998, secondo cui “ai fini dell'affermazione di responsabilità di taluno in ordine al reato di partecipazione ad associazione di stampo mafioso, non occorre la prova che egli abbia personalmente posto in essere attività di tipo mafioso, essendo, al contrario, sufficiente la sola sua aggregazione a un'organizzazione le cui obiettive caratteristiche siano tali da farla rientrare nelle previsioni dell'art. 416 bis c.p.”).

Trattandosi di una condotta a forma libera, il contributo alla vita dell'associazione può consistere in un'attività materiale ovvero in un apporto morale.

La soglia minima del contributo partecipativo penalmente rilevante è ravvisabile nella manifestazione di impegno, con cui il singolo mette le proprie energie a disposizione dell'organizzazione criminale, ampliandone la potenzialità operativa.

Un contributo partecipativo consistente nella seria manifestazione di disponibilità in favore dell'associazione mafiosa è certamente ravvisabile nell'ipotesi in cui il soggetto abbia prestato il "giuramento" di mafia, poiché un simile atto solenne assume valore vincolante all'interno del sodalizio criminoso.

Sul punto, la Suprema Corte (Cass. Sez. IV sent. n. 2040 del 1996, ric. Brusca) ha affermato che «nell'assunzione della qualifica di uomo d'onore - significativa non già di una semplice adesione morale, ma addirittura di una formale applicazione alla cosca mercé apposito rito (la cosiddetta "legalizzazione") - va ravvisata non soltanto l'accertata "appartenenza" alla mafia, nel senso letterale del personale inserimento in un organismo collettivo, specificamente contraddistinto, cui l'associato viene ad appartenere sotto il profilo della totale soggezione alle sue regole ed ai suoi comandi, ma altresì la prova del contributo causale che, seppur mancante nel caso della semplice adesione non impegnativa, è immanente, invece, nell'obbligo solenne di prestare ogni propria disponibilità al servizio della cosca accrescendo così la potenzialità operativa e la capacità di inserimento subdolo e violento nel tessuto sociale anche mercé l'aumento numerico dei suoi membri».

L'avvenuta affiliazione rituale dimostra la partecipazione del soggetto all'associazione di tipo mafioso indipendentemente dall'attività in seguito concretamente svolta, ed anche qualora egli successivamente non abbia occasione di esplicare specifiche mansioni (cfr. Cass. Sez. I sent. n. 4148 del 1994, ric. Di Martino, secondo cui «l'affiliazione a "Cosa Nostra", data la natura totalizzante di tale organizzazione, implica necessariamente l'effettivo far parte della medesima con accettazione delle sue regole e finalità al fine di ampliarne la sfera di influenza e di favorirne la realizzazione delittuosa con la permanente messa a disposizione della propria attività: conseguentemente per l'integrazione della fattispecie associativa di cui all'art. 416 bis c.p. non occorre che ogni partecipe si renda protagonista di specifici atti delittuosi attraverso i quali il sodalizio raggiunge i suoi scopi»).

D'altra parte, la mancanza di una rituale affiliazione, e la stessa circostanza che, secondo le regole proprie del sodalizio, il soggetto non sia da considerare un associato a pieno titolo, non escludono la configurabilità della condotta associativa.

In proposito, la Suprema Corte (Cass. Sez. I sent. n. 11307 del 1993, ric. Santoriello) ha rilevato che “in tema di reati di associazione è del tutto irrilevante, ai fini del riconoscimento o meno dell'intervenuta adesione di taluno al sodalizio criminoso, il fatto che, secondo le regole proprie di quest'ultimo, il soggetto non sia da considerare un associato a pieno titolo, dovendosi invece aver riguardo soltanto all'obiettività della sua condotta, onde verificare se essa sia o meno rivelatrice, alla stregua della logica e della comune esperienza, di una adesione che, nei fatti, si sia comunque realizzata” (v. anche Cass. Sez. I sent. n. 4355 del 1994, ric. Costantino, secondo cui "ai fini della sussistenza del reato di partecipazione ad associazione criminosa di tipo mafioso non bisogna avere riguardo alle modalità di organizzazione interna del gruppo criminoso, ma valutare sotto un profilo esterno e con riferimento a regole di esperienza e non alle regole del sodalizio, se sussista, o non, la partecipazione diretta nel gruppo, in base ai rapporti che sussistono fra i vari soggetti, e l'attività a favore del gruppo, nella consapevolezza della sua esistenza, da parte del soggetto indagato, seppure qualificato come esterno").

A tale conclusione si perviene sulla base dell’esame della struttura oggettiva della fattispecie incriminatrice, che delinea una condotta tipizzata in funzione della sua idoneità causale rispetto all’evento giuridico. E’ stato infatti evidenziato che "la condotta di partecipazione all'associazione per delinquere di cui all'art. 416-bis c.p. è a forma libera, nel senso che il comportamento del partecipe può realizzarsi in forme e contenuti diversi, purché si traduca in un contributo non marginale ma apprezzabile alla realizzazione degli scopi dell'organismo: in questo modo, infatti, si verifica la lesione degli interessi salvaguardati dalla norma incriminatrice, qualunque sia il ruolo assunto dall'agente nell'ambito dell'associazione; ne consegue che la condotta del partecipe può risultare variegata, differenziata, ovvero assumere connotazioni diverse, indipendenti da un formale atto di inserimento nel sodalizio, sicché egli può anche non avere la conoscenza dei capi o degli altri affiliati essendo sufficiente che, anche in modo non rituale, di fatto si inserisca nel gruppo per realizzarne gli scopi, con la consapevolezza che il risultato viene perseguito con l'utilizzazione di metodi mafiosi" (Cass. Sez. II sent. n. 4976 del 1997, ric. P.M. e Accardo; v. anche Cass. Sez. I sent. n. 482 del 1989, ric. Stabile, secondo cui «la fattispecie della partecipazione all'associazione di tipo mafioso è a forma libera, perché il legislatore non descrive in modo particolare la condotta tipica, enunciandone le note che valgono a caratterizzarle, ma si limita ad affermare che commette il reato "chiunque ne fa parte". Ne deriva che la condotta di partecipazione, che può assumere forme e contenuto variabili, consiste sul piano oggettivo nel contributo, purché apprezzabile e concreto, sul piano criminoso e quindi nella realizzazione dell'offesa tipica agli interessi tutelati dalla norma incriminatrice, qualunque sia il ruolo che l'agente svolga nell'ambito associativo»).

Si è pertanto precisato che «la mancata legalizzazione - cioè l'atto formale di inserimento nell'ambito dell'organizzazione criminosa - non esclude che il partecipe sia di fatto in essa inserito e contribuisca con il suo comportamento alla realizzazione dei fini dell'associazione. Infatti, la "legalizzazione" costituisce il dato formale, ed usuale, che denota l'inserimento organico dell'agente nella organizzazione criminosa, ma non impedisce di ritenere la partecipazione all'organizzazione criminosa allorché l'agente, di fatto, sia inserito nell'organizzazione. L'art. 416 bis c.p. - come del resto l'art. 416 dello stesso codice - incrimina chiunque fa parte della associazione, indipendentemente dalle modalità attraverso le quali egli entri a far parte dell'organizzazione criminosa» (Cass. Sez. I sent. n. 13070 del 1987, ric. Aruta; in quest'ottica, Cass. Sez. I sent. n. 6992 del 1992, ric. Altadonna ed altri, ha affermato che "è configurabile come partecipazione effettiva, e non meramente ideale, ad una associazione per delinquere (nella specie di tipo mafioso), anche quella di chi, indipendentemente dal ricorso o meno a forme rituali di affiliazioni, si sia limitato a prestare la propria adesione, con impegno di messa a disposizione, per quanto necessario, della propria opera, all'associazione anzidetta, giacché anche in tal modo il soggetto viene consapevolmente ad accrescere la potenziale capacità operativa e la temibilità dell'organizzazione delinquenziale”).

L'adesione all'associazione di tipo mafioso può conseguentemente, desumersi da facta concludentia, cioè da comportamenti, del più vario contenuto, che arrechino un apprezzabile contributo alla vita dell'organizzazione criminosa, ponendosi come concause dell'evento giuridico del reato, e denotino la presenza dell'affectio societatis.In dottrina si è evidenziato che l'affectio societatis è certamente ravvisabile nelle ipotesi in cui la condotta del soggetto integri un contributo (sia pure minimo) all'esistenza dell'ente associativo, abbia carattere continuativo e risponda prevalentemente agli interessi del sodalizio, in assenza di un apprezzabile movente autonomo; peraltro, anche una condotta avente carattere episodico e rispondente prevalentemente ad un autonomo interesse proprio del soggetto potrà qualificarsi come partecipazione al reato associativo qualora arrechi alla vita dell'organizzazione delittuosa un contributo che - per le sue qualità e caratteristiche intrinseche e per il suo livello particolarmente elevato - assuma significatività e concludenza in termini di affectio societatis.E’ stato, infatti, chiarito che “ai fini della configurabilità del reato di partecipazione ad associazione mafiosa, non è sempre necessario che il vincolo associativo fra il singolo e l'organizzazione si instauri nella prospettiva di una sua futura permanenza a tempo indeterminato nell'associazione, ben potendosi configurare forme di partecipazione destinate a una durata limitata nel tempo e caratterizzate da una finalità che, oltre a comprendere l'obiettivo vantaggio del sodalizio criminoso, coinvolga anche il perseguimento da parte del singolo partecipe di vantaggi ulteriori, suoi personali, rispetto ai quali il vincolo associativo può assumere anche, nella prospettiva del soggetto, una funzione meramente strumentale” (Cass. Sez. VI sent. n. 5649 del 1997, ric. Dominante ed altri; v. pure Cass. Sez. VI sent. n. 36851 del 1998, ric. Cortes, secondo cui “ai fini della configurabilità del reato di partecipazione a un'associazione per delinquere comune o di tipo mafioso, non è necessario che il vincolo tra il singolo e l'organizzazione si protragga per una certa durata, ben potendo, al contrario, ravvisarsi il reato anche in una partecipazione di breve periodo”).

Occorre, evidentemente, che il "partecipe di fatto" sia accettato dagli altri membri del sodalizio, ma l'accettazione può desumersi, oltre che da un formale riconoscimento rispondente alle regole interne dell'associazione, anche da facta concludentia: è quindi sufficiente l'accettazione o l'effettivo sfruttamento, da parte degli altri aderenti all'organizzazione, del contributo che il soggetto si è impegnato a prestare.

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, l'elemento soggettivo del reato di cui all'art. 416 bis c.p. è rappresentato dal dolo specifico, caratterizzato dalla cosciente volontà di partecipare all'associazione di tipo mafioso con il fine di realizzarne il particolare programma e con la permanente consapevolezza di ciascun associato di far parte del sodalizio criminoso e di essere disponibile ad operare per l'attuazione del comune programma delinquenziale con qualsivoglia condotta idonea alla conservazione ovvero al rafforzamento della struttura associativa (Cass. Sez. I sent. n.2348 del 1994, ric. Clementi).

Si tratta di un delitto a dolo specifico, poiché la condotta tipica presenta una essenziale proiezione teleologica verso finalità la cui compiuta realizzazione si colloca oltre il momento consumativo del reato.

In merito alla struttura della fattispecie delittuosa, la Suprema Corte (Cass. Sez. I sent. n. 12358 del 1990, ric. Aglieri ed altri) ha chiarito che il reato di partecipazione ad associazione per delinquere, anche di stampo mafioso, è monosoggettivo, essendo costituito dalla condotta della singola persona che entra a far parte del sodalizio; la partecipazione, quindi, di per sé non dà luogo ad una figura di concorso, essendo possibile solo un concorso eventuale.


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