Adulterazione o contraffazione di sostanze alimentari: delitti contro l’incolumita’ pubblica - art. 440 cp
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Articolo del 23/10/2008 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


 

Delitti contro l’incolumità pubblica: l’adulterazione o contraffazione di sostanze alimentari, di cui all’art. 440 c.p.

 

Ai sensi e per gli effetti dell’articolo 440 codice penale: “Chiunque corrompe o adultera acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, rendendole pericolose alla salute pubblica, è punito con la reclusione da tre a dieci anni”.

Inoltre, il successivo secondo comma del predetto articolo stabilisce che: “La stessa pena si applica a chi contraffà, in modo pericoloso alla salute pubblica, sostanze alimentari destinate al commercio”.

Infine, il terzo ed ultimo comma dell’art. 440 c.p. prevede un’ipotesi aggravata del delitto nell’ipotesi in cui la condotta di adulterazione o contraffazione abbia ad oggetto delle sostanze medicinali.

L’elemento soggettivo del reato è costituito dal dolo generico, di modo che risulta sufficiente la semplice coscienza e volontà della condotta senza la necessità che sia specificatamente voluto l’evento della messa in pericolo della salute pubblica. Il bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice in oggetto è il diritto fondamentale alla salute costituzionalmente garantito dall’art. 32 Cost., tanto in relazione all’individuo, quanto alla collettività.

L’elemento oggettivo (materiale) del reato, previsto e punito dall’art. 440 c.p., consiste in una condotta(1) fraudolenta che è in grado di ingannare i consociati. In sintesi, si osserva che il reato di adulterazione di sostanze alimentari esige una condotta diretta a determinare modifiche alla composizione chimica o delle caratteristiche delle sostanze alimentari, con esclusione di processi modificativi di carattere biologico o putrefattivo. (Cassazione penale, sez. I, 28 maggio 2007, n. 21021)

La predetta condotta, al primo comma del predetto articolo, si esplica nel “corrompere” o nell’ “adulterare” delle acque, sostanze alimentari prima che siano destinate al commercio. Pertanto, “corrompere” significa alterare l’essenza e la composizione della cosa, senza modificarne l’identità commerciale.

Più in dettaglio, l’espressione “adulterare” sta a significare alterare la natura genuina di una sostanza, destinata all’alimentazione, attraverso un procedimento col quale si aggiungono o si sostituiscono elementi nocivi alla salute delle persone.

Il successivo secondo comma dell’art. 440 c.p. esige una condotta che si esplica all’esterno nel “contraffare” le sostanze alimentari destinate al commercio.

Più in particolare, si deve osservare che l’espressione contraffare implica la creazione ex novo, con elementi in tutto o in parte diversi da quelli genuini, di sostanze alimentari destinate al commercio, con l’esclusione di quelle sostanze che non abbiano tale destinazione.

Si tratta di un reato comune, avente natura di pericolo presunto, di mera condotta ed a forma libera, in quanto può realizzarsi anche attraverso delle attività non occulte o fraudolente, né espressamente vietate dalla legge. Il tentativo, secondo il mio modesto parere, è ipotizzabile.

Il momento consumativo del reato de quo coincide con la semplice adulterazione o contraffazione della sostanza che viene destinata all’alimentazione ed idonea a cagionare un nocumento, senza che sia necessario che questo si verifichi.

A questo punto della trattazione dell’argomento restano ancora da analizzare gli aspetti procedurali del reato de quo. L’autorità giudiziaria competente è il Tribunale collegiale(2) (art. 33-bis c.p.p.) e si tratta di un reato procedibile d’ufficio (art. 50 c.p.p.). Inoltre, l’arresto è obbligatorio in flagranza (art. 381 c.p.p.) ed il fermo di indiziato di delitto è consentito (art. 384 c.p.p.); le misure cautelari personali (art. 280, 287 c.p.p.) e reali (art. 321 c.p.p.) possono essere consentite e, quindi, applicabili. In ultima analisi, si deve rilevare che la condanna importa anche la pena accessoria della pubblicazione della sentenza (art. 448 c.p.), così come l’interdizione da cinque a dieci anni dalla professione, arte, industria, commercio o mestiere nonché l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per lo stesso periodo.

ESEMPIO DI CAPO DI IMPUTAZIONE RELATIVO AL REATO IN ESAME

Del delitto previsto e punito dall’art. 440 c.p., perché, Tizio, in qualità di farmacista, nel produrre una medicina, vi inseriva delle composizioni chimiche che non facevano parte della naturale essenza di quel determinato medicinale.

Fatti avvenuti in (Luogo e data)

 

(1) La condotta del gestore di un bar che somministri, per mero errore, al posto di un bicchiere d’acqua, uno contenente liquido per lavastoviglie, custodito in una bottiglia recante l’etichetta di una nota acqua minerale, non integra alcuna ipotesi di reato di comune pericolo mediante frode (artt. 439, 440, 441, 442, 444 c.p.) in quanto manca la condotta tipica consistente nell’attività di avvelenamento, contraffazione o messa in commercio di sostanze alimentari, trattandosi invece di somministrazione per mero errore di fatto di una sostanza nociva per la salute ma non destinata all’alimentazione. (Nella motivazione della sentenza si rilevava che nella condotta poteva ravvisarsi, sussistendone le condizioni di procedibilità, il delitto di lesioni colpose, di cui all’art. 590 c.p.) Cassazione penale, sezione I, sentenza 30 maggio 2005, n. 20391

(2) La riserva di collegialità per i reati tassativamente elencati nell’art. 33 bis, comma primo, c.p.p. non è suscettibile di interpretazione estensiva ed è l’espressione di un’insindacabile scelta legislativa. È pertanto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 33 bis c.p.p., là dove non prevede che il reato di commercio di sostanze alimentari contraffatte o adulterate (art. 442 c.p.), seppure punito con la stessa pena prevista per il reato di commercio di sostanze alimentari nocive (art. 440 c.p.), non sia di competenza, come quest’ultimo, del tribunale in composizione collegiale. Cassazione penale, sezione I, sentenza 2 dicembre 2004, n. 46946


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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