L’arbitrato. Giurisprudenza delle Sezioni Unite delle Cassazione
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Articolo del 22/10/2008 Autore Avv. Gioacchino De Filippis Altri articoli dell'autore


L’arbitrato. Giurisprudenza delle Sezioni Unite delle Cassazione

L’art. 6, comma secondo, della legge 21 luglio 2000, n. 205, nel prevedere che le controversie concernenti diritti soggettivi devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo possono essere risolte mediante arbitrato rituale di diritto, è norma di stretta interpretazione, posto che l’accordo delle parti, espresso nel patto compromissorio, indirettamente comporta una deroga alla giurisdizione, avendo l’effetto di affidare al giudice ordinario, in sede di impugnazione del lodo, la cognizione di controversie che, in assenza dell’arbitrato, sarebbero devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo. Stante il carattere eccezionale della citata norma, essa, in presenza di devoluzione al giudice amministrativo quale titolare esclusivo della tutela giurisdizionale, è applicabile solo quando la posizione azionata abbia consistenza di diritto soggettivo, sicché non è sufficiente la mera idoneità della pretesa a formare oggetto di transazione. Ne consegue, pertanto, che l’art. 6, comma secondo, legge cit. non è applicabile quando la situazione giuridica azionata abbia natura di interesse legittimo (come in materia di revisione prezzi, finché non vi sia stato riconoscimento esplicito o implicito della revisione medesima da parte della pubblica amministrazione). (Cass. n. 14090/04).

 

Poiché il deferimento di una controversia al giudizio degli arbitri comporta una deroga alla giurisdizione del giudice naturale dello Stato, in caso di dubbio in ordine all’interpretazione della portata della clausola compromissoria, deve preferirsi un’interpretazione restrittiva di essa e affermativa della giurisdizione statuale (Cass. n. 13830/04).

La questione relativa alla determinazione dell’ambito oggettivo della clausola compromissoria – ossia alla individuazione delle controversie, nascenti dal contratto, che le parti, nell’esercizio della loro autonomia privata, hanno inteso compromettere in arbitri – e, quindi, dell’ambito oggettivo del potere decisorio degli arbitri stessi, integra, non già una questione di “competenza” di questi ultimi, bensì una questione di merito, la cui soluzione richiede, mediante l’interpretazione della clausola secondo i normali canoni ermeneutici codicistici dettati per l’interpretazione dei contratti (artt. 1362 e ss. cod. proc. civ.), (l’indagine sulla e) la determinazione della “comune intenzione delle parti” circa il contenuto oggettivo che le stesse hanno inteso dare alla clausola medesima; in questa prospettiva, ove il “senso letterale delle parole” in essa utilizzate non conduca univocamente alla individuazione della comune volontà delle parti, deve valutarsi anche “il loro comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione del contratto”, e, in questo senso, darsi rilievo al comportamento tenuto dalle parti nel procedimento arbitrale, al fine di verificare la sussistenza di una inconciliabile incompatibilità tra un determinato comportamento, che sia univocamente volto al riconoscimento della “competenza” arbitrale, e la mera espressione della volontà di avvalersi dell’eccezione stessa. Ne deriva che, una volta che gli arbitri abbiano fissato, mediante l’interpretazione della clausola, l’ambito oggettivo di essa e, quindi, del loro potere decisorio, il relativo dictum, proprio in quanto ha previamente definito i “confini” della clausola stessa, non è impugnabile per nullità ai sensi dell’art. 829, primo comma, numero 4), cod. proc. civ. (per avere, cioè, “pronunciato fuori dei limiti del compromesso” o della clausola compromissoria), bensì unicamente ai sensi del combinato disposto degli artt. 829, primo comma, numero 5), e 823, secondo comma, numero 3), cod. proc. civ., vale a dire nel solo caso in cui la motivazione sul punto in esame risulti radicalmente inidonea alla comprensione dell’iter logico–giuridico seguito dal collegio arbitrale o all’individuazione della ratio decidendi del lodo, ovvero, ai sensi dell’art. 829, secondo comma, del codice di rito, per violazione o falsa applicazione delle regole ermeneutiche codicistiche (Cass. n. 18917/04).

In tema di requisiti della clausola compromissoria per arbitrato rituale, Cass. n. 5540, in contrasto con Cass. n. 14018 del 1999, ha affermato che il requisito della forma scritta richiesto dall’art. 807 cod. proc. civ. è soddisfatto quando la volontà negoziale di compromettere la causa è contenuta in un atto scritto, ciò che è ravvisabile, per un contratto di appalto redatto per iscritto, ogni qual volta sia in esso contenuto un richiamo a norma regolamentare che preveda l’espletamento dell’arbitrato, risultando – ad esempio – una inutile duplicazione la riproduzione in atto autonomo della clausola compromissoria contenuta nell’art. 43 del d.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063.

La clausola compromissoria che stabilisca un modo di nomina degli arbitri di impossibile attuazione pratica, è nulla ai sensi dell’art. 809, secondo e terzo comma, cod. proc. civ., ma ciò non comporta l’inesistenza del lodo arbitrale, che si verifica invece nelle sole ipotesi in cui, per inesistenza del compromesso o della clausola compromissoria, o per essere la materia affidata alla decisione degli arbitri estranea a quelle suscettibili di formare oggetto di compromesso, viene a mancare in radice la potestas decidendi, costituendo, quindi, la pronuncia arbitrale una vera e propria usurpazione di potere. Al di fuori di tali ipotesi, le eventuali difformità dai requisiti e dalle forme del giudizio arbitrale possono provocare solo la nullità del lodo che, una volta rilevata, non impedisce il passaggio alla fase rescissoria per l’accertamento della eventuale nullità del compromesso prevista dall’art. 829, primo comma, n. 1, cod. proc. civ. (Cass. n. 1994/04).

 

Nell’arbitrato rituale, ove le parti non abbiano vincolato gli arbitri all’osservanza della procedura ordinaria, è consentito ai compromettenti, nell’ambito dei termini della clausola compromissoria, di modificare ed ampliare gli iniziali quesiti, senza possibilità di evocare il disposto degli artt. 183 e 184 cod. proc. civ., purché sia osservato il principio del contraddittorio, che attiene all’ordine pubblico. Ad un tal riguardo, detto principio non può ritenersi violato allorché gli arbitri abbiano concesso alle parti di modificare le domande iniziali entro l’udienza di precisazione delle conclusioni, tuttavia garantendo ad esse il dialettico svolgimento delle rispettive deduzioni e controdeduzioni (anche dopo la chiusura dell’istruttoria) sulle domande stesse (Cass. n. 6950/04).

A norma dell’art. 816 cod. proc. civ., in mancanza di esplicita previa indicazione delle parti, gli arbitri hanno facoltà di regolare lo svolgimento del giudizio nel modo che ritengono più opportuno, ma debbono in ogni caso assegnare alle parti i termini per presentare documenti e memorie ed esporre le loro repliche onde assicurare il corretto svolgimento del procedimento con il pieno rispetto del principio della regolarità del contraddittorio, che presiede anche allo svolgimento del giudizio arbitrale. Da ciò consegue la tardività e l’inammissibilità di quesiti formulati per la prima volta con la comparsa conclusionale, che è destinata solo a illustrare le ragioni delle pretese e delle richieste delle parti, senza possibilità alcuna di ampliare l’oggetto della controversia poiché ciò comporterebbe violazione del diritto di difesa della controparte. (Cass. n. 18918/04).

La morte della parte, ancorché dichiarata dal procuratore costituito, non comporta interruzione del procedimento arbitrale, ma esclusivamente la proroga, ai sensi della espressa previsione di cui all’art. 820, penultimo comma, cod. proc. civ., del termine per la pronuncia del lodo. (Cass. n. 18191/04).

Il procedimento arbitrale iniziato dopo l’entrata in vigore della legge 5 gennaio 1994, n. 25 è soggetto al disposto dell’art. 819–I cod. proc. civ., alla stregua del quale la “competenza” degli arbitri (termine adottato dal legislatore in senso atecnico, per designare il potere di giudicare attribuito agli arbitri dall’apposita convenzione) non è esclusa dalla connessione tra la controversia ad essi deferita ed una causa pendente dinanzi al giudice; tale regola – come si desume, a fortiori, dall’art. 27 della legge n. 25 del 1994, che esclude dall’ambito applicativo dell’art. 819–bis cod. proc. civ. solo i procedimenti arbitrali ormai esauriti – si applica anche quando la causa pendente dinanzi al giudice ordinario sia stata promossa prima dell’entrata in vigore della citata legge n. 25 del 1994, allorché operava l’opposta regola della vis attractiva del giudizio ordinario rispetto al procedimento arbitrale, essendo d’altra parte da escludere che l’art. 5 cod. proc. civ. possa essere in tal caso utilmente richiamato per configurare una cristallizzazione di detta vis attractiva, atteso che il citato art. 5 disciplina il momento determinante della (giurisdizione e della) competenza, quest’ultima intesa in senso proprio come complesso di criteri attinenti alla ripartizione tra i vari giudici della funzione giurisdizione, e per ciò non spiega effetto là dove, come nella specie, rilevi la (diversa) questione (di merito) concernente la potestas iudicandi degli arbitri, la cui cognizione ha fonte pattizia ed è radicata nell’autonomia privata (Cass. n. 13516/04).

 

In tema di ricusazione dell’arbitro, la formula contenuta nell’art. 51, numero 2, cod. proc. civ., che prevede tra le cause di astensione obbligatoria la situazione di convivenza o di abituale commensalità con una delle parti o con taluno dei difensori, non può essere estesa fino al punto di ricomprendere l’ipotesi dell’arbitro esercente l’attività di avvocato che condivida lo studio o comunque lo stesso ambiente con i difensori di una delle parti del procedimento arbitrale, a meno che non risulti che la condivisione del medesimo ambiente di lavoro non si sia limitata all’utilizzazione di ambienti contigui, ma abbia dato luogo ad una reciproca compenetrazione delle rispettive attività professionali dal punto di vista tecnico – organizzativo (come, ad esempio, si verifica con la abituale condivisione della difesa tecnica nei medesimi processi), ovvero anche solo dal punto di vista economico, in misura tale da potersi assimilare alla confidenza ed alla reciproca fiducia che connotano i rapporti tra conviventi o tra commensali abituali. (Cass. n. 17192/04).

La ricusazione dell’arbitro deve essere proposta mediante ricorso al presidente del tribunale, così come prescrive l’art. 815, secondo comma, cod. proc. civ.; è pertanto assolutamente inidonea ad integrare tale atto di impulso processuale, e a dar vita agli effetti che alla proposizione dello stesso si ricollegano, l’istanza di ricusazione indirizzata con telegramma al presidente del collegio arbitrale, stante la radicale irritualità dello strumento formale utilizzato e l’improprietà nell’individuazione del destinatario (Cass. n. 13645/04). Tuttavia, la parte, che abbia visto rigettata la propria istanza di ricusazione dell’arbitro, può chiedere il riesame di tale pronuncia attraverso l’impugnazione per nullità del lodo alla cui deliberazione abbia concorso l’arbitro invano ricusato (Cass. n. 17192/04).

 

In tema di requisiti del lodo, ai sensi dell’art. 823, cod. proc. civ., costituiscono causa di nullità del medesimo, deducibili come motivo di impugnazione ex art. 829, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., sia la sua mancata adozione in conferenza personale di tutti gli arbitri, sia la falsa attestazione in ordine alla sua adozione nell’osservanza di siffatta modalità, in quanto anche in quest’ultimo caso deve ritenersi elusa la finalità della norma, di garantire alle parti che le questioni oggetto della controversia sono state esaminate con la massima accuratezza e completezza da tutti gli arbitri, ai quali è stato conferito il relativo potere (Cass. n. 1409/04). La falsa attestazione contenuta nel dispositivo del lodo arbitrale in ordine alla adozione del provvedimento in conferenza personale di tutti gli arbitri può, peraltro, essere fatta valere mediante impugnazione ai sensi dell’art. 829, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., e non mediante querela di falso, in quanto gli arbitri sottoscrittori non hanno la veste di pubblici ufficiali autorizzati dalla legge ad attribuire pubblica fede a quella dichiarazione (Cass. n. 1409/04).

 

Con la novella di cui alla legge 5 gennaio 1994, n. 25, il lodo è divenuto una risoluzione negoziale della controversia non più rapportabile ad una “sentenza”, di tal che l’impugnazione per nullità dinanzi alla corte d’appello non dà luogo ad un giudizio di secondo grado rispetto a quello svoltosi innanzi agli arbitri, ma costituisce un’azione in unico grado di accertamento di cause di invalidità del lodo. Da tanto consegue che, in caso di mancata comparizione alla prima udienza dinanzi alla corte d’appello dell’attore che ha proposto l’impugnazione per nullità del lodo, si applica l’art. 181 cod. proc. civ., ma non gli artt. 348 e 358 cod. proc. civ., sicché deve escludersi che possa aversi, in tal caso, una improcedibilità dell’impugnazione del lodo per mancata comparizione dell’attore preclusiva della nuova impugnazione proposta in termini (Cass. n. 12031/04).

L’ammissibilità del ricorso per Cassazione ritualmente proposto avverso la sentenza della Corte d’Appello resa in sede di impugnazione per nullità di un lodo arbitrale non è preclusa dal fatto che la stessa parte abbia precedentemente proposto analogo ricorso per Cassazione direttamente avverso il lodo della cui impugnazione ha deciso la sentenza della Corte d’Appello (Cass. n. 18460/04).

La revocazione del lodo arbitrale per dolo del giudice, ai sensi degli artt. 831, primo comma, e 395, n. 6, cod. proc. civ., richiede che il dolo dell’arbitro sia stato accertato con sentenza passata in giudicato e che esso consista in un intento fraudolento, ovvero in una collusione che hanno falsato la corretta formazione della decisione, costituendo causa diretta e determinante del provvedimento ingiusto; pertanto, la falsa attestazione apposta sul lodo in ordine alla deliberazione del medesimo in conferenza personale di tutti gli arbitri e le irregolarità che inficiano le modalità di svolgimento delle riunioni del collegio arbitrale incidono sulla validità sostanziale del lodo, senza tuttavia integrare il succitato dolo revocatorio, dato che esse non influiscono sul procedimento di formazione della volontà degli arbitri, ma riguardano la regolarità del documento formato successivamente all’adozione della decisione, alla quale ciascun arbitro può avere apportato il proprio apporto volitivo, senza inganno o collusione, benché abbia manifestato la propria volontà in più riunioni separate di due arbitri (Cass. n. 1409/04).

 

Nell’arbitrato convenzionale, il segretario del collegio (diversamente da quanto accade nell’arbitrato necessario previsto per alcuni contratti della P.A., ove la presenza del segretario risulta espressamente prevista e regolata: art.45 d.P.R. n.1063 del 1962) è direttamente nominato dai componenti del collegio stesso, in ragione di una loro soggettiva valutazione della necessità di avvalersi di un ausiliario per l’espletamento delle attività certificative, esecutive e organizzative funzionalmente collegate a quelle del collegio, onde è con i predetti componenti che si instaura il relativo rapporto di prestazione d’opera intellettuale, rapporto del tutto estraneo a quello instaurato tra le parti litiganti e gli arbitri. Ne consegue che l’importo della spesa per il segretario, costituente esborso affrontato per il funzionamento del collegio (e riconoscibile nei limiti in cui esso sia ritenuto necessario), può essere liquidata soltanto agli arbitri, e non direttamente al segretario (nell’affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha peraltro rigettato il ricorso avverso la liquidazione giudiziale del compenso agli arbitri effettuata da parte del Presidente del tribunale ex art. 814 cod. proc. civ. atteso che l’autonomo capo della relativa pronunzia, relativo appunto alla liquidazione diretta al segretario del collegio arbitrale, non era stato impugnato specificamente dal ricorrente) (Cass. n. 10141/04).

La quantificazione del compenso spettante al segretario del collegio arbitrale è riservata all’apprezzamento del giudice del merito che provvede alla liquidazione del compenso degli arbitri ai sensi dell’art. 814, cod. proc. civ., in quanto è riferibile alle spese che le parti sono tenute a rimborsare agli arbitri (Cass. n. 18061/04).

 

In tema di arbitrato internazionale, l’art. 832 cod. proc. civ. (aggiunto dall’art. 24 della legge 5 gennaio 1994, n. 25), nell’indicare il criterio oggettivo per la qualificazione dell’arbitrato come internazionale nella esecuzione all’estero di “una parte rilevante delle prestazioni nascenti dal rapporto al quale la controversia si riferisce”, fa riferimento all’esecuzione di parte significativa delle prestazioni rispetto alle altre parti pur funzionali al perseguimento degli interessi posti a base del contratto, senza richiedere che, nell’ambito del rapporto nel suo complesso, quelle eseguite all’estero ne rappresentino la parte preponderante o principale (Cass. n. 544), senza che ciò determini alcun vulnus agli artt. 3 e 24 Cost. (trattandosi di un criterio di collegamento discrezionalmente adottato dal legislatore, e non essendovi spazio per una sentenza additiva del giudice delle leggi che stabilisca un diverso sistema di determinazione della natura internazionale dell’arbitrato); a tale riguardo, detta rilevanza delle prestazioni da eseguirsi all’estero – da valutare alla stregua della situazione esistente alla data del contratto, e non a quella di insorgenza della lite, e con riferimento alla globalità delle prestazioni derivanti dal rapporto, non a quelle oggetto di controversia e dedotte in arbitrato – va desunta dalla funzione economico – sociale del contratto stesso, dalla comune volontà e dalle finalità perseguite dalle parti, quali emergenti dall’interpretazione di esso secondo le regole ordinarie di ermeneutica contrattuale (Cass. n. 18460/04).

In tema di riconoscimento di lodo straniero, ai fini della valida stipulazione del compromesso o della clausola compromissoria non si richiede che le parti, nell’esprimere la volontà attuale e definitiva di assumere l’arbitrato a strumento di risoluzione delle future controversie, impieghino un verbo avente un significato obbligatorio, equivalente a dovere o obbligo, atteso che la disponibilità dell’azione comporta di necessità che il suo esercizio – sia l’azione proposta davanti al giudice, sia l’azione proposta davanti ad un arbitro – si configuri come una facoltà della parte che vi ha interesse, o come un onere per conseguire la tutela giurisdizionale o arbitrale, e dunque, mai come un obbligo, e meno che mai come un dovere (Cass. n. 6947/04).

In tema di riconoscimento di lodo straniero, l’error in iudicando non è compreso tra i vizi per i quali è data opposizione ai sensi dell’art. 840, terzo comma, numero 4), cod. proc. civ., atteso che tale disposizione prevede che il riconoscimento o l’esecuzione del lodo straniero sono rifiutati se si accerta la non conformità all’accordo delle parti (o, in mancanza di tale accordo, alla legge del luogo di svolgimento dell’arbitrato) della costituzione del collegio arbitrale o del procedimento arbitrale, non già del lodo o della decisione in esso contenuta (Cass. n. 6947/04).

Al fine del riconoscimento e dell’esecuzione del lodo straniero, ai sensi dell’art. 5, secondo comma, lettera b), della Convenzione di New York del 10 giugno 1958 (resa esecutiva con la legge 19 gennaio 1968, n. 62), il requisito della non contrarietà all’ordine pubblico italiano va riscontrato con esclusivo riguardo alla parte dispositiva della pronuncia arbitrale (Cass. n. 6947/04).

 

Anche nell’arbitrato irrituale si impone il rispetto del principio del contraddittorio, la cui operatività comporta che gli arbitri conoscano compiutamente i punti di vista degli interessati e che questi ultimi conoscano ciò che le altre parti hanno detto o fatto conoscere agli arbitri, nonché gli elementi di fatto esterni, rilevanti per la controversia, che gli arbitri stessi abbiano acquisito. L’osservanza del detto principio non implica invece che le parti siano poste a conoscenza degli elementi di valutazione e delle argomentazioni che gli arbitri intendano adottate a fondamento del proprio giudizio (Cass. n. 3975/04). La violazione del principio del contraddittorio, peraltro, non rileva come vizio del procedimento, ma come violazione del contratto di mandato, e può rilevare esclusivamente ai fini dell’impugnazione ex art. 1429 cod. civ., ossia come errore degli arbitri che abbia inficiato la volontà contrattuale dai medesimi espressa; ne consegue che la parte che impugna il lodo deve dimostrare in concreto l’errore nell’apprezzamento della realtà nel quale gli arbitri sarebbero incorsi, mentre il solo fatto di non essere stata ascoltata, di non aver ricevuto copia della memoria prodotta dalla controparte o di non aver potuto produrre a sua volta una replica non implica di per sé un vizio della volontà degli arbitri (Cass. n. 15353/04).

Il lodo arbitrale irrituale è impugnabile, davanti al giudice ordinariamente competente, soltanto per i vizi che possono vulnerare ogni manifestazione di volontà negoziale (errore, violenza, dolo, incapacità delle parti o dell’arbitro), mentre è preclusa ogni impugnativa per errori di diritto. Né, ove sia stato conferito l’incarico di emettere un arbitrato irrituale, il deposito del provvedimento arbitrale, ex art. 825 cod. proc. civ., ed il decreto di esecutorietà emesso dal giudice, valgono a dar vita ad una <sentenza arbitrale>. Di conseguenza, avverso tale conclusione arbitrale non è ammissibile l’impugnazione di nullità, ex art. 828 cod. proc. civ., ma solo una azione per eventuali vizi del negozio, da proporre con l’osservanza delle norme ordinarie sulla competenza, con rispetto del doppio grado di giurisdizione, pena la menomazione del diritto inviolabile della difesa (art. 24 Cost.) (In applicazione di tale principio, la Cassazione ha cassato con rinvio la sentenza della Corte d’appello che, pur avendo premesso la necessità di chiarire la natura – rituale o irrituale – del patto compromissorio, non ne aveva concluso l’esame, così omettendo di stabilire se l’impugnazione del lodo fosse – o meno – proponibile davanti alla Corte d’appello) (Cass. n. 3614/04; Cass. n. 9392/04; Cass. n. 16049/04).

Ai fini della liquidazione del compenso arbitrale, l’art. 814 cod. proc. civ. è estensivamente applicabile anche all’arbitrato irrituale. (Cass. n. 17808/04) .

 

La liquidazione delle spese e dell’onorario può essere effettuata direttamente dagli arbitri, i quali, secondo un principio enunciato dalla sentenza n. 3383, possono provvedervi nell’osservanza della disciplina stabilita in materia di regolamento delle spese processuali, qualora le parti abbiano concordato sulla natura rituale dell’arbitrato e sulla applicabilità delle regole processuali civili. In questa ipotesi gli arbitri possono, quindi, identificare la parte soccombente e disporre la compensazione delle spese del procedimento arbitrale, in quanto una siffatta determinazione non viola il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa. Peraltro, la liquidazione dell’onorario e delle spese da parte degli arbitri –ha ancora affermato la sentenza, ribadendo sostanzialmente un principio non nuovo nella giurisprudenza della Corte – costituisce una mera proposta rivolta alle parti, non vincolante qualora queste ultime non l'accettino e chiedano che la relativa determinazione sia operata dal presidente del tribunale, ex art. 814, secondo comma, cod. proc. civ. Da ciò consegue che la statuizione, contenuta nel lodo, concernente la imputazione e la liquidazione del compenso, non è suscettibile di impugnazione, per mancanza di interesse delle parti, riguardando un autonomo rapporto di prestazione d'opera intellettuale.

La sentenza n. 14182 ha ribadito che, a far data dal 1° aprile 1995, l'onorario spettante agli arbitri, che siano anche avvocati, deve essere liquidato in base alla tariffa professionale, poiché quest’ultima prevede una specifica voce relativa a detta attività, sicché va escluso che il presidente del tribunale possa operarla mediante il ricorso a criteri equitativi.

Il principio è stato confermato dalla sentenza n. 7764/04, che ha anche precisato che il presidente del tribunale non è, tuttavia, vincolato alla tariffa parametro e può scegliere, secondo il suo prudente apprezzamento, i criteri equitativi di valutazione che ritenga più adeguati all'oggetto ed al valore della controversia, nonchè alla natura ed all'importanza dei compiti attribuiti agli arbitri –eventualmente anche applicando quale parametro di riferimento le tariffe di alcune categorie professionali– nel caso in cui la richiesta riguardi collegi arbitrali a composizione mista, nei quali gli avvocati non rappresentino la totalità del collegio.

La sentenza n. 18058/04 ha, inoltre affermato che nel procedimento di liquidazione del compenso degli arbitri, il presidente del tribunale, adito ai sensi dell'art. 814, secondo comma, cod. proc.civ., deve peraltro limitarsi a determinare l'ammontare delle spese e dell'onorario e non può stabilire in quale misura le spese ed il compenso debbano essere ripartite tra le parti obbligate al pagamento.

La sentenza n. 17808/04 ha ribadito il principio enunciato dalla stessa Sezione nell’anno 2003, ma in passato non condiviso da un diverso orientamento della stessa Corte, secondo il quale, ai fini della liquidazione del compenso arbitrale, l'art. 814 cod. proc.civ. è estensivamente applicabile anche all'arbitrato irrituale.

Di particolare interesse sono due sentenze che hanno dato luogo ad un contrasto in ordine alla questione, sulla quale non risultano precedenti in termini, dell’individuazione del giudice competente a provvedere alla liquidazione delle spese e dell’onorario, nel caso in cui le parti non abbiano accettato quella operata dagli arbitri.

L’art. 814, secondo comma, cod.proc.civ., stabilisce che in siffatta ipotesi l’ammontare delle spese e dell’onorario è determinato dal «presidente del tribunale».

La sentenza n. 7764 del 2004 ha interpretato evolutivamente la norma, affermando che il presidente del tribunale può delegare lo svolgimento di questa attività ai sensi dell'art. 104, ord. giud. Secondo questa pronuncia, i valori costituzionali che impongono di assicurare l’efficienza del servizio (art. 97, Cost.), in tempi ragionevoli (art. 111, Cost.), unitamente ai principi dell'imparzialità e dell'indipendenza, nonché del giudice naturale, hanno consentito l'assorbimento delle regole di ordinamento giudiziario nell'ambito del cd. diritto tabellare, permettendo di ricondurre al concetto di impedimento anche le quotidiane ragioni di ufficio che, impegnando il presidente del tribunale in molteplici e complesse attività di direzione ed organizzazione, rendono ammissibile la delega delle attribuzioni in esame, al fine di garantire la realizzazione dei succitati principi.

Peraltro, è di interesse la constatazione che la Corte, in applicazione di questo principio, ha rigettato il ricorso proposto dagli arbitri, anche valorizzando la circostanza che le parti, nel censurare l’adozione del provvedimento da parte di un giudice delegato dal presidente del tribunale, neppure avevano prospettato l’eventuale violazione delle regole tabellari vigenti nell’ufficio, approvate in osservanza delle direttive contenute nelle circolari del C.S.M.

A diversa conclusione è pervenuta, invece, la successiva sentenza n. 12414/04, ritenendo che la competenza stabilita dall’art. 814, secondo comma, cod. proc. civ., escluda che il presidente del tribunale possa delegare l’attività ad un altro magistrato assegnato all’ufficio, potendo egli essere soltanto sostituito, in caso di mancanza o impedimento, secondo le regole dettate dall'art. 104, ord. giud.

La sentenza n. 10141 dalla premessa che il segretario del collegio arbitrale è nominato dai componenti del medesimo – quindi, il rapporto di prestazione d’opera intellettuale è contratto esclusivamente con coloro che lo hanno designato e al medesimo restano estranee le parti litiganti– in virtù di una loro soggettiva valutazione della necessità di avvalersi dell’opera di un ausiliario per l'espletamento delle attività certificative, esecutive e organizzative, ha ricavato la configurazione della spesa per il compenso dovuto al predetto quale esborso sopportato per il funzionamento del collegio, con la conseguenza che il relativo importo può essere liquidato dal presidente del tribunale soltanto agli arbitri, non direttamente al segretario.

La riconducibilità del compenso dovuto al segretario alle spese che le parti devono sopportare per il funzionamento del collegio arbitrale è stata ribadita dalla sentenza n. 18061/04, la quale ha ulteriormente precisato che la relativa quantificazione è riservata all'apprezzamento del giudice del merito che provvede alla liquidazione del compenso degli arbitri ai sensi dell'art. 814, cod.proc.civ.

La natura solidale dell’obbligo gravante sulle parti di corrispondere agli arbitri gli onorari e di pagare le spese del giudizio arbitrale, secondo un principio enunciato dalla sentenza n. 17808/04, comporta che l'omessa citazione di tutte le parti interessate, nello speciale procedimento avanti al presidente del tribunale, dia luogo ad un'ipotesi di nullità del giudizio, l'omessa citazione producendo soltanto l'inopponibilità dell'ordinanza alle parti pretermesse.

In riferimento alla disciplina del procedimento, la sentenza n. 900 ha affermato che, in mancanza di espressa disposizione di legge che deroghi al principio generale dell'obbligatorietà del patrocinio legale stabilito dagli artt. 82 e 83, cod. proc. civ., nel procedimento di liquidazione delle spese e degli onorari previsti dall'art. 814 cod. proc. civ. gli arbitri debbono stare in giudizio con il ministero di un difensore.

La sentenza n. 12741 ha rimarcato la completa autonomia del procedimento sia rispetto alla procedura arbitrale sia rispetto alla preventiva liquidazione delle spese e dell’onorario da parte degli arbitri, non seguita da accettazione delle parti. Questa ricostruzione ha condotto la Corte ad escludere che nel mandato eventualmente conferito dalle parti del giudizio arbitrale ai loro difensori rientri il compito di ricevere la notificazione dell'atto introduttivo del procedimento ex art. 814, secondo comma, cod. proc. civ.

In virtù di siffatta configurazione – che, sostanzialmente, ribadisce quella offerta nel 2003, sia pure a diversi fini, dalle Sezioni unite civili (sent. 3075/04) – l’atto introduttivo del procedimento deve essere notificato personalmente alla parte, nell’osservanza degli artt. 138 ss. cod. proc. civ. .

Tuttavia, secondo la pronuncia, la notificazione dell’atto presso il difensore della parte nel giudizio arbitrale è causa di nullità, non di inesistenza della notificazione e, perciò, il vizio è sanato dalla costituzione, ovvero, in difetto di tale costituzione, dalla rinnovazione della notificazione ai sensi dell'art. 291, primo comma, cod. proc. civ.

La sentenza n. 10141/04 ha confermato il risalente principio secondo il quale il presidente del tribunale, adito a norma dell'art.814, secondo comma, cod.proc. civ., nel procedere alla liquidazione dell’onorario e delle spese degli arbitri, non ha il potere di svolgere indagini, sia pure incidenter tantum, sulla validità del compromesso e del lodo, in quanto siffatte questioni sono estranee al procedimento in oggetto e costituiscono oggetto dell’eventuale giudizio di impugnazione del lodo proposto ex artt.827 ss. del codice di rito.

Impugnazione dell’ordinanza pronunciata dal presidente del tribunale. Le sentenze n. 8088 e n. 7764 del 2004 hanno ribadito il principio, costantemente affermato, secondo il quale l’ordinanza pronunciata dal presidente del tribunale ai sensi dell’art. 814, secondo comma, cod.proc.civ., è impugnabile in cassazione soltanto con il ricorso straordinario ai sensi dell’art. 111, Cost., per violazione di legge o per mancanza assoluta di motivazione.

Di interesse, in riferimento al giudizio di impugnazione, è la sentenza n. 10141/04, che ha escluso la necessità della partecipazione al giudizio di gravame di tutti i componenti del collegio, in quanto l’ordinanza resa dal presidente del tribunale è suscettibile di autonoma e distinta impugnazione da parte di ciascuno degli arbitri, titolari di un autonomo diritto di credito per avere adempiuto, con l'espletamento dell'incarico, all'obbligazione di rendere la prestazione richiesta.

 


Avv. Gioacchino De Filippis ^ Vai all' inizio


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