Codice Deontologico Forense: la rinuncia al mandato difensivo
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Articolo del 17/10/2008 Autore Dott.ssa Daria Perrone Altri articoli dell'autore


Sulla rinuncia al mandato difensivo

SOMMARIO: 1. La rinuncia al mandato difensivo sulla base dell’art. 47 del Codice Deontologico Forense; Il diritto di recesso nell’ambito del codice di procedura civile e penale.
1. La rinuncia al mandato difensivo sulla base dell’art. 47 del Codice Deontologico Forense

Nell’ambito del titolo III del Codice Deontologico del Consiglio Nazionale Forense, inerente ai rapporti dell’avvocato con la parte assistita, si trova l’art. 47, contenente la disciplina della cd. rinuncia al mandato, ai sensi del quale l'avvocato ha diritto di rinunciare al mandato e quindi di rinunciare ad assistere il proprio cliente.
Il mandato viene conferito al difensore tramite la cd. procura, con la forma dell’atto pubblico oppure della scrittura privata autenticata. Secondo la giurisprudenza di legittimità, la nomina, nel corso del giudizio, di un secondo procuratore non autorizza, di per sè sola, in difetto di univoche espressioni contrarie, a presumere che la stessa sia stata fatta in sostituzione del primo procuratore dovendosi invece presumere che sia stato aggiunto al primo un secondo procuratore, e che ognuno di essi sia munito di pieni poteri di rappresentanza processuale della parte, in base al principio del carattere ordinariamente disgiuntivo del mandato stabilito dall'art. 1716, secondo comma, codice civile (Cassazione Civile, Sezione Lavoro, sentenza 4 maggio 2005, n. 9260). La procura non risulta invece necessaria per la funzione di mera assistenza stragiudiziale.
In base all’art. 47 del Codice Deontologico Forense, il diritto di rinuncia al mandato, e quindi di rinuncia alla procura, viene esercitato dall’avvocato attraverso un preavviso adeguato alle circostanze alla parte assistita, che dovrà essere informata anche di quanto è necessario fare per non pregiudicare la propria difesa, senza comunque la necessità di una giusta causa.
Il diritto di rinuncia al mandato trova il proprio fondamento giuridico nel rapporto di natura fiduciario che si instaura tra l’avvocato ed il proprio cliente. Lo stesso art. 35 del Codice Deontologico (rapporto di fiducia) chiarisce infatti che “il rapporto con la parte assistita è fondato sulla fiducia. L’incarico deve essere conferito dalla parte assistita o da altro avvocato che la difenda. Qualora sia conferito da un terzo, che intenda tutelare l’interesse della parte assistita ovvero anche un proprio interesse, l’incarico può essere accettato soltanto con il consenso della parte assistita. L’avvocato deve astenersi, dopo il conferimento del mandato, dallo stabilire con l’assistito rapporti di natura economica, patrimoniale o commerciale che in qualunque modo possano influire sul rapporto professionale”. Infatti, anche il Consiglio Nazionale Forense ha sottolineato che “il rapporto cliente-avvocato si caratterizza per una serie di motivazioni informate al rispetto e alla fiducia. Pertanto, l'avvocato che intenda rinunciare al mandato ha l'obbligo di dare al cliente precisa notizia delle sue intenzioni” (Cons. Naz. Forense 04-03-1995, n. 21). Ed ancora, nello stesso senso, è stato sottolineato che “la rinuncia al mandato, costituendo un momento assai qualificante e decisivo del rapporto professionale, non può né deve essere manifestata in maniera poco chiara e tale da non essere perfettamente comprensibile da chi la riceve. La rinuncia infatti deve formare oggetto di una precisa, ampia e puntuale comunicazione ad hoc, che ponga il destinatario in grado di intenderne completamente il significato e le derivanti conseguenze. (…) Costituisce comportamento censurabile, in quanto non conforme ai criteri di correttezza e lealtà che debbono costituire il canone fondamentale del prestigio e del decoro di un avvocato, l'avere partecipato, dopo la rinuncia al mandato, a successive udienze in nome e per conto della parte assistita, senza mai dichiarare di avere rinunciato al mandato, e l'avere in seguito assunto il patrocinio della controparte nel procedimento contro il proprio precedente cliente” (Cons. Naz. Forense 30-11-1993, n. 158).
Inoltre, in caso di irreperibilità, sulla base delle norme deontologiche, l’avvocato dovrà provvedere a comunicare la rinuncia al mandato con lettera raccomandata alla parte assistita presso l'indirizzo anagrafico e all'ultimo domicilio conosciuto. Pertanto, soltanto dopo avere adempiuto a tale formalità, fermi restando gli obblighi di legge, l'avvocato è esonerato da qualsiasi altra attività, a prescindere dal fatto che l'assistito abbia ricevuto tale comunicazione.

1. Il diritto di recesso nell’ambito del codice di procedura civile e penale

Il diritto di rinunciare al mandato è disciplinato anche dal codice civile dall'art. 2237, secondo comma, c.c., in base la quale, nel disciplinare il diritto di recesso, si stabilisce che “il prestatore d'opera può recedere dal contratto per giusta causa. In tal caso egli ha diritto al rimborso delle spese fatte e al compenso per l'opera svolta, da determinarsi con riguardo al risultato utile che ne sia derivato al cliente.
Il recesso del prestatore d'opera deve essere esercitato in modo da evitare pregiudizio al cliente”.
In base all’art. 85 c.p.c. (revoca e rinuncia alla procura), non ci sono dei limiti temporali per poter esercitare il diritto di rinuncia alla procura che può, quindi, essere esercitata dall'avvocato ad nutum, ossia in ogni stato e grado del processo civile. Stabilisce infatti la disposizione che “la procura può essere sempre revocata e il difensore può sempre rinunciarvi, ma la revoca e la rinuncia non hanno effetto nei confronti dell'altra parte finchè non sia avvenuta la sostituzione del difensore”.
La stessa regola è prevista anche nel processo penale, ex art. 107 c.p.p. (rubricato “non accettazione, rinuncia o revoca del difensore”) in base al quale si stabilisce che “il difensore che non accetta l'incarico conferitogli o vi rinuncia ne dà subito comunicazione all'autorità procedente e a chi lo ha nominato” (primo comma) e che “la rinuncia non ha effetto finchè la parte non risulti assistita da un nuovo difensore di fiducia o da un difensore di ufficio e non sia decorso il termine eventualmente concesso a norma dell`art. 108” (terzo comma).
Se ne desume, quindi, che il recesso del professionista forense dal contratto di prestazione d'opera intellettuale è inefficace fintanto che non avvenga la sostituzione col nuovo difensore. Secondo la giurisprudenza, “la rinuncia al mandato da parte del difensore di ricorrente non impedisce la pronuncia sulla causa, ormai matura per la decisione e ciò in applicazione dell'art. 85 c.p.c., in forza del quale la rinuncia alla procura non ha effetto nei confronti dell'altra parte “finché non sia avvenuta la sostituzione del difensore” (Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia, Sezione IV, sentenza 19 giugno 2006, n. 1443). Ed ancora, si ritiene che “ai sensi dell'art. 85 c.p.c., la revoca della procura e la rinuncia al mandato non hanno effetto nei confronti dell'altra parte finchè non sia avvenuta la sostituzione del difensore, con la conseguenza che la notifica dell'impugnazione deve, in siffatta situazione, essere compiuta al difensore non ancora sostituito e non alla parte personalmente, giusta disposto dell'art. 330, comma 1°, seconda parte del codice di rito” (Cassazione Civile, Sezione III, sentenza 23 aprile 2004, n. 7771).
In sintesi, la rinuncia al mandato, come atto di natura processuale, riferibile unicamente al difensore, non deve comportare alcuna rinuncia all'azione né alcun pregiudizio per la parte assistita. Secondo le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, in tema di esercizio della professione forense, l'asserita mora del cliente nel corrispondere il compenso può giustificare il recesso del professionista dal rapporto di prestazione d'opera – recesso che deve comunque avvenire senza pregiudizio del cliente stesso, ai sensi dell'articolo 2237 codice civile – ma non giustifica in alcun modo lo svolgimento della prestazione senza la dovuta diligenza (Cassazione Civile, Sezioni Unite, sentenza 26 marzo 1997 n. 2661). In questo senso, si ricorda anche una recente pronuncia del Consiglio Nazionale Forense che ha ritenuto sanzionabile con la censura il comportamento dell’avvocato che “rinunci al mandato il giorno stesso dell'udienza lasciando il proprio assistito senza difesa e non preoccupandosi di provvedere, almeno per quella udienza, alla propria sostituzione” (Cons. Naz. Forense 10-12-2007, n. 196).
Di conseguenza, fino al momento della sostituzione processuale, la rinuncia alla procura alle liti non fa perdere al professionista forense la rappresentanza legale del proprio (“ex”) cliente per tutti gli atti del processo, rimanendo legittimato a ricevere tutti gli atti processuali, oltre che a compiere tutti gli atti che reputa opportuni nell’interesse del cliente. Ne deriva quindi che la parte assistita dovrà pagare al professionista forense tutti gli onorari relativi alle prestazioni professionali svolte fino al momento della avvenuta sostituzione.
Il Codice Deontologico comunque precisa che “qualora la parte assistita non provveda in tempi ragionevoli alla nomina di un altro difensore, nel rispetto degli obblighi di legge, l’avvocato non è responsabile per la mancata successiva assistenza, pur essendo tenuto ad informare la parte delle comunicazioni che dovessero pervenirgli”.


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