Codice Deontologico Forense: patto di quota lite - decreto Bersani
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Articolo del 16/10/2008 Autore Dott.ssa Daria Perrone Altri articoli dell'autore


Sul cd. patto di quota lite a seguito del d.l. 4 luglio 2006, n. 233 (cd. decreto Bersani)

SOMMARIO: 1. Il divieto del patto di quota lite prima del Decreto Bersani; 2. L’attuale formulazione dell’art. 2233, terzo comma, c.c.; 3. L’adeguamento del Codice Deontologico Forense e l’abolizione del divieto del patto di quota lite

 

  1. Il divieto del patto di quota lite prima del Decreto Bersani

 

L’art. 2, comma 2 bis del D.L. 4 luglio 2006, n. 233 (cd. "Decreto Bersani"), definitivamente convertito dalla Legge n. 248 del 4 agosto 2006, ha modificato l’art. 2233, terzo comma, c.c.

Prima della riforma, l’art. 2233, terzo comma, c.c. stabiliva che "gli avvocati, i procuratori e i patrocinatori non possono, neppure per interposta persona, stipulare con i loro clienti alcun patto relativo ai beni che formano oggetto delle controversie affidate al loro patrocinio, sotto pena di nullità e dei danni".

In armonia con tale divieto civilistico, l'art. 45 del Codice Deontologico del Consiglio Nazionale Forense sanciva parallelamente una responsabilità anche sotto il profilo disciplinare per l’avvocato che derogava alle regole tracciate dal DM 127/04 (cosiddetto "tariffario forense"), stabilendo il divieto della “pattuizione diretta ad ottenere, a titolo di corrispettivo della prestazione professionale, una percentuale del bene controverso ovvero una percentuale rapportata al valore della lite”. Inserito nell’ambito del titolo III, disciplinante i rapporti dell’avvocato con la parte assistita, l’art. 45, conteneva quindi il cd. divieto di “patto di quota lite”, ossia il divieto di pattuire con il proprio legale, quale compenso della attività professionale, una percentuale (quota) dei beni o diritti in lite, da calcolarsi su quanto effettivamente percepito dal cliente. Tale forma di accordo era vietata dal codice deontologico della professione legale in quanto comportava una sostanziale deroga alle tariffe professionali. L'avvocato sarebbe stato infatti retribuito non sulla base dell'attività effettivamente prestata ma, appunto, a percentuale sul ricavato, potendo per tale via ottenere in astratto guadagni elevatissimi con un'attività minima o guadagni minimi nonostante una consistente attività professionale. Inoltre, si riteneva che il patto di quota lite avrebbe collegato la retribuzione del professionista all'esito di una controversia, finendo con il trasformare un'obbligazione di mezzi in un'obbligazione di risultato. Anche il Consiglio Nazionale Forense ha avuto modo di pronunciarsi sul divieto del patto di quota lite, ritenendo che “pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante e rientrante nel c.d. patto di quota lite l'avvocato che concordi con il cliente il compenso in una percentuale dell'importo percepito in risarcimento, a nulla rilevando, che il compenso così stabilito sia stato riscosso oppure no, essendo sufficiente, ai fini della responsabilità disciplinare, la sussistenza dell'intervenuta pattuizione” (Cons. Naz. Forense 30-11-2005, n. 138).

Secondo la giurisprudenza di legittimità, il divieto del cd. patto di quota lite si ricollegava all’esigenza di assoggettare ad una disciplina uniforme, garantita da controlli pubblicistici, il contenuto patrimoniale del rapporto professionale, al fine di tutelare sia l’interesse del cliente, sia la dignità e la moralità del professionista (v. Cass. civ., 4 dicembre 1985, n. 6073). Ed ancora, si riteneva che la dignità della professione forense risulterebbe pregiudicata tutte le volte in cui nella convenzione concernente il compenso, sia comunque ravvisabile la partecipazione del professionista agli interessi economici finali ed esterni alla prestazione giudiziale o stragiudiziale richiesta (v. Cass. civ., 19 novembre 1997, n. 11485).

Sulla base del primo canone complementare dell’art. 45 del codice deontologico, veniva comunque consentita la pattuizione scritta di un supplemento di compenso, in aggiunta a quello previsto, in caso di esito favorevole della lite, purché contenuto in limiti ragionevoli e giustificato dal risultato conseguito (c.d. palmario). La giurisprudenza disciplinare è stata chiamata a distinguere alcune ipotesi di confine tra il patto di quota lite ed il palmario, ed ha concluso che quest’ultimo è una sorta di “premio a vincere” che deve avere la necessaria caratteristica di non incidere significativamente sulla somma spettante alla parte sostanziale, il cui diritto non deve risultare concretamente compresso dalle pretese del difensore. In Cassazione, si riteneva in questo senso l’ammissibilità di un patto che preveda il pagamento di una somma di denaro riconosciuta non in sostituzione del compenso, ma in aggiunta all’onorario, a titolo di premio o di compenso straordinario, in conseguenza dell’importanza delle prestazioni professionali o del valore della controversia (Cass. civ., 18 giugno 1986, n. 4078). Sotto il profilo pratico, ad esempio, secondo la giurisprudenza disciplinare, un palmario che concretamente è pari ad una percentuale del 10 o del 20 % dei beni contesi sarebbe risultato vietato, poichè sostanzialmente tende ad aggirare il pregresso divieto del patto di quota lite (cfr. Cons. Naz. Forense 13-12-2000, n. 253; Cons. Naz. Forense 23-11-2000, n. 180).

 

  1. L’attuale formulazione dell’art. 2233, terzo comma, c.c.

 

Così come modificato dalla recente riforma, l'art. 2233, terzo comma, c.c. oggi stabilisce che "sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali". In altre parole, l’eliminazione espressa del divieto del patto di quota lite, collegata alla più generale abrogazione del divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, comporta la validità del patto di quota lite, fatto salvo l'obbligo di dare all'accordo la forma scritta. Ne discende che, sotto il profilo civilistico, il patto può avere effetti solo tra le parti; non può essere opposto ai terzi, neppure in giudizio, non quindi nei confronti della controparte del cliente, né può essere richiesto al giudice, in caso di liquidazione del compenso e delle spese, che si attenga al patto. Diverso è invece il rapporto tra avvocato e cliente, dato che l’avvocato può chiedere al giudice di liquidare il proprio compenso secondo quanto stabilito nel patto, fermo restando che il suo comportamento può essere segnalato al Consiglio dell’Ordine competente afficnhè ne controlli la correttezza deontologica sotto il profilo della proporzionalità del compenso all’attività effettivamente svolta.

Secondo i primi commenti critici, tuttavia, la riforma e l’abolizione del divieto del patto di quota lite potrebbe avere conseguenze in contrasto con il fine "di assicurare agli utenti un'effettiva facoltà di scelta nell'esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato", così come esibito nell'art. 2, comma 1, D.L. 233/06. In questo senso, si potrebbe pensare al probabile disinteresse che gli avvocati potrebbero nutrire nei confronti di cause dallo scarso valore economico, ma sempre importanti per il soggetto coinvolto; oppure al possibile accaparramento di quote consistenti del risarcimento ottenuto per un cliente, altrimenti privo dei mezzi necessari per ottenere la tutela delle proprie ragioni.

 

  1. L’adeguamento del Codice Deontologico Forense e l’abolizione del divieto del patto di quota lite

 

L’art. 2, terzo comma, del D.L. 4 luglio 2006 n. 223, così come convertito dalla Legge 4 agosto 2006 n. 248, prescriveva poi che “le disposizioni deontologiche e pattizie e i codici di autodisciplina che contengono le prescrizioni di cui al comma 1 sono adeguate, anche con l'adozione di misure a garanzia della qualita' delle prestazioni professionali, entro il 1° gennaio 2007. In caso di mancato adeguamento, a decorrere dalla medesima data le norme in contrasto con quanto previsto dal comma 1 sono in ogni caso nulle”. In questo senso, il Decreto Bersani imponeva entro un anno dall’entrata in vigore l’adeguamento delle disposizioni deontologiche, a pena di nullità delle stesse.

Il Consiglio Nazionale Forense ha avuto modo, a seguito di tale previsione di adeguamento, di pronunciarsi sul rapporto tra le norme legislative e deontologiche, concentrandosi in particolar modo sul potere delle prime di abrogare le seconde (Cfr. Osservazioni sulla interpretazione e applicazione del d.l. 4 luglio 2006, n. 223, in G.U. n. 153 del 4 luglio 2006), coordinato con la l. di conversione 4 agosto 2006, n. 248 (in G.U. n. 186 dell’11 agosto 2006 – Suppl. Ord. n. 183, recante: “Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale” del Consiglio nazionale Forense del 4 settembre 2006, n. 22-C/200).

Per la precisione, è stato sottolineato come, pur riconoscendo la forza abrogatrice della fonte legislativa sulla norma deontologica, le due categorie di norme non sarebbero però tra loro perfettamente “sovrapponibili, in quanto la legge ordinaria (…) ha effetti erga omnes, mentre le norme deontologiche riguardano soltanto i soggetti esercenti l’attività professionale forense. In più, le norme deontologiche, per loro natura, possono essere più restrittive delle norme ordinarie, in quanto riflettono valori etici il cui ambito di applicazione può essere più ampio di quello della norma ordinaria”. Per il Consiglio, ne deriva comunque che, in virtù del principio tempus regit actum gli accordi tra il professionista e il cliente sono validi e producono effetti ai fini civilistici, ma dal punto di vista deontologico sono assoggettati al codice forense vigente fino al 1 gennaio 2007, e, dopo tale data, alla versione del codice che risulterà dal suo adeguamento ad essa.

In adempimento dell’istanza di adeguamento contenuta nel Decreto Bersani, il Consiglio Nazionale Forense ha provveduto a modificare l’art. 45 del codice deontologico, oggi rubricato “accordi sulla definizione del compenso”, che consente all'avvocato di “pattuire con il cliente compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, fermo il divieto dell'articolo 1261 ce. e sempre che i compensi siano proporzionati all'attività svolta, fermo il principio disposto dall'art. 2233 del Codice civile”, così come risulta dalla Delibera del 12 giugno 2008, n. 15 del Consiglio Nazionale Forense.


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