Requisiti della responsabilità ex art. 2051 c.c. e cenni alle altre figure di cc.dd. responsabilità civili speciali
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Articolo del 08/10/2008 Autore Avv. Giorgio Vanacore Altri articoli dell'autore


Requisiti della responsabilità ex art. 2051 c.c. e cenni alle altre figure di cc.dd. responsabilità civili speciali

A) Com’è noto, questi sono per comune ammissione, i requisiti della responsabilità ex art. 2051 c.c.:
a) essersi il danno verificato nell’ambito del dinamismo connaturato alla cosa in se, ragion per cui se essa è stata uno strumento dell’azione dell’uomo, che vi esercita un potere di controllo e di vigilanza, il rapporto resdamnum sarebbe mediato dal di lui agire e troverebbe applicazione l’art. 2043 c.c. (in tema, Corte cost., 29 aprile – 10 maggio 1999, n. 156; Cass., 25 marzo 1995, n. 3553; in dottrina, Mastropaolo, Custodia, in Enc. giur. Treccani, X, 12, Roma, 1988);
b) l’esistenza di un effettivo potere fisico di un soggetto sulla cosa, al quale potere fisico inerisce il dovere di custodire la cosa stessa, cioè di vigilarla e di mantenerne il controllo, in modo da impedire che produca danni a terzi; (in tal senso, espressamente, ex plurimis, Cass., 20 maggio 1998, n. 5031; in dottrina, per tutti, Bianca, Diritto civile, La responsabilità, Milano, 1994, rist. 2002, 714).
Orbene, a proposito del danno ex art. 2051 c.c. fondato sul rapporto qualificato con una cosa, in termini di danno derivante dalla cosa, esso potrebbe dirsi, si passi il termine, “deificato”.
In proposito, si ricordi che, come ha avuto modo di rammentare la S.C. (sent. 15384/2006, cit.), fondamento della responsabilità ex art. 2051 c.c. non è un fatto – omissivo o commissivo – dell’agente, bensì un fatto della cosa (fait de la chose, secondo il Code Napoleon); il che si intende quando si esige il requisito della derivazione del danno in parola dalla cosa in se (su cui, ex multis, Corte cost., 156/1999, cit.

B) Per un caso di cd. insidia autostradale, si segnala Giud. pace Portici 28 giugno 2004, nel quale essa assurge a causa di risarcimento in capo all’ente proprietario dell’autostrada, e ciò in virtù del contratto di pedaggio utente – ente proprietario, che concretizza nel primo l’aspettativa a che la sede autostradale non presenti situazioni pericolose.
In argomento, leggasi l’apripista Cass., 298/2003: “Con riguardo ai danni subiti da utenti di autostrade, trova applicazione l’articolo 2051 c.c. nei confronti della pubblica amministrazione proprietaria dell’autostrada, ovvero del concessionario, in quanto il bene è oggetto di uso diretto e generale ed ha estensione tale da non consentire una vigilanza idonea ad evitare l’insorgenza di situazioni di pericolo; e che, per contro, una violazione del generale principio del neminem laedere e dell’articolo 2043 c.c. intanto sia configurabile in quanto l’ente proprietario o gestore abbia provocato o non abbia rimosso una situazione di pericolo occulto (insidia o trabocchetto), la quale ricorre in presenza dei requisiti della non visibilità e della non prevedibilità”.
Sul punto dell’insidia stradale autorevolmente, così si è espressa Corte cost., n. 156/1999: «Il proprietario delle cose che abbiano cagionato danno a terzi è responsabile ai sensi dell’art. 2051 c.c. solo in quanto ne sia custode, e dunque ove egli sia stato oggettivamente in grado di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sulle cose stesse. Ciò basta a rendere ragione dell’approdo ermeneutico, ribadito anche di recente dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui alla pubblica amministrazione non è applicabile il citato articolo, allorché sul bene di sua proprietà non sia possibile – per la notevole estensione di esso e le modalità d’uso, diretto e generale, da parte dei terzi – un continuo, efficace controllo, idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per gli utenti. S’intende – e in alcune sentenze ciò viene sottolineato – che la “notevole estensione del bene” e “l’uso generale e diretto” da parte dei terzi costituiscono meri indici dell’impossibilità d’un concreto esercizio del potere di controllo e vigilanza sul bene medesimo; la quale dunque potrebbe essere ritenuta, non già in virtù d’un puro e semplice riferimento alla natura demaniale e all’estensione del bene, ma solo a seguito di un’indagine condotta dal giudice con riferimento al caso singolo, e secondo criteri di normalità. Con tale interpretazione si rimane indubbiamente nell’ambito del sistema codicistico della responsabilità extracontrattuale, venendosi solo a precisare – in conformità alla evidente ratio dello stesso art. 2051 – i limiti dell’operatività di uno dei particolari criteri d’imputazione previsti dal codice civile in luogo di quello generale posto dall’art. 2043» (conformi, la recente Cass., 2 febbraio 2007, n. 2308, e le capitali Cass., nn. 15383 e 15384/2006, ed id., 20 febbraio 2006, n. 3651; Cass., 13 luglio 2005, n. 14749, idd., 23 luglio 2003, n. 11446, 15 gennaio 2003, n. 488; 13 gennaio 2003, n. 298; 31 luglio 2002, n. 11366; 13 febbraio 2002, n. 2074; 13 febbraio 2002, n. 2067; 21 dicembre 2001, n. 16179; 20 novembre 1998, n. 11749; 28 ottobre 1998, n. 10579; 22 aprile 1998, n. 4070; 27 dicembre 1995, n. 13114; 21 gennaio 1987, n. 526; 4 aprile 1985, n. 2319; 30 ottobre 1984, n. 5567, 3 giugno 1982, n. 3392; 7 gennaio 1982, n. 58; tra la giurisprudenza di merito, Trib. Bari, 1 febbraio 2007, Trib. Nola, 21 novembre 2006, Trib. Foggia, 17 agosto 2006, Trib. Palermo, 28 giugno 2006, Trib. Rimini, 13 aprile 2006, Trib. Milano, 3 marzo 2004, Trib. Brindisi, 11 dicembre 2003, Giud. pace Segni, 18 maggio 2002, Trib. Venezia, 12 maggio 2003, Trib. Cagliari, 27 luglio 2000, Pret. Torino, 27 gennaio 1997; Giud. Pace Reggio Calabria, 26 marzo 1997, id., 18 marzo 1997, Pret. Monza, 29 novembre 1986).

Ancora di recente, Cass., 3651/2006:
«Il fondamento della responsabilità per danno da cose in custodia riposa infatti, come già indicato, nella violazione dei doveri di sorveglianza, che incombe in capo a chi ne ha la disponibilità imponendogli di adottare tutte le misure idonee ad evitare che le stesse possano arrecare danno a terzi, esercitando il relativo controllo ed intraprendendo tutte le iniziative necessarie a mantenere la cosa in grado di non nuocere ai terzi nell’ambito della sua funzionalità, a prescindere dalla sua natura intrinsecamente pericolosa o dannosa. In materia di strade, si noti, la res appartiene alla P.A. (sia essa Stato, Provincia o Comune), che nella qualità è anche da specifiche fonti normative gravata da obblighi di manutenzione e controllo. Quale custode, la responsabilità risulta a suo carico peraltro configurata non già, come viceversa in altra fattispecie, in termini di responsabilità oggettiva, bensì di responsabilità meramente presunta, vincibile con la prova del fortuito. La presunzione posta dalla norma è da intendersi nel caso non già nel significato di derivazione del fatto ignoto da quello noto (da ultimo v. Cass., 25 ottobre 2005, n. 20671) bensì quale finzione che, mediante un’eccezione al principio generale posto dall’art. 2697 c.c., determina una distribuzione dell’onere della prova diversa rispetto a quella valevole in tema di illecito civile per la regola generale di cui all’art. 2043 c.c., al fine di favorire il danneggiato, in ossequio al principio dogmatico di c.d. vicinanza alla prova … «la prova liberatoria del fortuito attiene infatti alla prova che il danno si è verificato in modo non prevedibile né superabile con l’adeguata diligenza, e cioè con lo sforzo diligente dovuto in relazione alle circostanze concrete del caso. Essa si sostanzia pertanto nella prova di aver adottato, in relazione alle condizioni della cosa e alla sua funzione, tutte le misure idonee idonee ad evitare il danno. Nella prova che, pur essendosi mantenuto il comportamento diligente nel caso dovuto, il danno si è ciononostante verificato per un evento non prevedibile né superabile con la diligenza normalmente adeguata in relazione alla natura della cosa, alla sua funzione e alle circostanze del caso concreto».

Da ultimo, leggansi Cass., 15383 e 15384/2006:
«Poiché la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, anche nell’ipotesi di beni demaniali, ha carattere oggettivo, affinché possa configurarsi in concreto la responsabilità del custode è sufficiente la dimostrazione del nesso causale fra la res ed il danno arrecato, mentre non assume rilievo alcuno la condotta del custode e l’osservanza, o meno, da parte dello stesso di un obbligo di vigilanza; ne consegue che il caso fortuito, quale limite alla responsabilità del custode, assume rilevanza solo nell’ambito del profilo causale, come elemento esterno, comprensivo del fatto del terzo o dello stesso danneggiato, recante i caratteri dell’oggettiva imprevedibilità ed inevitabilità (Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza di appello che aveva escluso la responsabilità del Comune per la caduta di un cilista a causa di una grata per la raccolta delle acque presente sul manto stradale). In tema di responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, per l’accertamento del nesso causale è necessario dare rilievo alle sole serie causali che, nel momento in cui si produce l’evento causante, non appaiono inverosimili (ed. causalità adeguata o regolarità causale).
Posto che la responsabilità per danni da cose in custodia non si applica a carico della pubblica amministrazione per i danni cagionati da beni demaniali ogni qual volta per le caratteristiche del bene non sia possibile esercitare il potere di fatto sullo stesso che connota la fattispecie, l’estensione notevole del bene ed il suo uso generale e diretto da parte di terzi sono solo elementi sintomatici di tale impossibilità (nella specie, in applicazione del suddetto principio la S.C. ha affermato la possibilità della custodia in relazione ad una strada comunale posizionata nel perimetro urbano) … Così ristretta nella funzione la portata della colpa del creditore – danneggiato, stante la genericità dell’art. 1227, comma 1º, c.c., sul punto, la colpa sussiste non solo in ipotesi di violazione da parte del creditore – danneggiato di un obbligo giuridico, ma anche nella norma comportamentale di diligenza, sotto il profilo della colpa generica. Se tanto avviene in caso di concorso del comportamento colposo del danneggiato nella produzione del danno, tenuto conto di quanto sopra esposto su detto istituto, per eguale ragione il comportamento commissivo od omissivo colposo del danneggiato, che sia sufficiente da solo a determinare l’evento, esclude il rapporto di causalità delle cause precedenti».

C) Orbene, la fattispecie della responsabilità da cosa in custodia s’inscrive pienamente nel corpus e nell’humus delle cc.dd. responsabilità civili speciali, di cui ai noti artt. 2047 – 2054 c.c. ed alla seguente normativa speciale:
- art. 11 della l. 8 febbraio 1948, n. 47, in materia di stampa: «Per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il proprietario della pubblicazione e l’editore»;
- art. 31, comma 3º, d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, in materia d’intermediazione finanziaria: «Il soggetto abilitato che conferisce l’incarico è responsabile in solido dei danni arrecati a terzi dal promotore finanziario, anche se tali danni siano conseguenti a responsabilità accertata in sede penale»;
- art. 27 d.lgs. 10 settembre 2003, n. 276, in materia di lavoro: «Nel caso di somministrazione di lavoro l’utilizzatore risponde nei confronti dei terzi dei danni a essi arrecati dal prestatore di lavoro nell’esercizio delle sue mansioni»;
- artt. 15 e ss. della l. 31 dicembre 1962, n. 1860, in materia d’impiego pacifico dell’energia nucleare (di seguito si trascrive il solo testo dell’art. 15, comma 1º): «l’esercente di un impianto nucleare è responsabile, in conformità della presente legge, di ogni danno alle persone o alle cose causato da un incidente nucleare avvenuto nell’impianto nucleare o connesso con lo stesso»;
- art. 15 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, in materia di danno da illegittimo trattamento di dati personali: «Chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile»;
- artt. 114 e ss. del d.lgs. 206/2005 (cd. Codice del Consumo) in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi (di seguito si trascrive il testo dell’art. 114): «Il produttore è responsabile del danno cagionato da difetti del suo prodotto». Continuando, si riporta l’art. 116 del Codice: «quando il produttore non sia individuato, è sottoposto alla stessa responsabilità il fornitore che abbia distribuito il prodotto nell’esercizio di un’attività commerciale, se ha omesso di comunicare al danneggiato, entro il termine di tre mesi dalla richiesta, l’identità e il domicilio del produttore o della persona che gli ha fornito il prodotto».

D) Per chiudere, sempre nel tratteggiare l’humus delle cc.dd. responsabilità speciali si trascrive il testo dell’art. 9 del Codice di giustizia sportiva, dettante le ipotesi di responsabilità oggettiva e presunta delle società di calcio:
«1. Le società sono responsabili, a titolo di responsabilità oggettiva, dell’operato e del comportamento delle persone comunque addette a servizi della società e dei propri sostenitori, sia sul proprio campo, intendendosi per tale anche l’eventuale campo neutro, che su quello delle società avversarie.
2. Le società rispondono inoltre del mantenimento dell’ordine pubblico sul proprio campo di giuoco. La mancata richiesta della forza pubblica comporta, in ogni caso, l’aggravamento delle sanzioni.
3. Le società sono presunte responsabili degli illeciti sportivi a loro vantaggio, che risultino commessi da persone ad esse estranee. La presunzione di responsabilità si ha per superata se dalle prove fornite dalla società, dall’istruttoria svolta dall’Ufficio indagini o dal dibattimento risulti, anche in via di fondato e serio dubbio, che la società medesima non ha partecipato all’illecito e lo ha ignorato».


Avv. Giorgio Vanacore
Avvocato
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