Le obbligazioni: le pronunce della Suprema Corte di Cassazione
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Articolo del 23/09/2008 Autore Avv. Gioacchino De Filippis Altri articoli dell'autore


Le obbligazioni. Le pronunce della Suprema Corte di Cassazione

L'obbligazione è un rapporto giuridico in forza del quale un soggetto, detto debitore, è tenuto ad una determinata prestazione, suscettibile di valutazione economica, a favore di un altro soggetto, detto creditore.
Nel rapporto obbligatorio si possono individuare i seguenti elementi:

Una specie di obbligazione molto frequente nella pratica è l'obbligazione pecuniaria, avente ad oggetto una somma di denaro che deve essere data dal debitore al creditore.
L'art. 1277 del Codice civile stabilisce che i debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al momento del pagamento e per il suo valore nominale. Ciò significa che, ai fini dell'estinzione, si deve prendere in considerazione il valore nominale della moneta senza tenere conto delle eventuali variazioni del suo valore reale e, in particolare, della svalutazione monetaria (principio nominalistico).
Si ritiene, tuttavia, che il principio nominalistico sia applicabile alle obbligazioni di valuta, non a quelle di valore. Sono obbligazioni di valuta quelle il cui oggetto è fin dall'origine una somma di denaro (si pensi al pagamento del prezzo di una cosa acquistata o al pagamento del canone di locazione); sono, invece, obbligazioni di valore quelle che hanno ad oggetto il valore attuale di un bene (si pensi all'obbligazione di risarcire il danno).
In riferimento alle obbligazioni pecuniarie, la sentenza n. 2317/07 afferma che, in tema di contratti di mutuo, perché una convenzione relativa agli interessi sia validamente stipulata ai sensi dell'art. 1284, terzo comma, cod.civ., che è norma imperativa, la stessa deve avere un contenuto assolutamente univoco e contenere la puntuale specificazione del tasso di interesse; ove il tasso convenuto sia variabile, è idoneo ai fini della sua precisa individuazione il riferimento a parametri fissati su scala nazionale alla stregua di accordi interbancari, mentre non sono sufficienti generici riferimenti dai quali non emerga con sufficiente chiarezza quale previsione le parti abbiano inteso richiamare con la loro pattuizione. La sentenza n. 11196/07 definisce una controversia relativa alle obbligazioni propter rem: la Corte ribadisce che, laddove l’assunzione, a carico del proprietario del fondo, degli oneri relativi alle opere di urbanizzazione primaria e di una quota parte di quelle di urbanizzazione secondaria (cui è subordinata l'autorizzazione per la lottizzazione) costituisce un'obbligazione propter rem che si trasferisce su coloro che sono proprietari al momento del rilascio della concessione edilizia e che ben possono essere soggetti diversi da quelli che stipularono la convenzione, tuttavia, la natura reale dell'obbligazione non riguarda le persone che utilizzano le opere di urbanizzazione da altri realizzate per una loro diversa edificazione, senza avere con essi alcun rapporto, e che, per ottenere la loro diversa
concessione edilizia, sono tenuti a pagare al comune concedente, per loro conto, i relativi oneri di urbanizzazione.
In tema di obbligazioni solidali deve ricordarsi la sentenza n. 21482/07, chiamata a risolvere il quesito se le obbligazioni verso l’amministrazione finanziaria derivanti da una divisione ereditaria hanno natura solidale o meno, e in caso che se ne riconosca la natura solidale, da quale momento uno dei coobbligati solidali può legittimamente lamentare di aver subito un danno a causa del comportamento degli altri condebitori.
La Corte afferma che alle obbligazioni verso l’Amministrazione finanziaria si applicano le norme ordinarie in tema di solidarietà passiva. Ne consegue che l’Amministrazione può agire verso uno qualsiasi dei coobbligati per l’intero, ed essi hanno tutti il potere e il dovere di attivarsi per estinguere l’obbligazione per l’intero.
Solo il debitore che ha pagato l’intera somma dovuta può agire in regresso nei confronti degli altri, anche per il risarcimento degli eventuali danni che il comportamento passivo degli altri condebitori può avergli procurato.
In tema di delegazione, la sentenza n. 19090/07 chiarisce che in caso di assunzione dell'obbligazione da parte del delegato al pagamento, ai sensi dell'art. 1268 cod. civ., non sono richiesti speciali requisiti di forma, potendosene ammettere l'integrazione anche in virtù di accordi conclusi per facta concludentia ed in via progressiva se alla dichiarazione del delegante o del delegato o del delegatario si aggiunge quella delle altre parti in un momento successivo.

Il principio di buona fede nell’adempimento delle obbligazioni.

In tema di obbligazioni e contratti si segnala una costante ed allargata valorizzazione del principio di buona fede, in sede di interpretazione e di esecuzione del contratto.
Tale principio (che costituisce anche principio ispiratore della materia cui è tenuto ad uniformarsi il giudice di pace nei giudizi di equità: vedi sentenza n. 12644/07), fondato non solo sulle norme codicistiche ma su un dovere di solidarietà di fondamento costituzionale, impone alle parti il rispetto di canoni comportamentali di collaborazione e di non aggravamento della posizione della controparte anche dopo l’esecuzione della prestazione, finchè l’altra parte ne abbia interesse, e fino alla fase eventuale di tutela giudiziale del credito. La più importante affermazione di tale principio è contenuta nella sentenza a sezioni unite n. 23726/07 in tema di parcellizzazione dei crediti. Rivedendo in sede di esame di una questione di massima di particolare importanza il proprio precedente orientamento (vedi sentenza n. 108 del 2000), alla luce di una più accentuata valorizzazione del principio di buona fede anche nella fase della tutela giudiziale del credito e dell’affermazione del canone del giusto processo, le Sezioni Unite affermano che non è consentita al creditore la frammentazione in plurime e distinte domande dell’azione giudiziaria per l’adempimento di una obbligazione pecuniaria. La sentenza varrà a stroncare una pratica diffusa quanto iniqua, secondo la quale un inadempimento relativo ad un’unica fornitura poteva dar luogo ad una molteplicità di domande giudiziali, in cui il credito veniva spezzettato portando ad un aumento esponenziale dell’esborso da parte del debitore, a fronte di molteplici liquidazioni a suo carico di spese legali ed esecutive.
La valorizzazione del principio di buona fede si è tradotta spesso, nel corso dell’anno, in una rafforzata tutela del cittadino nei confronti del gestore di servizi pubblici, o dell’operatore professionale. Sotto questo profilo vanno ricordate la sentenza n. 23304/07 della terza sezione e alcune sentenze in materia di contratti bancari. Con la sentenza n. 23304/07 si è affermato che se la banca, per un disguido, non dà comunicazione al gestore telefonico dell’avvenuto pagamento di una bolletta, è il gestore, e non l’utente, che deve attivarsi per verificare se il pagamento sia in effetti avvenuto. E’ contrario a buona fede il comportamento del gestore che, non avendo ricevuto notizia dalla banca del pagamento, effettui immediatamente il distacco della linea telefonica senza verificare se il pagamento sia stato eseguito.
Un’importante applicazione del principio di buona fede nell’interpretazione e nell’esecuzione dei contratti è contenuta nella sentenza n. 15669/07 in materia di contratti bancari e fallimento, secondo la quale lo scioglimento del contratto di conto corrente bancario per effetto del fallimento del cliente non estingue con immediatezza ogni rapporto obbligatorio fra le parti, sussistendo anche per l'epoca successiva una serie di obbligazioni, ancora di derivazione contrattuale e corrispondenti posizioni di diritto soggettivo; in particolare la pretesa del curatore, che subentra nell'amministrazione del patrimonio fallimentare, ai sensi degli artt. 31 e 42 legge fall., è un diritto che promana dall'obbligo di buona fede, correttezza e solidarietà, declinandosi in prestazioni imposte dalla legge (ai sensi dell'art.1374 cod.civ.), secondo una regola di esecuzione in buona fede (ex art.1375 cod.civ.) che aggiunge tali obblighi a quelli convenzionali quale impegno di solidarietà (ex art. 2 Cost.), così imponendosi a ciascuna parte l'adozione di comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere extracontrattuale del neminem laedere, senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico, siano idonei a preservare gli interessi dell'altra parte.
Infine, la sentenza n. 15883/07 precisa che il principio secondo cui la buona fede si presume non è limitato al possesso di beni (art. 1148 cod. civ.), ma si estende all'ambito contrattuale, per cui non spetta al creditore provare la propria buona fede, bensì al debitore dimostrare il contrario (fattispecie in cui la società opponente a precetto, intimata per un credito portato da assegno bancario, aveva, tra l'altro, dedotto che il creditore non aveva provato la buona fede nel possesso del titolo).
Si segnala la importante sentenza n. 26724/07 nella quale le Sezioni Unite hanno stabilito che la violazione dei doveri di informazione del cliente e del divieto di effettuare operazioni in conflitto di interesse con il cliente o inadeguate al profilo patrimoniale del cliente stesso, posti dalla legge a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi di investimento finanziario, non danno luogo ad una nullità del contratto di intermediazione finanziaria per violazione di norme imperative. Le suddette violazioni, se realizzate nella fase precedente o coincidente con la stipulazione del contratto, danno luogo a responsabilità precontrattuale con conseguente obbligo di risarcimento del danno; se riguardano, invece, le operazioni di investimento o disinvestimento compiute in esecuzione del contratto, danno luogo a responsabilità contrattuale per inadempimento (o inesatto adempimento), con la conseguente possibilità di risoluzione del contratto stesso, oltre agli obblighi risarcitori secondo i principi generali in tema di inadempimento contrattuale.


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