Doping sportivo profili penalistici
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Articolo del 25/08/2008 Autore Avv. Linda Morgese Altri articoli dell'autore


Doping sportivo – profili penalistici

La diffusione della pratica sportiva nella società contemporanea è il segno evidente dell’importanza che lo sport ha assunto da un punto di vista sociale, economico e politico. Esso è uno dei fenomeni più importanti dell’epoca attuale, una chiara rappresentazione della civiltà contemporanea. Ciò su cui è interessante riflettere è da un lato, il significato oggettivo di tale fenomeno e dall’altro, i fattori sociali, economici, politici e culturali che hanno potuto determinarlo.  E’ palese che oggi assistiamo alla messa in opera di una complessa organizzazione tecnocratica delle attività sportive nelle sue forme industriali, economiche, commerciali e finanziarie nonché umane, con lo sfruttamento  della natura e l’organizzazione turistica che tutto ciò presuppone. Parallelamente, si è poi sviluppato lo sfruttamento dello spettacolo  sportivo come cerimoniale, festa e mobilitazione di masse. Si può pacificamente affermare dunque, che lo sport oggi, è una vera e propria istituzione con sue strutture, una gerarchia, una organizzazione e regolamentazione propria e come tale, riproduce il sistema sociale da cui si origina.    
Tuttavia, contrariamente al significato proprio del termine “sport”- sinonimo da sempre di benessere e salute psicofisica - ai giorni nostri assistiamo ad un fenomeno di  stravolgimento dei valori morali positivi che lo caratterizzano. Difatti, in un simile contesto sociale, l’atleta è divenuto un prodotto commerciale la cui qualità e successo dipendono dai risultati ottenuti a “qualunque costo”; è da ciò  derivata -come logico e dissennato corollario -la necessità di ricorrere all’aiuto farmacologico per il potenziamento delle prestazioni agonistiche.
Il doping (dall’inglese dope, stupefacente), secondo la definizione degli organismi sportivi, è l’assunzione di sostanze dirette ad  aumentare artificialmente le prestazioni in gara  del concorrente, pregiudicandone non solo la moralità agonistica, ma in particolar modo l’integrità fisica e psichica.             I farmaci impiegati a tale scopo, appartengono al gruppo delle ammine simpatico -mimetiche: anfetamina e suoi derivati. Il principale effetto è di attenuare la sensazione di fatica, consentendo uno sforzo maggiore e più  a lungo; inoltre, queste sostanze, agiscono sul sistema nervoso centrale creando eccitazione e provocando maggior lucidità psichica, prontezza di esecuzione e coordinazione di movimenti. Nonostante i controlli, negli ultimi tre decenni il fenomeno del ricorso al doping è dilagato in maniera dirompente nell'ambiente dello sport, mietendo vittime tra i giovani agonisti tanto nel mondo del professionismo quanto, cosa ancora più allarmante, in quello dilettantistico. Un dato sconcertante è che attorno al fenomeno del doping c’è un giro di affari che in Italia è stimato in circa 500 milioni di euro. (Le statistiche del Ministero della salute dimostrano che 3 atleti su 100 fanno uso di sostanze dopanti in moltissime discipline sportive. Il 70% degli sportivi fa regolarmente uso di integratori alimentari per migliorare le proprie prestazioni).  L’accertamento del doping si inquadra nel contesto delle attività previste dall’ordinamento giuridico sportivo e costituisce un elemento di primaria importanza nella lotta all’uso di sostanze e mezzi illeciti finalizzati al miglioramento della performance atletica.
La pratica del doping si configura come un comportamento plurioffensivo, in quanto lede i principi di lealtà e correttezza sportiva - alterando la sana e leale competizione - e d’altra parte, danneggia l’integrità psicofisica degli atleti  costituendo una grave minaccia per la salute.
La repressione del fenomeno è iniziata nella seconda metà degli anni ’60 con l’avvio dei controlli di laboratorio; nel ’67 è stata inserita nel Codice medico del C.O.I. (Comitato Olimpico Internazionale) una lista di sostanze e metodi doping.
Nel corso degli anni, le autorità governative e sportive,  nazionali e internazionali, hanno compiuto passi significativi nella lotta al doping: il 16 novembre  del 1989 a Strasburgo, è stata stipulata  la Convenzione contro il doping, dai rappresentanti degli Stati Membri del Consiglio d’Europa. In seguito agli scandali del Tour di Francia del ’98, venne convocata a Losanna la prima Conferenza Mondiale Antidoping nella sede del Comitato Olimpico Internazionale; in tale occasione, nacque l’idea di affidare ad un organo super partes il potere di emanare una normativa in materia e furono così costituiti, nel novembre 1999, organismi di controllo quali l’AMA (Agencie Mondiale Antidopage) e  l’ Agenzia Mondiale Antidoping (WADA). Quest’ultima, ha formulato, tra l’altro, l’attuale definizione di doping: «Il doping è la presenza di una sostanza in un campione corporeo di un atleta, oppure l’impiego o l’accertamento del ricorso a qualsiasi sostanza o metodologia che dispone del potenziale per migliorare le prestazioni sportive e che espone gli atleti ad un rischio inutile di danneggiare la propria salute, oppure che va comunque contro lo spirito sportivo»; ha inoltre elaborato la c.d. “Lista” delle sostanze e dei metodi proibiti (secondo un criterio analitico, raggruppandoli in gruppi omogenei) per tutti gli organismi nazionali ed internazionali, governativi o sportivi e come tale adottata ed aggiornata almeno una volta all’anno.
La prima normativa antidoping, in Italia, è costituita dalla L. 1099 del 26.10.1971(sulla tutela sanitaria delle attività sportive) i cui artt. 3 e 4  punivano l’impiego di sostanze  nocive per la salute degli atleti, al fine di modificare le loro energie artificialmente. Tuttavia la normativa ha avuto scarsa applicazione, soprattutto perché dotata di un sistema sanzionatorio decisamente moderato, atteso che i reati previsti agli artt. 3, 4 e 5 erano puniti con la sola ammenda e quindi con scarsa efficacia deterrente.  A seguito poi, del processo di depenalizzazione, realizzatosi con la Legge 24 novembre 1981 n. 689, le ipotesi contravvenzionali - già previste dalla L. 1099/1971- divennero semplici illeciti amministrativi. Per colmare l’ avvenuto vuoto legislativo in materia, gli interpreti hanno utilizzato un altro strumento normativo costituito dalla Legge n. 401/89 introdotta precipuamente, per contrastare la diffusa pratica delle scommesse clandestine nel mondo dello sport.  La suddetta legge, in realtà, resta legata all’ambito delle competizioni sportive  organizzate dal CONI o altri enti riconosciuti dallo Stato. Gli interpreti hanno cercato di estendere l’ambito di applicazione  della norma anche ai fenomeni autogeni di doping,  ancorandosi alla nozione di “atti fraudolenti”: si è ritenuto che essendo il doping, un artificio volto a falsare il risultato sportivo e leale di una competizione, sia da considerarsi un atto fraudolento volto ad alterare l’esito della competizione sportiva. Nonostante i dubbi e le perplessità circa la possibilità di tale estensione (applicabilità esclusa dalla Giurisprudenza della Corte di Cassazione Penale, sez.VI, 26.03.1996 in quanto la norma sanziona principalmente la compravendita – quindi un rapporto sinallagmatico- dei risultati di eventi agonistici), alcuni operatori, tuttavia,  ritengono applicabile l’art. 1 alle ipotesi di doping, sulla base delle seguenti argomentazioni: a) bene giuridico tutelato è il regolare svolgimento delle competizioni sportive, quindi le pratiche farmacologiche  volte ad alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ledono il bene giuridico tutelato dalla norma; b) il reato può essere commesso da “chiunque”, pertanto anche dall’atleta; c) in caso di atti fraudolenti, non è necessaria la presenza di un accordo sinallagmatico tra l’atleta ed il corruttore.
Tuttavia, l’orientamento giurisprudenziale maggioritario ha escluso la possibilità di estensione della norma alle ipotesi di assunzione di sostanze dopanti, ritenendo che -  secondo la ratio legis -  l'unico possibile autore del reato nelle varie ipotesi di reato, sia un soggetto estraneo alla competizione sportiva e che il compimento di atti fraudolenti sia modalità sussidiaria rispetto a quella della promessa-offerta ma azionabile solo dal soggetto indicato come “chiunque” quindi  soggetto non partecipante alla gara sportiva (cfr. Cassaz. pen. supra; così  Corte di Appello di Torino, Sez. III penale, 14 dicembre 2005-10 marzo 2006).
Con la legge 29 novembre 1995, n. 522, l’Italia ha ratificato la Convenzione contro il doping, stipulata a Strasburgo il 16 novembre 1989 ma nel 2000 è stata introdotta  la legge del 14 dicembre 2000, n. 376,  - considerata il primo effettivo intervento legislativo contro la pratica del doping - denominata “Disciplina della tutela delle attività sportive e lotta contro il doping” che, basandosi prevalentemente sul concetto di tutela della salute di quanti praticano attività sportiva, istituisce il reato di doping. La legge non limita la contestazione del reato al solo concetto di presenza nei campioni biologici di sostanze vietate ma estende  l’accertamento del reato ad una più complessa valutazione di elementi di natura bio-medica e fornisce, inoltre, una ulteriore definizione di doping: Art.1 comma 2.: «Costituiscono doping la somministrazione o assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione  a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti”…. Comma 3.: “sono equiparate al doping la somministrazione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione di pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche, finalizzate e comunque idonee a modificare i risultati dei controlli sull’uso dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche indicati nel comma 2.
Come si evince già dal titolo, la legge 376 intende perseguire due obiettivi: la tutela sanitaria delle attività sportive e la lotta contro il doping; quindi i beni giuridici tutelati sono la salute – individuale e collettiva - e la lealtà delle competizioni sportive.
A differenza della precedente legislazione (L. 401/89) l’ambito di applicazione della normativa è più ampio, in quanto si applica a tutte le competizioni agonistiche  in cui partecipino gli atleti e non solo dunque, quelle organizzate da Enti ufficiali (CONI, UNIRE ecc.).
 La legge contiene:  A) previsione, quale ipotesi di reato, della condotta di chi assume  sostanze dopanti; B) introduzione di specifiche sanzioni accessorie, quali l’interdizione temporanea o permanente dell’attività sportiva o sanitaria, per chi assume e per chi somministra le sostanze vietate; C) istituzione di una Commissione di Vigilanza e di Controllo (cd. Commissione Antidoping) di nomina ministeriale.
All’art. 1 comma 2, la legge 376, equipara nella definizione del doping, l’assunzione di farmaci ed altre sostanze vietate alle “pratiche mediche” idonee a modificare le condizioni psicofisiche dell’organismo, in quanto entrambe efficaci nell’ alterare lo status psicofisico dell’atleta. Al Comma 3, inoltre, vengono  punite anche le condotte dirette  a “modificare i risultati dei controlli” sull’uso di farmaci dopanti: è la c.d. manipolazione farmacologica, chimica e fisica, che consiste nell’uso di sostanze e metodi che alterano la validità dei campioni di urina utilizzati nei controlli antidoping al fine di mascherare od occultare l’assunzione di steroidi anabolizzanti androgeni od altre sostanze illecite.
In caso di stati patologici dell’atleta (comma 4), è consentito uno specifico trattamento farmacologico e non farmacologico, purché la patologia sia  documentata e certificata dal medico e il trattamento sia “ secondo le modalità indicate nel relativo e specifico decreto di registrazione europea o nazionale e i dosaggi previsti dalle specifiche esigenze terapeutiche” ; fermo restando che l’atleta debba  tenere a disposizione delle autorità competenti la relativa documentazione.
L’art.9 della Legge. n. 376/ 2000, prevede le seguenti sanzioni penali per il reato di doping:
1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l'utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste all'articolo 2, comma 1, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell'organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull'uso di tali farmaci o sostanze.
2. La pena di cui al comma 1 si applica, salvo che il fatto costituisca più grave reato, a chi adotta o si sottopone alle pratiche mediche ricomprese nelle classi previste all'articolo 2, comma 1, non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell'organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti ovvero dirette a modificare i risultati dei controlli sul ricorso a tali pratiche.
3. La pena di cui ai commi 1 e 2 è aumentata:
a) se dal fatto deriva un danno per la salute;
b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne;
c) se il fatto è commesso da un componente o da un dipendente del CONI ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un'associazione o di un ente riconosciuti dal CONI.
Vengono poi previste le seguenti pene accessorie:
4. Se il fatto è commesso da chi esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l'interdizione temporanea dall'esercizio della professione.
5. Nel caso previsto dal comma 3, lettera c), alla condanna consegue l'interdizione permanente dagli uffici direttivi del CONI, delle federazioni sportive nazionali, società, associazioni ed enti di promozione riconosciuti dal CONI.
6. Con la sentenza di condanna è sempre ordinata la confisca dei farmaci, delle sostanze farmaceutiche e delle altre cose servite o destinate a commettere il reato.
7. Chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente o biologicamente attive ricompresi nelle classi di cui all'articolo 2, comma 1, attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente, destinati alla utilizzazione sul paziente, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire 10 milioni a lire 150 milioni. 
In verità, disposizioni penali sul doping erano presenti già negli art. 3 e 4 della L. 26 ottobre 1971 n. 1099, disposizioni tuttavia, che – in quanto contemplanti esclusivamente sanzioni pecuniarie, multa o ammenda – erano state oggetto, come già indicato, di depenalizzazione ai sensi dell’art. 2, comma 1 della L. 689/81 (modifiche al sistema penale) e quindi  in concreto, solo reintrodotte con la L. 376/2000 all’ art. 9.
Dunque, all’art. 9, comma 1, il legislatore punisce con la reclusione da tre mesi a tre anni e la multa da 5 a 100 milioni, coloro che procurano ad altri, somministrano, assumono o favoriscono comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive “al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti ovvero siano diretti a modificare i risultati sull’uso di tali farmaci o sostanze”.
In ordine all’elemento psicologico, dunque, la norma richiede, perché si configuri il reato, il dolo specifico ossia l’intenzione dell’agente di alterare artificiosamente il risultato della gara ovvero occultare, in occasione dei controlli, la pratica illecita; specificamente, il giudice dovrà verificare sia la coscienza e volontà di assumere, procurare o somministrare i farmaci vietati, sia l’ulteriore intenzione di alterare le prestazioni agonistiche.  Un primo problema che si pone, con questa costruzione della fattispecie penale, è che viene circoscritto  l’ambito di applicazione della normativa alle sole gare agonistiche, escludendo tutte quelle condotte di procacciamento, favoreggiamento  o assunzione di sostanze dopanti che avvengano al di fuori di tale contesto. Non è, dunque, chiaramente delimitata l’area dell’illecito, lasciando così spazio a varie interpretazioni; la più attendibile è quella secondo cui la ratio della legge imporrebbe di delimitare la rilevanza penale alle pratiche di doping realizzate in occasione di gare sportive ufficiali, organizzate da federazioni ed altri enti riconosciuti, seguendo, insomma, la ratio della L. n. 401/89.
Sul piano oggettivo, le diverse condotte del soggetto agente devono avere ad oggetto farmaci o sostanze biologicamente o farmacologicamente attive “ricompresi nelle classi previste dall’art. 2 comma 1” della L. 376/2000.
Problemi interpretativi e contrasti giurisprudenziali sono sorti immediatamente dopo l’entrata in vigore della “Legge antidoping” a cagione della individuazione dei farmaci e sostanze dopanti.  L’art. 9, infatti pare integrare una tipica ipotesi di “norma penale in bianco”, poiché la legge nel classificare le sostanze dopanti, rinvia ad un elenco di farmaci, sostanze e pratiche mediche elaborate dalla Commissione Antidoping e trasfuse in un decreto ministeriale (emesso il 15 ottobre 2002 dal Ministro della Salute, di concerto con il Ministro per i beni e le attività culturali, e pubblicato sella G.U. n. 278, suppl. ord. del 27/11/2002). Sembrerebbe la tecnica di costruzione della fattispecie penale utilizzata in quelle materie (si pensi al D.P.R. n. 309/90 in materia di stupefacenti) in cui la norma penale, per essere efficace, deve essere integrata con l’intervento di  appositi organi tecnici per aggiornare periodicamente  l’elenco delle sostanze vietate.
Orbene, la questione dibattuta era se le sanzioni penali contro il doping abbiano bisogno o meno del Decreto Ministeriale di ripartizione in classi dei farmaci e delle sostanze biologicamente o farmacologicamente attive: secondo la Cassazione, Terza sezione (sent. n.46764/04) il reato sussiste anche senza decreti, mentre  la Seconda Sezione penale – esprimendo  invece il proprio dissenso  dalle conclusioni della terza sezione, ha ritenuto necessario (con ordinanza  29 dicembre 2004 n. 49949) rimettere la questione alle Sezioni Unite per porre fine al contrasto, attraverso una risposta definitiva al problema. Le Sezioni Unite, con approfondite argomentazioni, anche alla luce della normativa comunitaria, hanno risolto definitivamente la questione enunciando il seguente principio: “le ipotesi di reato previste dall’art. 9 della L. 376/2000, sono configurabili anche per i fatti commessi prima della emanazione del decreto del Ministro della Salute, in data 15 ottobre 2002, con il quale, in applicazione dell’art. 2 della L.376, sono stati ripartiti in classi di farmaci le sostanze biologicamente e farmacologicamente attive e le pratiche mediche il cui impiego è considerato doping”.
Il principio elaborato dalle SS.UU. prende corpo dall’analisi della L. n. 522/1995 – che ha ratificato la Convenzione contro il doping, stipulata a Strasburgo il 16 novembre 1989-  rilevando che la lista recepita dalla L. 522 suddivideva le “sostanze doping” nelle seguenti classi: a) stimolanti, b) narcotici, c) agenti anabolizzanti, d) betabloccanti, e)diuretici, f) ormoni peptidici e affini. Pertanto, “a tali sostanze, tutt’altro che indeterminate, ed ai relativi principi attivi, va riferita la possibilità di applicazione – anteriormente alla vigenza del D.M. 15.10.2002 – della disciplina penale introdotta dall’art. 9 della L. 376/2000 anteriormente all’ emanazione del D.M. 15.10.2002. Lo stesso vale per i “metodi di doping”.  Secondo le SS.UU., dunque, l’intento del legislatore è stato quello di delegare al decreto ministeriale non già l’individuazione dei farmaci, sostanze, pratiche mediche costituenti doping, bensì soltanto l’approvazione delle classi in cui siffatti farmaci, sostanze e pratiche mediche sono destinati a ripartirsi.
Altro spunto di riflessione che offre la L. n. 376, riguarda la possibilità che l’atleta neghi il consenso al controllo antidoping; in tal caso, la possibilità di accertare la commissione del reato di doping sportivo da parte dell'atleta, verrà ad essere sostanzialmente vanificata, a meno che non vi siano altri elementi probatori; si aggiunga che tale diniego non è stato assoggettato a pena, a differenza  del rifiuto di sottoporsi all'accertamento dello stato di ebbrezza da alcool o da sostanze stupefacenti -articoli 186, comma 6, e 187, comma 5, del codice della strada- ma solo a sanzioni e procedure disciplinari sportive. Orbene, la mancata previsione di un obbligo penalmente sanzionato per l’atleta di sottoporsi ai controlli, (invece prevista nella precedente L. n.1099/71) determina serie difficoltà di accertamento probatorio. Tale scelta di politica criminale, dunque, appare improntata alla salvaguardia  del principio di libertà personale dell’atleta rispetto alla tutela della sua salute. L’atleta, quindi, è al tempo stesso “soggetto attivo” e “oggetto materiale del reato” in quanto  l’ azione delittuosa ricade sul corpo di quest’ultimo.
Il problema maggiore che si pone riguarda la probabilità che l’atleta “autore del reato” faccia dichiarazioni autoincriminanti. Il nostro codice di procedura penale, infatti, riconosce alla persona sottoposta alle indagini, il diritto di mentire nell’esercizio del suo diritto di difesa, la facoltà di non rispondere, senza contare la presenza di quelle disposizioni normative sulla chiamata in correità dell’imputato nei confronti di altri coimputati (artt. 192, 197, 197 bis, 210, 513 c.p.p.); allorché, sarà molto complesso per gli organi inquirenti, raggiungere la prova  del reato di assunzione di sostanze dopanti, se non attraverso il sequestro e l’esame dei referti  degli esami del sangue e delle urine dell’atleta. Diverso sarebbe stato, invece, se l’atleta fosse rimasto escluso dalla cerchia dei soggetti punibili divenendo così, all’interno del processo, testimone e persona offesa, con l’obbligo penalmente sanzionato di dire la verità.                                                          
Invece, in questa logica legislativa, che vuole la punibilità dell’atleta-assuntore, viene compromessa la possibilità di risalire, nonché reprimere, i fenomeni commerciali che  ruotano attorno a lui (accertamenti su chi procaccia, somministra le sostanze dopanti ovvero attua le pratiche mediche per i fini illeciti vietati dalla norma) e che alimentano il mondo sportivo; può pacificamente rilevarsi, infatti, che l’atleta sia l’ultimo anello debole di una catena ben più ampia.
Quel che è certo è che il fenomeno del doping sta dilagando a macchia d’olio e diventando quasi una “prassi” nel mondo sportivo; un fenomeno che anziché regredire, si sta ampliando in modo esponenziale - ne sono una conferma i fatti raccontati dai telegiornali in questi giorni, sulla scoperta di atleti italiani partecipanti alle olimpiadi di Pechino 2008, trovati positivi ai controlli antidoping o ancora, nel mondo del ciclismo.
Questo può in parte  evidenziare la scarsa efficacia deterrente della legge in materia di doping ma soprattutto la necessità che, al di là di una attività di repressione, venga fornito un forte contributo - da parte di chi opera nel mondo sportivo- volto al riavvicinamento  e sensibilizzazione degli atleti, specialmente i più giovani, ai valori di una sana cultura sportiva.


Avv. Linda Morgese ^ Vai all' inizio


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