Esercizio abusivo professione ultime pronunce Suprema Corte
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Articolo del 11/07/2008 Autore Avv. Luigi Modaffari Altri articoli dell'autore


Il reato di esercizio abusivo della professione alla luce delle ultime pronunce della suprema corte

Innanzitutto, prima di approfondire le ultime pronunce giurisprudenziali inerenti il reato de quo, appare utile premettere brevi cenni in generale sull’illecito di esercizio abusivo della professione ex art. 348 c.p.. Tale norma punisce chiunque esercita abusivamente una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato. Preliminarmente, si deve precisare che la disposizione predetta è norma penale in bianco, la quale contiene un rinvio ad altre norme per la determinazione delle professioni per le quali è richiesta una speciale abilitazione dello Stato. Ne consegue che l’osservanza delle norme che disciplinano l’esercizio della professione tutelata è richiamata dalla norma incriminatrice in esame al punto che le disposizioni attinenti le professioni stesse sono recepite nel precetto penale.

 

Ciò precisato, il bene protetto dalla figura delittuosa de qua ha carattere generale ed è costituito dall'interesse generale a che determinate professioni, richiedenti particolari requisiti di conoscenza e competenza tecnica, vengano esercitate soltanto da chi, avendo conseguito una speciale abilitazione, risulti in possesso delle qualità morali e culturali previste dalla legge. L'interesse sopra menzionato si ravvisa in via diretta e immediata nell’esigenza di tutelare la pubblica amministrazione, la cui organizzazione è offesa dalla violazione delle norme che regolano le professioni. Invece, detta tutela riguarda solo di riflesso gli interessi degli ordini professionali, i quali, in caso di commissione del reato in questione, possono far valere nei confronti del reo solo un danno diretto, di carattere patrimoniale.
In particolare, gli ordini professionali possono lamentare la lesione degli interessi patrimoniali degli iscritti medesimi, i quali sono stati soggetti alla concorrenza professionale di un “professionista” non abilitato, e pertanto screditati dal punto di vista professionale a causa dell'attività di un soggetto non in possesso dei requisiti culturali e di competenza tecnica previsti dalla legge. In secondo luogo, gli ordini professionali possono, altresì, fare valere una diretta lesione all'immagine dell'ordine stesso. Ciò per avere subito una perdita di credibilità quale portatore degli interessi della categoria rappresentata (Cass. Pen. Sent. 22274/06).
Inoltre, è legittimato a costituirsi parte civile nei confronti di chi ha esercitato abusivamente la professione (nella fattispecie, medico odontoiatra) il privato che, senza sua colpa, si sia avvalso delle prestazioni rese da tale soggetto, subendone un danno (Cass. Pen. Sent. 3996/05).

Dal punto di vista oggettivo, integra la fattispecie in esame l’esercizio in concreto di un’attività per la quale viene richiesta una particolare abilitazione che non si possiede.
Detta condotta non necessita di essere reiterata nel tempo, ma è sufficiente anche il compimento di una sola isolata prestazione professionale (Cass. Pen. Sent. 22274/06).
Inoltre, parte delle giurisprudenza, ai fini della sussistenza dell’illecito in esame, considera atti rilevanti dal punto di vista penale solo quelli “tipici” della professione illegittimamente esercitata. Per esempio, con una recente pronuncia la Suprema Corte ha ritenuto integrato l'illecito de quo nel caso in cui un soggetto non abilitato alla professione medica abbia prescritto farmaci “da banco”. Infatti la prescrizione di farmaci, che costituisce un atto “tipico” della professione medica, è condotta che “per antonomasia” integra l’illecito in esame. Lo stesso dicasi anche quando si tratta di farmaci “da banco”, cioè liberamente vendibili in farmacia senza ricetta. Tale condotta è stata ritenuta illecita, in particolare, nell'eventualità in cui tale prestazione sia effettuata in un contesto complessivamente idoneo ad accreditare una qualificazione medica in realtà non conseguita (Cass. Pen. Sent. 16626/05).
Ulteriori esempi di atti tipici si ravvisano  nell'individuazione e diagnosi delle malattie, nella prescrizione di cure e nella somministrazione di rimedi (Cass. Pen. Sent. 27329/05 e Sent. 30590/03).
Invece, ottemperando ad un opposto orientamento, vi sarebbero ricompresi nel precetto anche gli atti cosiddetti “non tipici”, cioè atti non “propri” di una data professione ma strumentalmente connessi a questi ultimi (così la Cass. Pen. Sent. 26829/06, la quale considera “illeciti” ex art. 348 c.p. quegli atti “non tipici” (nel senso sopra descritto), sempre se siano connotati dai requisiti della continuità e professionalità).

 

Quanto all’elemento psicologico, la condotta del reo deve essere connotata dal dolo semplice, cioè dalla coscienza e volontà di esercitare un’attività professionale con la consapevolezza della mancanza del titolo abilitativo. Inoltre, considerata l’indisponibilità del bene tutelato della fattispecie delittuosa in esame, non assume rilevanza alcuna l’assenza di scopo di lucro o il movente a carattere privatistico del reo (Cass. Pen. Sent. 10816/00). Inoltre, la sussistenza dell’illecito non viene esclusa neppure nel caso di consenso alla prestazione manifestato dal destinatario. Ciò accade quando l'”assistito” sia ben a conoscenza della mancata abilitazione richiesta dalla legge per l'esercizio di quella professione in capo al “professionista” considerato.
Infine, l'errore o l'ignoranza sulla normativa che disciplina l'iscrizione all'albo non ha valore scriminante nel caso non sia conosciuta dall'”assistito”. Ciò si spiega, come detto, poiché tale ignoranza costituisce errore su una norma integratrice della norma penale, la cui non conoscenza non viene mai giustificata, salvo i casi di impossibilità di conoscenza alla luce della storica sentenza n. 364 del 1988 della Corte Costituzionale.

Il reato in esame si consuma nel momento in cui sia posta in essere indebitamente una prestazione professionale. In particolare, per la sussistenza del delitto de quo è sufficiente il compimento anche di un solo atto che sia riservato ad un professionista abilitato.

Infine, riguardo alla professione forense, con una pronuncia a Sezioni Unite, la Suprema Corte ha chiarito che l'azione disciplinare promossa dall'Ordine degli Avvocati deve essere esercitata nei confronti degli iscritti, avvocati o praticanti avvocati che siano, nell'ipotesi in cui si rendano colpevoli di fatti contrari alla dignità e al decoro della professione forense, a prescindere dall'accertamento in sede penale della commissione dell'illecito ex art. 348 c.p..
Nel caso di specie un praticante avvocato aveva esercitato il patrocinio senza esserne ammesso.
Tale pronuncia prende le mosse dal fatto per cui che nell'ambito della categoria dei praticanti avvocati sussiste la distinzione fra praticanti “semplici” e praticanti abilitati al patrocinio. Nel caso di questi ultimi, lo scadere del patrocinio non comporta anche il venir meno dello status stesso di praticante e dell'interesse del soggetto a continuare ad essere iscritto nel registro speciale ai fini dello svolgimento della pratica con esclusione del patrocinio stesso. Pertanto, sino a quando non intervenga il provvedimento di cancellazione dal suddetto registro dei praticanti, il praticante continua ad essere assoggettato al potere disciplinare del Consiglio dell'Ordine. (Nella specie, alla stregua dell'enunciato principio, la S.C. ha rigettato il ricorso proposto nell'interesse di un praticante avvocato nei cui confronti era stata irrogata la sanzione disciplinare della censura per avere lo stesso prestato assistenza giudiziale in epoca successiva alla scadenza del periodo di abilitazione alla professione forense ed al conseguente provvedimento di cancellazione dall'elenco dei praticanti abilitati, nel mentre aveva conservato l'iscrizione nel registro dei praticanti avvocati esclusi dal patrocinio)(Cass. Sezioni Unite Sent. 12543/06).

 


Avv. Luigi Modaffari
Avvocato
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