L’avvocato e la salvaguardia dei diritti umani
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Articolo del 14/06/2008 Autore Dott. Mauro Savino Altri articoli dell'autore


L’AVVOCATO E LA SALVAGUARDIA DEI DIRITTI UMANI

(Art. 7, II, Codice Deontologico Forense, come approvato dal Consiglio Nazionale Forense nella seduta del 17 aprile 1997 ed aggiornato con le modifiche introdotte il 16 ottobre 1999, il 26 ottobre 2002, il 27 gennaio 2006 e il 18 gennaio 2007)

1.  I diritti umani:un concetto sfuggevole. Un possibile punto di partenza.– 2.Diritti   
con le ali: contro la sofisticheria demagogia degli astrattisti. – 3.  Avvocati e diritti umani: una  favola raccontata a veglia?

    1.  L’art. 7, II del Codice Deontologico Forense, rubricato come “Dovere di fedeltà” dispone:

L'avvocato deve esercitare la sua attività anche nel rispetto dei doveri che la sua funzione gli impone verso la collettività per la salvaguardia dei diritti dell'uomo nei confronti dello Stato e di ogni altro potere.

   La norma rivendica dunque un sostrato etico-sociale nell’esercizio della professione legale. E certo non desta alcuna perplessità una simile prospettiva quando attenga ai normali obblighi di lealtà e correttezza da osservarsi da parte dell’avvocato nei confronti del cliente o dei colleghi.
   Ma quando si parla, come qui accade, nell’ambito dei doveri di fedeltà dell’avvocato nei confronti della collettività, di “salvaguardia dei diritti dell’uomo” si afferma qualcosa che rischia facilmente di cadere nel novero di quelle mere dichiarazioni d’intenti che tramutano norme di ampio respiro in norme di poco o nullo respiro a causa dell’astrattezza che loro si tende ad ascrivere e che le  condanna così ad avere scarsa presa sulla realtà.
   Del resto, l’oggetto stesso della salvaguardia, i diritti umani, sfugge ad una caratterizzazione univoca.
   Li si è intesi, di volta in volta, come “l’espressione della coscienza storica, impegnata nel realizzare ciò che si può definire il bene umano”(1); oppure come la risultante da un lato, di un’istanza naturale (dunque universale) appartenente ad ogni uomo, “che sente la privazione dei diritti come un torto”, dall’altro, “della diffusione universale dello Stato moderno” come loro garante(2); ancora, secondo una nomenclatura classica, si parla di diritti umani in termini di universalità e sussistenza per natura degli stessi, per distinguerli da quelli che, essendo frutto dell’elaborazione storica e culturale, conservano una valenza solo localistica e contingente(3).
   Tralasciando gli aspetti riguardanti la sovranità dello Stato, che queste concezioni sottendono in maggiore o minore misura, e che esulano dal tema che ci occupa, soffermiamoci invece sulle loro implicanze in tema di diritti umani.
   Una questione si impone qui preliminarmente.
   Non ci si vuol certo nascondere, infatti, che, quando si sia detto universalità dei diritti sussistente per natura, non si è ancora detto nulla di preciso sul loro contenuto, e, che, cartesianamente, occorre stabilire, prima di ogni altra cosa, il significato dei termini che si intendono utilizzare, nella fattispecie, chiarire della salvaguardia di cosa si stia qui parlando.
   D’altro canto, la sterminata bibliografia in argomento sconsiglia qualsiasi ingenuità fideistica nei confronti dell’esaustività di questa o quella tra le definizioni possibili.
   Cionondimeno, e con la cautela sestana del definire solo disserendi causa, accogliamo la chiarificazione offerta da Raimondo Spiazzi, che scrive, a proposito dei diritti umani:

         Se si interroga l’uomo in profondità…si vedono emergere dall’immensa varietà delle condizioni e delle esperienze individuali, non solo certi modi di comportamento comunemente ammessi, ma anche certi dettami o imperativi, che attestano il connaturale formularsi interiore – a livello di intelligenza e di coscienza – di principi teoretici e pratici senza dei quali non potrebbe aver corso la vita del pensiero né regola il mondo dell’azione. Sono appunto le leggi “naturali” del pensiero (principi di contraddizione, o di identità, di causalità, di finalità, di ragion sufficiente) e dell’azione cosciente e retta del pensiero (finalismo del bene umano da attuare, e quindi distinzione tra il bene e il male, e quindi imperativo interiore, prima che esterno e positivamente formulato sul piano religioso o civile, di fare il bene e di evitare il male nei vari campi dell’azione). Si tratta di propensioni, di impulsi dello spirito umano, che quasi si direbbero istintivi – ma pur sempre razionali – perché immediatamente scattanti quando si percepisce la rispondenza o la difformità tra le azioni in progetto e le esigenze del vero bene dell’uomo(4).

   Con lo scopo non soltanto di dare un orientamento di fondo alle riflessioni che andremo facendo, abbiamo voluto riportare questo lungo passo anche per volgerci a considerare ora la natura del dovere di salvaguardia dei diritti umani che il Codice deontologico assegna all’avvocato, avendo presente di volta in volta, contro cosa va chi, in qualsivoglia modo, li infrange.
        

   2. Se  il concetto di diritto umano può presentarsi come misura di un’istanza etica universale, dall’altro, se lo si riferisce alla necessità della sua garanzia, ossia alla sua attuabilità, esso suscita non di rado quel sentimento di ironico disincanto di cui parlava Raffaello Franchini(5), che in proposito ha scritto:

si parla sovente…del “diritto della forza” contrapposto fortunatamente alla “forza del diritto”, o della “ragione” che sarebbe “degli sciocchi”…o della dura realtà che “contro la forza la ragione non vale”…mentre il buon senso è la logica come senso critico e deduzione di verità ridotta a patrimonio comune degli uomini, il senso comune è l’accettazione acritica, servile, conformistica delle mode e delle parole d’ordine(6).
  

   A fronte di un “senso comune” imperante, e che sinistramente pretende di indicare una sorta di  “viver del mondo” manzoniano, occorre del pari “uscire dall’ambito delle buone intenzioni” per far posto ad una “azione concreta”(7), pena l’inattuazione e il riconoscimento solo fittizio dei diritti umani(8).
   Ed è appena il caso di sottolineare come, nel campo dall’attività forense, una tale inattuazione è quanto di peggio possa gravare sulla reputazione di quanti la esercitano, se, come è stato detto, il concetto di etica legale suona addirittura ossimorico e se rappresentano tutto fuorché un’eccezione, quei professionisti legali meno preoccupati della loro sciagurataggine morale che di coltivarla, spesso con risultati egregi, dimenticando, occasionalmente, o perfino deliberatamente, le norme etiche che dovrebbero guidarne la condotta professionale(9).
   Va qui osservato che non a caso il nostro discorso sulla salvaguardia dei diritti umani da parte dell’avvocato è finitimo a quello morale.
   Non soltanto, infatti, se da un lato non è del tutto obliterabile la cautela cui accenna Flavia Monceri(10) sulla genealogia della morale come fatto culturale, dall’altro resta pur sempre vero che

il principio del dovere ha una priorità storica su quello dei diritti dell’uomo. Ma ha altresì una priorità logica. L’affermazione di un diritto può fondarsi solo sul rispetto di un dovere; del resto un dovere può essere assunto o sentito indipendentemente dall’esistenza di un diritto. Ma non viceversa(11).

   Va detto altresì che un disancoraggio dei diritti umani dalla morale, che si guardi a questa in termini fondazionalistico-kantiani o che ci si batta per un’etica dei sentimenti a la Hume(12), finisce per comportare un bargaining con la politica, ovvero con interessi di parte che, richiamandosi a non meglio precisati diritti dell’uomo, ne strumentalizzano la portata a favore di questa o quella logica di potere(13).
   Torniamo al problema della garanzia.
   Da questo punto di vista, una visione come quella crociana, che noi accogliamo, riflette sulla circostanza per cui i diritti di libertà si affermano solo in contesti sociali conflittuali e sopravvivono solo grazie all’impegno individuale e non per mezzo di astrazioni giuridiche o di garanzie solo enunciate.(14)
   Ma cosa si intende per “impegno individuale”?
   Innanzitutto, seguendo Franchini, qui interprete di Croce, accentuazione del relativo: gli slogans, i cataloghi di diritti, sono degli assoluti, ma rischiano di restare tali se non diventano momento strumentale rispetto al loro passaggio all’atto, da parte di individui uti singuli considerati, che come tali possono vagliare anche la possibilità di attuare opportuni cambiamenti di rotta quando appaiano necessari.
   In secondo luogo, acquisizione e successiva messa in pratica della fondamentale consapevolezza che il godimento effettivo dei diritti, cioè in quanto delimitato dalla legge, esige un approccio critico in ordine alle possibilità di fruizione dei diritti stessi, approccio critico che, a tutti i livelli si deve esplicare primariamente nella convinzione che la forza va concepita come  “difesa perenne dei deboli ossia di quanti non sanno e non vogliono ricorrere all’iniziativa privata per affermare la giustizia”(15).
   Diversamente, l’ “inutile e demagogica fantasticheria di astratti razionalizzatori” e la disincantata visione per cui non resta che accettare uno “Stato che sa essere debole coi forti (ossia coi prepotenti) e forte coi deboli”(16), finiscono per diventare le due facce di una stessa medaglia. O peggio ancora la prima diviene copertura mistificatoria della seconda quando “il grande dispendio di argomenti morali ed il binomio obbligato ethics and public affairs…servano…a fornire la necessaria copertura di legittimazione a scelte puramente dettate dalla logica dell’interesse e della potenza.”(17)
   Tale cornice di riferimento implica o può implicare l’assunzione di posizioni “non conformistiche, non ufficialmente accette”, ma che possono contribuire ad estendere lo spazio delle libertà, se per libertà si intende non “assenza di disciplina e di impegni” ma “assunzione disciplinata e autonoma di un impegno costante.”(18)
  Ecco allora che l’asserzione “salvaguardia dei diritti umani” comincia ad assumere la giusta coloritura: la necessità di tale salvaguardia non può non avere a che fare con una coscienza fattiva, operante e non con un convincimento più o meno vago della sua importanza.

   3. Una volta fissate le linee guida del nostro discorso, vediamo quali conseguenze se ne possono trarre sul piano specifico dei  rapporti tra la professione di avvocato e la tutela dei diritti umani.
   Gustavo Zagrebelsky ha scritto: “non c’è forse altro luogo sociale, ad eccezione forse di quello militare, in cui la teoria della doppia morale celebra i suoi fasti quanto quello dei giuristi.”(19) e d’alto canto:

vi è spesso nell’avvocato un tratto tipico del giurista in generale ma che è presente soprattutto nel funzionario, ed è quello di celare le proprie scelte (anche morali) dietro il richiamo alla legge (“la legge è legge”) o – ciò che è lo stesso – ai doveri del proprio ufficio, all’ideologia del cosiddetto ‘atto dovuto’.(20).

   Se ne deduce che “la difesa o l’assistenza al cliente – ‘nei limiti della legge’, come si dice – sembra così legittimare pratiche persino immorali e di certo gravemente e intollerabilmente lesive degli interessi della parte avversa e di quelli pure dell’amministrazione della giustizia considerata come bene collettivo.”(21)
   “Nel migliore dei casi, continua La Torre, secondo la teoria della morale professionale o dell’etica del ruolo, ciò che può richiedere una giustificazione è l’esistenza di o la vigenza di una certa professione o di un certo ruolo.”(22) Dopodichè la giustificazione di quel ruolo o professione agirebbe come “ragione escludente di ulteriori giustificazioni o fondazioni degli atti o delle condotte che si assumono nello svolgimento della professione o nell’adempimento del ruolo.”(23)
   Sembra dunque che scientia legis excuset e che principi di portata generale come quello della “salvaguardia dei diritti umani” siano da intendersi al più in senso esortativo e subordinati alla cogenza della regula iuris, con buona pace della sentita esigenza di una loro valenza concreta.
   Le cose stanno davvero cosi?
   “Una ragione è ‘escludente’ di una ragione ulteriore – argomenta La Torre – solo là dove quest’ultima possa farsi valere o riconoscersi. Tanto la norma positiva quanto la regola professionale non possono di conseguenza impedire la considerazione di ragioni che alla fine di tale processo potranno eventualmente essere accantonate.”(24)
   Né le norme professionali, né quelle di legge possono obliterare la considerazione e l’azione di criteri morali, pena, tra l’altro, un inammissibile capovolgimento della gerarchia delle fonti stesse del diritto.
   Se, infatti, le regole morali sono, come ricorda La Torre, “regolative”, ovvero “non costituiscono l’oggetto su cui vertono”, bensì “rimandano alla vigenza di regole ‘costitutive’, come quelle fondamentali di un sistema giuridico”(25), che assicurano il darsi di quelle regole morali nella misura in cui ne costituiscono la cornice istituzionale, porle, quando pure, dopo la legge, equivale a null’altro che a porre dopo di essa i suoi fondamenti, o, il che è lo stesso, la causa dopo l’effetto!
   Non si può e non si deve avallare un’immagine letteraria e popolare dell’avvocato quale quella che descrive, evidenziandone la patente contraddizione, Robert Post quando dice:

we both want amd in some respects have a universal, common culture, and we simultaneously want that culture to be malleable and responsive to the particular and often incompatible interests of individual groups of citizens…We use lawyers both to express our longing for a common good, and to express our distaste for collective discipline.(26)

   Non si può e non si deve concedere diritto di cittadinanza all’accettazione tacita di una sorta di brocardo tutto pratico, per cui, sulla scorta dell’analisi di David Luban, se gli avvocati vincono perde la giustizia, se la giustizia vince gli avvocati perdono(27), situazione che Luban ascrive da un lato a quella che definisce “instrumental morality” – leggi e argomenti legali meri strumenti nelle mani del professionista legale da volgere all’uso più opportuno – dall’altro ad un uso della legge dimentico della sua “authority”(28).
   Ora, Luban propone di insistere sul fatto che gli avvocati dovrebbero proporre i loro argomenti solo quando possano farlo in base al principio di buona fede.
   Ma esso stesso principio si presta ad essere manipolato, come Luban stesso dimostra a proposito del rifiuto di rivelare informazioni, in giudizi riguardanti i cd. colletti-bianchi, quando questi possano invocare il privilegio della segretezza delle stesse, che l’avvocato non esita a  richiamare, tutta la buona fede consistendo nel fatto che può farlo senza con questo contravvenire agli standard professionali. Anche quando tutto parla contro chi invoca quel privilegio in buona fede.
Ancora, in una serie di casi esaminati alla fine del libro, Luban mostra come anche lo stesso obbligo del segreto professionale possa generare situazioni che l’autore definisce “paradossali”(29): di fronte alla condanna di un innocente, essendo a conoscenza l’avvocato di parte avversa di informazioni rivelategli dal suo assistito e che scagionerebbero la controparte, è sufficiente richiamarsi all’etica professionale che impedisce di rendere note quelle informazioni? Luban non ha dubbi: permettere una cosa del genere è “ipocrita” ed “osceno”(30).
   Sennonché, in assenza di una norma espressa, e che comunque, fuori dei casi limite, potrebbe essere interpretata assai liberamente, tutta la questione è rimandata invariabilmente alla coscienza dell’ avvocato stesso.
   E allora, fatto senz’altro salvo, kantianamente, il principio morale della difesa dei  diritti dell’uomo, il nostro problema cambia angolazione: posto che il precetto etico merita senz’altro di essere tradotto in pratica e secundum legem, la difficoltà consiste nella malagevolezza di questa traduzione.
   Prendiamo la situazione descritta da Lubian: cosa dovrebbe fare il nostro avvocato? Rivelare le informazioni fornitegli dal suo cliente e contravvenire all’obbligo di segretezza? Si provi allora ad immaginare cosa ne sarebbe del diritto di difesa se, in nome della propria coscienza, si cominciassero a diffondere notizie confidenziali riguardanti il cliente che si assiste. Si stabiliranno casi e modi per legge? E chi ci salverà poi dallo Stato etico? Rinunciare al mandato? Non impedirà però così che la norma morale venga infranta da colleghi più spregiudicati. Fare opera di convincimento nei confronti del proprio cliente perché, in nome di ciò che è giusto, quest’ultimo condanni se stesso per favorire la controparte?  Francamente abbiamo qualche difficoltà ad immaginare in giro tutti questi Socrate e tutti questi avvocati-preti.
    La verità è che la sfera morale, come i diritti umani, ha una sostanza individuale, poiché individuale ne è l’appartenenza, come individuale è la fruizione dei diritti umani stessi(31).
   E all’avvocato impegnato nella loro salvaguardia, non è concesso “il comodo ruolo dell’eterno quanto vano censore”: e questo significa che “l’affermazione concreta dei principi morali” può ben avere a che fare con un “campo di lotta”(32) in cui forse non tutti vogliono scendere.
   Trattasi infatti di un campo di lotta in cui spesso si scontrano le istanze di efficienza e le istanze di garanzia di un sistema giuridico. Privilegiare le prime in luogo delle seconde, piuttosto che sforzarsi in vista di una loro sintesi, comporta esiti come quelli descritti fin troppo realisticamente nelle belle pagine che Sergio Moccia ha dedicato al tema del garantismo in ambito penale, a proposito del quale osserva:

I diritti dell’individuo non possono, invero, essere oggetto di una considerazione astratta, scollata dalla loro prassi, ma, anche in momenti di pieno disagio sociale, essi sono dei valori dai quali non si può prescindere; la giustizia penale deve operare efficacemente, ma in modo accettabile e controllabile. Laddove i livelli di garanzia dovessero risultare insufficienti, il meccanismo finisce con l’incepparsi o per funzionare a costi eccessivi, sia per i diritti dell’individuo sia per la stessa affidabilità delle scelte di politica criminale(33).

   Una attività legislativa cronicamente emergenziale in ambito penale, leggende come quella per cui i fenomeni criminali possano essere combattuti con i giudici, ma anche l’ insostenibile leggerezza con cui si guarda, non più che rassegnati o quasi, all’ inquietante lunghezza dei processi in ambito civile, l’approccio dilettantistico con cui la politica affronta il problema-giustizia nel nostro Paese, e non da ultimo, una certa attitudine lassista da parte della classe forense nei confronti dell’ atteggiamento prostitutorio che certi avvocati fin troppo hobbesiani considerano consentaneo con la professione che esercitano, a null’altro nuocciono che alle fondamenta stesse del nostro sistema giuridico e prima ancora costituzionale, contrabbandando per praticità o efficacia degli interventi legislativi e giudiziari e delle azioni legali quella che è solo una messa da parte della ragione stessa per cui a tutti i livelli si interviene e si agisce o si dovrebbe farlo: il Diritto.


(1) Teresa Ravazzolo, “Considerazioni intorno all’universalità dei diritti umani”, in Pace, diritti dell’uomo, diritti dei popoli, VI, 1, 1992, p. 61, cit. in Alberto Scerbo, Giustizia, sovranità, virtù, “Università”, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp. 47-48.

(2) Martin Kriele, “L’universalità dei diritti dell’uomo”, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, 1992, pp. 25-26, cit. in Scerbo, cit., p. 48.

(3) Antonio Tarantino, “Per un superamento dell’odierna ambiguità dei diritti fondamentali”, in Iustitia, 1997, p. 203, cit. in Scerbo, cit., p. 48.

(4)Raimondo Spiazzi, Lineamenti di etica politica, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 1989, p. 56-57.

(5) Raffaello Franchini, “Le basi filosofiche dei diritti umani”, in Il diritto alla Filosofia, Napoli, SEN, 1982, p. 23.

(6) Ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Sulla funzione teoretica e pratica dell’ordinamento giuridico cfr. Francesco Gentile, Ordinamento giuridico tra virtualità e realtà, Padova, CEDAM, 2000, pp. 54-55, cit. in AA.VV., Una introduzione alla filosofia del diritto, “Università”, a cura di Massimo La Torre e Alberto Scerbo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 161.

(9) John A. Nyman, Geoffrey C. Hazard e Angelo Dondi, Legal Ethics. A comparative study, Stanford, Stanford University Press, 2004, p. 153.

(10) Flavia Monceri, Altre globalizzazioni. Universalismo liberal e valori asiatici, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, pp. 288-289: “il ricorso al termine ‘morale’ instilla qualche legittimo dubbio nel lettore, visto che un sistema morale è sempre determinato culturalmente.”

(11) AA.VV., I diritti umani. Un’immagine  epocale, “Ateneo ricerche”, a cura di Giulia M. Chiodi, Guida, 2000, p. 16.

(12) Sul punto v. Richard Rorty, Verità e progresso. Scritti filosofici, “Campi del sapere”, trad. it. a cura di Gianlazzaro Rigamonti, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 170 e ss.

(13) Bruno Amoroso, in Persone e comunità. Gli attori del cambiamento, “Strumenti e scenari”, Dedalo, 2007, p. 120, seppure in un contesto internazionale, contestando la separazione di diritti e politica, eguaglia la loro impoliticità alla possibilità di un loro uso arbitrario, finalizzato a proporre un certo modello etico proprio per fini politici. E sia. Ma forse sarebbe il caso di porre attenzione, semmai, al fenomeno opposto: è la politicizzazione dei diritti umani che ha condotto ad esiti poco entusiasmanti, proprio nel contesto di riferimento preso in considerazione dall’autore. Cfr., a tal proposito, Gianluigi Palombella, Dopo la certezza. Il diritto in equilibrio tra giustizia e democrazia, “Strumenti e scenari”, Dedalo, 2006, p. 36.

(14) Cfr. Franchini, cit., p. 27.

(15) Franchini, cit. p. 31. Cfr. AA.VV., Una introduzione alla filosofia del diritto, cit., p. 161 : “Il contributo della virtù si esplica, e si deve esplicare, in tutte le manifestazioni della politica e nei diversi campi espositivi della dialettica giuridica.”

(16) Ibidem.

(17) Pier. Paolo Pontinaro, La rondine, il topo e il castoro. Apologia del realismo politico,  “I grilli”, Venezia, Marsilio, 1993, p. 95, cit. in Una introduzione alla filosofia del diritto, cit., p. 166.

(18) Franchini, cit., p. 35.

(19) Gustavo Zagrebelsky, “Introduzione” a Robert Alexy, Concetto e validità del diritto, “Biblioteca Einaudi”, trad. it. a cura di F. Fiore, Torino, Einaudi, 1997, p. XVII, cit. in Massimo La Torre, Il giudice, l’avvocato e il concetto di diritto, “Supersaggi”, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, p. 148.

(20) Ibidem. Sia chiaro che per noi il ruolo della legge in quanto mise en forme del principio morale non è affatto in discussione. Ciò che si contesta è il richiamo opportunistico alla legge, che quando si risolve nella pretermissione dei diritti umani rende il Diritto succube di ciò che dovrebbe dominare. Cfr. supra, p. 8.

(21) La Torre, cit., p. 153.

(22) Ibidem.

(23) Ibidem.

(24) Ibidem.

(25) Ibidem.

(26) Robert C. Post, “On the Popular Image of the Layer”, California Law Rev., 75, 1987, p. 383, cit. in David Luban, Lawyer and Justice. An ethical study, Princeton, Princeton University Press, 1988, p. 15.

(27) Luban, cit., p. 15.

(28) Luban, cit., p. 16.

(29) Luban, cit., p. 179.

(30) Ibidem.

(31) Cfr. Dino Pasini, I diritti dell’uomo. Saggi di filosofia politico-giuridica, Napoli, Jovene, 1979, cit. in Franchini, cit., p. 32. Sostanza individuale che deve operare soprattutto in via preventiva, come suggeriscono queste riflessioni di Nino Amadore, La Zona Grigia. Professionisti al servizio della mafia, Palermo, La Zisa, 2007, p. 23-24: “Sono andato a leggere il Codice deontologico agli avvocati alla ricerca di una norma di dettaglio su casi specifici di coinvolgimento di avvocati in fatti di mafia e mi sono reso conto che il Codice non prevede nulla…La sanzione non arriva nemmeno quando il legale è stato arrestato…si plaude all’autosospensione degli organi di governo della categoria del professionista incriminato, richiamandone l’alto valore di coscienza del soggetto e si trascura il basso valore sul piano delle misure di prevenzione di cui pure un Ordine professionale dovrebbe essere dotato.” Ora, a prescindere dalla questione, che non ci interessa in questa sede, se un Ordine professionale debba stabilire delle norme “di dettaglio”, il richiamo alla prevenzione di Amadore non nasce da altro che da una scelta morale a priori: quella che il professionista legale dovrebbe compiere, indipendentemente da una norma purchessia che glielo prescriva, per assecondare proprio quel dovere di fedeltà cui egli sarebbe tenuto anche verso la collettività, come vuole il Codice deontologico, art. 7, II, e che vicende come quella per cui un avvocato si immischia in cose di mafia rendono tutt’altro che  astratta o idealistica.

(32) Franchini, cit., pp. 33-34.

(33) Sergio Moccia, La perenne emergenza. Tendenze autoritarie nel sistema penale, Napoli, ESI, 2000, p. 145.


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Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


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