Omissione di referto: delitti contro l’amministrazione della giustizia art. 365 c.p.
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Articolo del 03/06/2008 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Delitti contro l’amministrazione della giustizia: l’omissione di referto, di cui all’art. 365 c.p.

In via preliminare, si osserva che il delitto di “omissione di referto”  è stato inserito dal legislatore penale del 1930 nel libro II (Dei delitti in particolare), titolo VII (Dei delitti contro l’amministrazione della giustizia), Capo I (Dei delitti contro l’attività giudiziaria) del codice penale.
Pertanto, il testo dell’art. 365 c.p. è il seguente: “Chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto pel quale si debba procedere d’ufficio, omette o ritarda di riferirne all’Autorità indicata nell’articolo 361, è punito con la multa fino a  € 516.
Questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale”.
La natura giuridica della predetta fattispecie incriminatrice è quella di essere un reato proprio, avente natura di pericolo, di mera condotta, istantaneo ed a forma libera. Più in dettaglio, si osserva che è un reato proprio in quanto richiede in capo all’omittente la qualifica soggettiva pubblicistica di esercente la professione sanitaria. In tale qualifica vi rientrano i medici, i farmacisti, gli infermieri ed anche i veterinari. Tuttavia, la dottrina ritiene che, invece, non vi rientrino coloro che esercitano delle attività meramente ausiliari delle professioni sanitarie e coloro i quali detengano il titolo (abilitazione professionale) senza effettivamente esercitare la professione.
Il bene-interesse giuridico tutelato, inoltre, è il normale funzionamento dell’amministrazione della giustizia, così come anche l’interesse alla cooperazione con l’attività giudiziaria in vista della repressione dei reati. Più in particolare, il predetto bene giuridico presuppone che l’autorità giudiziaria o un’altra autorità competente vengano rapidamente rese edotte dei fatti che possono presentare i caratteri di un delitto perseguibile d’ufficio.
Fatte queste considerazioni, si osserva che il referto, sotto un profilo concettuale, può essere definito come la dichiarazione attraverso cui l’esercente una professione sanitaria informa l’autorità competente della commissione di un reato, del quale è venuto a conoscenza durante l’esercizio della propria attività professionale. Inoltre, si deve rilevare, altresì, che il referto deve essere necessariamente redatto in forma scritta e presentato al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria, entro 48 ore dall’acquisizione della  notitia criminis o immediatamente, qualora sussiste il pericolo nel ritardo.
Quindi, l’elemento oggettivo(1), la condotta materiale di questo reato consiste proprio nell’omettere (non facere) o nel ritardare la comunicazione all’autorità competente del referto, dal quale emerge la possibile realizzazione di un fatto illecito non perseguibile a querela di parte. Inoltre, a mio modesto avviso anche la semplice incompletezza del referto potrebbe in alcuni casi particolari essere idonea ad integrare il reato de quo. Tuttavia, secondo il mio modesto parere, si deve trattare di carenze nel referto  che siano rivelatrici di una reticenza della denuncia.
Il delitto previsto e punito dall’art. 365 c.p. si consuma nel momento in cui il referto doveva essere presentato. Più in particolare, si osserva nuovamente che il sanitario è tenuto a fare pervenire il referto entro 48 ore o, se vi è pericolo nel ritardo, immediatamente all’Autorità giudiziaria oppure ad un’altra Autorità che a quella abbia l’obbligo di riferirne.
Inoltre, l’elemento psicologico di questo reato è rappresentato dal dolo(2) generico, che deve essere inteso come la coscienza e la volontà di non presentare il referto pur essendo pienamente consapevole di doverlo fare.
Tuttavia, si osserva che l’obbligo di referto non sussiste(3)  allorquando esporrebbe la persona assistita ad un procedimento penale (art. 365, comma 2, c.p.). La ratio legis della predetta disposizione normativa è proprio quella di garantire l’interesse al mantenimento del segreto professionale, nonché quella di voler tutelare il diritto alla salute, di cui all’art. 32 Carta Costituzionale.
Restano ancora da analizzare, per completezza espositiva, gli aspetti procedurali del reato di cui in oggetto. Pertanto, si tratta di un reato di competenza del Tribunale in composizione monocratica (art. 33-ter) che è procedibile d’ufficio (art. 50 c.p.p.) dove le misure precautelari dell’arresto e del fermo non sono consentite, così come anche tutte le altre misure cautelari personali e reali. Per il delitto in oggetto l’azione penale si esercita mediante la citazione diretta a giudizio di cui agli artt. 550 e ss. c.p.p. oppure col decreto penale di condanna (qualora ne ricorrano i presupposti).
In riferimento ai rapporti con altri reati si osserva che risponde di favoreggiamento personale (art. 378 c.p.) il sanitario che non si limiti ad omettere il referto, ma che tenga una condotta contraria alle indagini che sta eseguendo la polizia giudiziaria. Inoltre, la predetta condotta, all’interno di questo particolare contesto giuridico deve essere idonea a far sorgere il pericolo che le indagini siano eluse o che falliscano le ricerche dell’indiziato.
In conclusione, sulla base di tutte le precedenti considerazioni e riflessioni, si deve affermare che l’obbligo del referto sorge nel momento in cui il sanitario si trova di fronte ad un caso che può presentare i connotati di un delitto perseguibile d’ufficio. Quindi, nella realtà operativa è ovviamente il giudice che deve valutare in concreto se il sanitario abbia avuto la conoscenza degli elementi di fatto dai quali desumere, in termini di alta probabilità logica (quasi certezza) ed in base ad un giudizio controfattuale, la configurabilità di un simile delitto ed abbia altresì avuto la coscienza e la volontà di omettere o ritardare il referto.

(1) Nel  caso di lesioni gravi o gravissime riportate dal lavoratore subordinato nel corso della prestazione lavorativa, la possibilità di violazione di norme antinfortunistiche è in re ipsa e comporta, di conseguenza, l’obbligo di referto di cui all’art. 365 c.p. per il sanitario che intervenga a prestare la propria assistenza od opera, senza che lo stesso debba accertare se e quale violazione si sia in concreto realizzata. Cassazione  penale,  sezione  Vi,  sentenza  13 marzo  1998, n. 3231

(2) Per integrare il dolo del delitto di omissione di referto (art. 365 c.p.) occorre, oltre la coscienza e volontà di omettere o ritardare il referto, che il soggetto si renda conto che trattasi di fatti che possono presentare i caratteri di un delitto perseguibile d’ufficio, sicché il dolo medesimo non sussiste qualora erroneamente l’agente abbia la certezza dell’inesistenza di un delitto di quella specie. Cassazione  penale, sezione  VI,  sentenza  15  aprile  1997, n. 11534

(3) L’esonero del sanitario dall’obbligo di referto di cui al secondo comma dell’art. 365 c.p. è previsto solo per il caso in cui i fatti che si dovrebbero descrivere nel referto convergono nell’indicare il paziente quale autore del reato esponendolo a procedimento penale. Cassazione  penale,  sezione   VI,  sentenza  4  maggio  2001, n. 18052


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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