Testimonianza del coniuge:limiti
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Articolo del 01/06/2008 Autore Dott.ssa Daria Perrone Altri articoli dell'autore


Sui limiti della testimonianza resa dal coniuge
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SOMMARIO: Il divieto di testimoniare per i soggetti aventi un interesse nella causa ai sensi dell’art. 246 c.p.c.; 2. La pronuncia di incostituzionalità dell’art. 247 c.p.c.
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  1. Il divieto di testimoniare per i soggetti aventi un interesse nella causa ai sensi dell’art. 246 c.p.c.

 

L’art. 246 del c.p.c. prevede l’incapacità a testimoniare di quelle persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione diretta al giudizio. Con l’art. 246 c.p.c., quindi, il legislatore opera una valutazione a priori in ordine alla credibilità del teste, fissando una presunzione relativa di incapacità. Tuttavia, a norma dell’art. 421 c.p.c. il giudice, ove lo ritenga necessario, può comunque ordinare la comparizione delle persone aventi un interesse nella causa che potrebbe legittimare la loro partecipazione, per interrogarle liberamente sui fatti.

L'incapacità a testimoniare, prevista dall'articolo 246 c.p.c., determina l’eventuale nullità della deposizione resa, rilevabile però solo dietro eccezione della parte interessata al momento dell'espletamento della prova o nella prima difesa successiva, restando altrimenti sanata ai sensi dell'articolo 157, secondo comma, c.p.c. In mancanza dunque della relativa eccezione, la testimonianza risulta validamente acquisita al processo, sebbene il giudice conservi un potere discrezionale nella valutazione della prova, tenendo conto anche della situazione potenzialmente produttiva di incapacità.

Con ordinanza emessa il 2 giugno 1994, la giurisprudenza di merito aveva colto l’occasione di sollevare di fronte alla Consulta questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 159 c.c. e 246 c.p.c., nei confronti di quel coniuge che non può essere teste nella causa in cui è parte l'altro coniuge "nella parte in cui prevede l'incapacità a testimoniare del coniuge in presunto regime di comunione legale dei beni, di cui alla sez. III del capo VI del libro I c.c., beni che possono essere incrementati o decurtati in dipendenza del giudizio in cui è parte in causa l'altro coniuge" (Corte Cost. 62/1995).

In particolare, è stato osservato che, sulla base del combinato disposto degli artt. 246 c.p.c. e 159 c.c. si arriverebbe a reintrodurre, nei confronti di quel coniuge che non può essere testimone nella causa in cui è parte l'altro coniuge, il divieto sancito dall'art. 247 c.p.c. (che venne invece a suo tempo dichiarato incostituzionale perché determinante un'irragionevole compressione del diritto alla prova, nucleo essenziale del diritto di azione e di difesa di cui all'art. 24 della Costituzione). L’art. 247 c.p.c. sanciva infatti che “non possono deporre il coniuge ancorchè separato, i parenti o affini in linea retta e coloro che sono legati a una delle parti da vincoli di affiliazione, salvo che la causa verta su questioni di stato, di separazione personale o relative a rapporti di famiglia”.

L’art. 159 c.c. (del regime patrimoniale legale tra i coniugi), infatti, stabilisce che “il regime patrimoniale legale della famiglia, in mancanza di diversa convenzione stipulata a norma dell'art. 162, è costituito dalla comunione dei beni regolata dalla sezione III del presente capo”. La normativa in esame dispone dunque la regola della comunione dei beni, quale regime patrimoniale legale della famiglia, in mancanza di diversa convenzione stipulata a norma del successivo art. 162 c.c. Ovviamente, tale regime fa sorgere quell'interesse descritto dall’art. 246 c.p.c., in funzione della quale è prevista l'"incapacità a testimoniare".

Per la precisione, si è ipotizzata la violazione da parte dell’art. 246 c.p.c. dei principi costituzionali previsti dagli artt. 24 e 3 della Costituzione, specificando:

 

Orbene, la Corte Costituzionale (Corte Cost. 62/1995) ha ritenuta infondata la questione di legittimità costituzionale, sottolineando che “risulta evidente la diversità di situazione in cui i coniugi vengono a versare nelle due ipotesi. Diversità che - sembra appena il caso di notare - non è determinata dalla legge bensì dalla stessa volontà delle parti, cui l'art. 159 c.c. rimette appunto la libertà di optare in favore del regime (convenzionale) di separazione oppure di quello (altrimenti vigente, per norma suppletiva di legge) della comunione dei beni, che comporta, fra le tante conseguenze, anche la c.d. incapacità prevista dall'art. 246 c.p.c., fra l'altro (nella specie) per la possibile legittimazione passiva all'azione di responsabilità ex art. 2054, terzo comma, c.c”.

2. La pronuncia di incostituzionalità dell’art. 247 c.p.c.

Come sopra accennato, l’art. 247 c.p.c. sanciva nel nostro ordinamento il divieto in base al quale non potevano deporre in giudizio il coniuge ancorché separato, i parenti o affini in linea retta e coloro che sono legati a una delle parti da vincoli di affiliazione, salvo che la causa verta su questioni di stato, di separazione personale, o relative a rapporti di famiglia.

Ebbene, in merito a tale disposizione sia la dottrina che la giurisprudenza maggioritaria avevano avuto modo di sottolineare alcune perplessità in relazione alla sua presunta compatibilità costituzionale. In particolare, si argomentava che “il potere di agire in giudizio per la tutela del proprio diritto, così come il diritto di difesa, deve, al pari di ogni altro diritto garantito dalla Costituzione, essere regolato dalla legge ordinaria in modo da assicurarne la effettività, e che - mentre non contrastano con la predetta norma costituzionale le leggi che, circoscrivendo in modo più o meno ampio la sfera delle situazioni sostanziali, si limitano a determinare l'oggetto della garanzia giurisdizionale (v. Corte Cost. n. 8 e n. 57 del 1962 e n. 138 del 1968), o quelle che comunque incidono sulla disponibilità della situazione sostanziale (Corte cost. n. 45 del 1963) - la garanzia della tutela giurisdizionale viene compromessa, se si nega o si limita alla parte il potere processuale di rappresentare al giudice la realtà dei fatti ad essa favorevoli, se le si nega o le si restringe il diritto di esibire i mezzi rappresentativi di quella realtà (Corte Cost. n. 53 del 1966)”.

In effetti, la Corte Costituzionale, recepite tali istanze, censurava l’art. 247 c.p.c., affermando che “il divieto non ha alcun riferimento all'oggetto specifico del giudizio, né alla rilevanza degli interessi in giuoco, ma, pur ammettendo in genere il mezzo della prova per testi, discrimina la capacità, o legittimazione, di questi secondo che siano o non siano in un dato rapporto personale con le parti. Ricorre qui un giudizio preventivo, da parte del legislatore, di inattendibilità della deposizione testimoniale di chi è legato alla parte da stretto vincolo familiare. A giustificare siffatto regime di aprioristica valutazione negativa di credibilità non basta addurre criteri di probabilità. Esso - come già rilevato dalla dottrina (e specialmente, fin dal secolo scorso, da quella francese, con riguardo alle limitazioni delle prove testimoniali dettate dagli artt. 268 e 283 del code de procedure civile del 1806) - reca l'impronta di antichi istituti del processo canonico e comune e in particolare del metodo di valutazione quantitativa dei testi; e non ha valida ragione d'essere nei moderni sistemi, che in conformità dell'evoluzione giuridica universale in tema di prove tendono in misura sempre più larga, pur con alcune limitazioni inerenti alle così dette prove legali, al principio del libero convincimento del giudice. È perciò che la maggior parte delle più moderne legislazioni straniere respingono il criterio di una aprioristica esclusione del valore probatorio della testimonianza di alcuni soggetti fondata soltanto su motivi di sospetto di non sincerità secondo indici di probabilità, affidandone invece la valutazione al prudente apprezzamento del giudice da compiersi a posteriori, caso per caso. L'art. 247 del nostro codice processuale civile, non solo contrasta con siffatta evoluzione giuridica, ma viola, per quanto sopra si è detto, l'art. 24 della Costituzione, limitando ingiustificatamente il diritto alla prova, che costituisce nucleo essenziale del diritto di azione e di difesa. La norma va, pertanto, dichiarata illegittima, restando assorbito il profilo concernente il contrasto con l'art. 3 della Costituzione” (Corte Cost. 248/1974).

La stessa giurisprudenza costituzionale aveva quindi ritenuto ingiustificato il divieto di cui all'art. 247 c.p.c., perché non aveva alcun riferimento all'oggetto specifico del giudizio ma discriminava la capacità (rectius, la legittimazione) dei testimoni secondo che fossero o non fossero in un dato rapporto personale con le parti, sulla base d'un giudizio preventivo, fatto dal legislatore, di inattendibilità della deposizione resa da chi è legato alla parte da stretto vincolo familiare.


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