Made in: garanzia – provenienza – fabbricazione
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Articolo del 31/05/2008 Autore Avv. Annalisa Spedicato Altri articoli dell'autore


Made in….. Ma chi garantisce?

Nel momento in cui un imprenditore decide di commercializzare all’estero i propri prodotti è sicuramente di fondamentale importanza la questione sul marchio di origine, ovvero, per noi italiani, il celeberrimo made in Italy.
Tralasciando i grossi problemi che sono emersi attualmente in merito alle fuorvianti interpretazioni della complessa normativa che ruota attorno al marchio di origine (volendo solo definirle fuorvianti interpretazioni, evitando, così di parlare, come invece sarebbe opportuno, di ennesima truffa al consumatore ad opera di imprenditori che contribuiscono con il loro comportamento a macchiare l’immagine dell’Italia nel mondo!), si cercherà in seguito di chiarire quando per un imprenditore sia possibile, per legge, riportare sui prodotti realizzati la dicitura made in e, dunque, quando le sue merci possano fregiarsi di tale marchio.
Il panorama è abbastanza complesso, sia in rimando alle norme, che in relazione alla giurisprudenza, la quale, spesso, ha espresso orientamenti contrastanti sulla materia.

Una delle norme principali, in riferimento ai marchi di origine, è sicuramente il Regolamento CE n. 2913/1992 istitutivo del codice doganale comunitario. L’art. 23 del suddetto regolamento stabilisce che le merci interamente ottenute in un paese, devono intendersi originarie di quel paese, fissando, successivamente, un elenco che contiene la definizione di merci interamente ottenute.
Per l’accertamento della provenienza congenita delle merci è necessaria la presentazione di un documento che ne certifichi l’origine, sebbene sia stabilito che, qualora le autorità doganali manifestino dubbi sulla provenienza delle merci, possano richiedere qualsiasi altro strumento probatorio.
Ed infatti la fallace o falsa indicazione dell’origine di una merce è considerata una omissione ingannevole per il consumatore (art. 7 Direttiva 2005/29/CE), punita dal nostro ordinamento all’art. 517 del c.p., il quale espressamente statuisce che “chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali con nomi , marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti ad indurre in inganno il compratore sull’origine, provenienza o qualità dell’opera o del prodotto è punito (...) con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a venti mila euro”.
Stante l’importanza che hanno assunto per il consumatore le informazioni poste sui prodotti commerciati fuori dallo stato italiano, anche la finanziaria 2004 è intervenuta sull’argomento, precisando all’art. 4 comma 49 che  l’importazione e l’esportazione a fini di commercializzazione ovvero la commercializzazione di prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza, costituisce reato ed è punita ai sensi dell’articolo 517 del codice penale. Pertanto, anche la stampigliatura «made in Italy» su prodotti e merci non originati in Italia, ai sensi della normativa europea sull’origine, costituisce fallace indicazione, anche nel caso in cui l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci, l’uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana. D’altro canto, anche nella più recente finanziaria 2007 (cfr. comma 941), il legislatore ha incluso l’uso fallace e fuorviante dei marchi aziendali nella fattispecie di cui all’art. 517 c.p, ai sensi della disciplina comunitaria sulle pratiche ingannevoli.
Sin qui sembra chiaro quale sia l’indirizzo del legislatore comunitario e di quello nazionale sull’origine delle merci che sono state prodotte interamente in un paese, ma cosa accade invece quando una merce è stata prodotta e/o realizzata in diverse fasi e in più paesi, ovvero quando diversi paesi hanno contribuito alla sua creazione?
In tal caso, il Regolamento comunitario n. 2913/1992 all’art. 24 stabilisce che una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi, è originaria del paese in cui è avvenuta l'ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un'impresa attrezzata a tale scopo, che sia terminata con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione.
Riflettendo sulle difficoltà interpretative inerenti tali processi di lavorazione, la Commissione Europea è intervenuta con il Regolamento n. CE n. 2454/1993,  che stabilisce una lista di lavorazioni considerate insufficienti a conferire il carattere originario e, diversamente, un elenco di lavorazioni considerate necessarie per l’attribuzione dell’origine.
A precisare maggiormente la materia è intervenuta l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
A Ginevra infatti, presso il WTO, nell’ambito dei negoziati per l’armonizzazione del commercio, gli Stati partecipanti hanno presentato, per ogni prodotto, un elenco delle lavorazioni da ritenere efficaci per stabilire precisamente l’acquisizione dell’origine da parte delle merci.
Manca in verità una normativa comunitaria precisa in merito al made in, anche se sin dal 1980 la Commissione europea aveva sentito il problema ed, infatti, in quell’anno la stessa Commissione presentò al Consiglio una proposta di direttiva che mirava ad un maggiore chiarimento nell’ambito delle legislazioni degli Stati membri relative all’indicazione dell’origine di determinati prodotti del settore tessile (GU C 294, pag. 3), consigliando l’apposizione della dicitura “Made In the European Community”. Tuttavia,  l’iniziativa apparve allora non indispensabile e si preferì riflettere su altri aspetti più concreti riguardanti indicazioni relative al prezzo, alla composizione, alla categoria, alla qualità, alle istruzioni per l’uso.
Oggi, in una realtà imprenditoriale, che vede un aumento sostanziale delle questioni relative alla de-localizzazione della produzione in quasi tutte le aree di mercato ed un conseguente aumento dei problemi legati alla contraffazione, come alle pratiche commerciali sleali, si sente l’esigenza di un intervento forte e chiarificatore in merito all’indicazione dell’origine di determinati prodotti, soprattutto nei settori artigianale e alimentare che, di fatto, e forse maggiormente per l’Italia sono i settori di mercato trainanti, in base ai quali lo stato italiano si è  caratterizzato nel mondo nel corso della sua storia e che, al di là degli interventi comunitari, bisognerebbe tutelare e proteggere, innanzitutto, attraverso una politica educativa valoriale che permetta agli imprenditori italiani di capire il valore del marchio di origine made in “Italy” e la sua potenziale forza economico-culturale.
Comunque, in tal senso pare che qualcosa si stia muovendo, quanto meno, a livello comunitario ed infatti nel Settembre del 2007 i parlamentari europei hanno inoltrato a Bruxelles una raccolta di firme per sostenere la proposta di Regolamento sul Made In (def., in GU C 49 del 28 febbraio 2006) “relativa all’indicazione del paese d’origine su taluni prodotti importati da paesi terzi”.
Tale proposta venne presentata nel 2005 al Consiglio Europeo dalla Commissione Europea a seguito di una serie di lavori durati circa due anni, nei quali emersero i vantaggi dell’introduzione di un marchio di origine obbligatorio da apporre sulle merci provenienti dai Paesi extra – comunitari. In particolare, la proposta si riferiva esclusivamente ad alcuni settori merceologici, probabilmente ritenuti quelli più a rischio di contraffazione o di pratiche commerciali ingannevoli: il tessile, le calzature e la pelletteria, la ceramica e il vetro, l’arredamento, la gioielleria, le spazzole e le scope.  A parere della Commissione la creazione di un marchio, di tal fatta, dovrebbe permettere la diminuzione dei costi sostenuti dagli imprenditori comunitari che hanno de-localizzato i loro stabilimenti produttivi e, nello stesso tempo, garantire la creazione di uno standard qualitativo unico riconosciuto, appunto, a livello europeo.
Il documento propone tre casi possibili:
(a) una normativa comunitaria che regolamenti l’uso del marchio di origine, sia per i prodotti realizzati all’interno dell’Unione, sia per i prodotti importati;
(b) una normativa comunitaria che inserisca l’obbligo della marchiatura del Paese d’origine per i prodotti importati, e che regoli l’utilizzo del marchio “made in EU” per i prodotti realizzati all’interno dell’Unione (come accade per gli Stati Uniti);
(c) una normativa comunitaria che obblighi alla marchio d’origine sul prodotto tanto per i prodotti importati dai Paesi terzi, quanto per i quelli realizzati all’interno dell’Unione.

Rimane il fatto che il Regolamento sul Made in UE non è stato mai approvato, anzi il suo stato di avanzamento è stato ostacolato dall’intervento degli Stati membri del Nord Europa che hanno manifestato il timore che questa tipologia di marchio possa costituire, in realtà,  uno strumento protezionistico, a vantaggio delle imprese che hanno sede nell’UE.
Contro questo blocco sono intervenuti i parlamentari europei che concordi nel richiedere l’approvazione del Regolamento alla Commissione ne hanno giustificato la necessaria approvazione, “senza indugio”, “nell’interesse dei consumatori, dell’industria e della competitività nell’Unione Europea” sottolineando la gravità della situazione stante il notevole aumento del numero dei casi di “indicazioni fuorvianti e fraudolente” dell'origine delle merci importate nell'Unione europea.
La Commissione sta ancora lavorando, ci auguriamo di vedere presto gli esiti ed i risvolti concreti di tali interventi che, si auspica siano positivi e che possano veramente garantire un po’ di certezza  sulla vera origine dei prodotti.


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