Separazione dei coniugi: pronuncia di addebito conseguenze
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Articolo del 31/05/2008 Autore Dott.ssa Daria Perrone Altri articoli dell'autore


Le conseguenze della pronuncia di addebito nella separazione personale dei coniugi

SOMMARIO: 1. Presupposti per l’addebitabilità della separazione; 2. Effetti sull’assegno di mantenimento e sui diritti successori; 3. La risarcibilità del danno per responsabilità extracontrattuale ai sensi dell’art. 2043 c.c.; 4. La risarcibilità del danno per responsabilità contrattuale ai sensi dell’art. 1218 c.c.

1. Presupposti per l’addebitabilità della separazione

Sulla base dell’art. 151 c.c., “la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole. -Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio”.
Nel caso in cui, quindi, l’autorità giudiziaria appuri che la rottura dell’unione coniugale è dipesa dalla violazione, da parte di una sola delle parti, dei doveri disciplinati dall’art. 143 c.c (di fedeltà reciproca, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell’interesse della famiglia e di coabitazione), e sussista una specifica richiesta di parte in tal senso, potrà pronunciare sentenza di separazione con addebito. In questo senso, la Corte di legittimità ha manifestato la volontà di aderire a quell’indirizzo interpretativo che non concepisce la pronuncia sull’addebitabilità della separazione come autonoma, indipendente e distinta rispetto alla pronuncia sull’intollerabilità della convivenza. In altre parole, pur trattandosi di due pronunce che muovono da presupposti processuali e sostanziali differenti, non potrebbero essere concepite come distinte, respingendo la possibilità di pronunciare l’addebito successivamente alla separazione personale tra i coniugi. La pronuncia di addebito quindi non avrebbe carattere autonomo, in quanto si pone come una mera variante della improseguibilità della convivenza, ossia come una modalità accessoria ed eventuale, accertabile solo se espressamente richiesta da una parte e ove ne ricorrano le circostanze, con la conseguenza che la responsabilità della rottura dell’unità familiare può essere accertata solo contemporaneamente alla pronuncia di separazione (Cass. civ., 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. civ., 7 dicembre 1994, n. 10512). Ne deriva, come logica conseguenza, che i comportamenti dei coniugi posti in essere successivamente alla pronuncia di separazione non potrebbero mai costituire il fondamento di una sentenza di addebito successiva alla separazione, essendo intrinsecamente privi di ogni influenza in ordine ad una già accertata impossibilità di prosecuzione della convivenza (v. in tema anche Cass. civ., 17 marzo 1995, n. 3098).
Inoltre, “la dichiarazione di separazione personale dei coniugi presuppone l'accertamento dell'esistenza di fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della vita coniugale o da recare grave pregiudizio all'educazione della prole e ciò anche indipendentemente dalla volontà di uno o entrambi i coniugi. In tale ottica, la richiesta di addebito non si pone come elemento fondante della pronuncia di separazione personale, che resta sempre e comunque giustificata solo dall'intollerabilità della vita coniugale o dal grave pregiudizio per l'educazione della prole; circostanze, queste, da valutarsi, nell'ipotesi di richiesta di addebito, anche sotto il profilo della responsabilità di uno o di entrambi i coniugi” (Cass. civ. sez. I, 14 giugno 2000, n. 8106).
La pronuncia di addebitabilità della separazione muove da presupposti sostanziali e processali del tutto diversi rispetto alla pronuncia di intollerabilità della convivenza. Secondo quanto affermato da costante giurisprudenza, ai fini dell’addebitabilità in capo ad un solo coniuge, è necessario che la violazione in commento sia antecedente alla proposizione della domanda di separazione e sussista un rapporto di causa-effetto tra la violazione stessa e la sopravvenuta intollerabilità della convivenza. Infatti, “l’addebito può essere pronunciato solo se la violazione dei doveri coniugali ex art. 143 c.c. è causa diretta della crisi tra i coniugi” (Cass. civ. sez. I, 25.03.2003).
Nello stesso senso, si chiarisce che “in tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l'art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza. Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito” (Cass. civ. sez. I, 28 settembre 2001, n. 12130).
Ed ancora, si è sottolineato in giurisprudenza che “ai fini dell'addebitabilità della separazione, il giudice deve accertare che la crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento oggettivamente trasgressivo di uno o di entrambi i coniugi e che sussista, pertanto, un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell'intollerabilità della convivenza, condizione per la pronuncia di separazione. Il giudice, inoltre, nel valutare il comportamento riprovevole del coniuge, non potrà prescindere dall'esaminare anche la condotta dell'altro e procedere dunque ad una valutazione comparativa, al fine di individuare se il comportamento censurato non sia solo l'effetto di una frattura coniugale già verificatasi e possa, pertanto, considerarsi relativamente giustificato” (Cass. civ. sez. I, 12 gennaio 2000, n. 279).
In conclusione, il giudice è chiamato ad accertare la sussistenza di un nesso di causalità tra la violazione del dovere coniugale e l’intollerabilità della convivenza: numerose sono le sentenze che, pur in presenza di comportamenti colpevoli (ad esempio adulterio), non hanno attribuito la responsabilità della rottura della convivenza al coniuge colpevole, richiedendo che fosse provato “in quale misura la violazione di quel dovere abbia inciso sulla vita familiare” (Cass. civ., S.U., 23 aprile 1982, n. 2494; Cass. civ., 30 gennaio 1992, n. 961).

2. Effetti sull’assegno di mantenimento e sui diritti successori

Veniamo ora ad esaminare i principali effetti patrimoniali della pronuncia di addebito della separazione personale. In primo luogo, la conseguenza probabilmente più rilevante si manifesta in ordine al riconoscimento dell’eventuale assegno di mantenimento. Infatti, in base all’art. 156 c.c. -(effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi), il legislatore stabilisce al primo comma che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”, precisando poi, al terzo comma, che comunque “resta fermo l'obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti”.
Ne deriva quindi che, anche qualora il soggetto a cui è stata addebitata la separazione si trovi nelle condizioni economiche che giustificherebbero il riconoscimento dell’assegno di mantenimento, non ne avrà comunque diritto. Il diritto all’assistenza materiale scaturente dal matrimonio si mantiene solo a favore del coniuge cui non è addebitabile la separazione, il quale pertanto potrà giovare dell’assegno di mantenimento, dopo aver accertato ovviamente la sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge (situazione economica tale da non consentirgli di mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio).
Anche, in una recente pronuncia della Corte di Cassazione (n. 3797/2008), i giudici hanno nuovamente ribadito che l'art. 156, primo comma, c.c. "condiziona il riconoscimento dell'assegno di mantenimento al fatto che la separazione non sia addebitabile al coniuge beneficiario dell'assegno stesso". Resta comunque da sottolineare che, in capo al coniuge cui è stata eventualmente addebitata la separazione, può essere sempre riconosciuto il diritto agli alimenti, che muove da presupposti giuridici diversi rispetto all’assegno di mantenimento.
Stabilisce infatti l’art. 433 (persone obbligate), senza alcuna precisazione sulla pronuncia di addebito, che “all'obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell'ordine: il coniuge; i figli legittimi o legittimati o naturali o adottivi, e, in loro mancanza, i discendenti prossimi, anche naturali; i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi, anche naturali; gli adottanti; i generi e le nuore; il suocero e la suocera; i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali”.
Ne deriva quindi che l’assegno alimentare rimane pur sempre obbligatorio, a prescindere dall’eventuale responsabilità della separazione, qualora sussista uno stato di effettivo bisogno, dovuto non solo all’insufficienza di mezzi economici, ma anche all’impossibilità di svolgere un’attività lavorativa, tenuto conto delle condizioni fisiche, dell’età e della posizione sociale del coniuge (Cass. civ., 14 febbraio 1990, n. 1099). I presupposti per il riconoscimento del diritto alimentare sono del resto espressamente specificati dall’art. 438 (misura degli alimenti), in base al quale si stabilisce che “gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento. Essi devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli.
Non devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell'alimentando, avuto però riguardo alla sua posizione sociale. Il donatario non è tenuto oltre il valore della donazione tuttora esistente nel suo patrimonio. Il diritto agli alimenti decorre dal momento della proposizione della domanda giudiziale, in applicazione dell’art. 445 c.c., in base al quale “gli alimenti sono dovuti dal giorno della domanda giudiziale o dal giorno della costituzione in mora dell'obbligato, quando questa costituzione sia entro sei mesi seguita dalla domanda giudiziale”.
Per quanto concerne poi la modalità di somministrazione della prestazione alimentare, il coniuge obbligato ha la scelta di adempiere o mediante un assegno alimentare corrisposto in periodi anticipati, o accogliendo e mantenendo nella propria casa colui che vi ha diritto. L'autorità giudiziaria può però, secondo le circostanze, determinare il modo di somministrazione. In caso di urgente necessità, l'autorità giudiziaria può altresì porre temporaneamente l'obbligazione degli alimenti a carico di uno solo tra quelli che vi sono obbligati, salvo il regresso verso gli altri (art. 443 c.c.).
Inoltre, giova ricordare che il coniuge cui è stata addebitata la separazione perde ogni aspettativa sotto il profilo successorio. Infatti, i diritti successori spettanti al coniuge separato variano a seconda che la separazione sia stata pronunciata senza addebito nei suoi confronti o con addebito. Nel primo caso, spettano al coniuge separato gli stessi diritti successori del coniuge non separato ed, in particolare, egli conserva la posizione di legittimario e lo speciale diritto di abitazione della casa coniugale (compreso l’uso dei mobili che la corredano), ossia la casa nella quale il coniuge ha continuato ad abitare durante la separazione per provvedimento giudiziale o per accordo dei coniugi, nell’ipotesi di separazione consensuale.
Al contrario, il coniuge separato con addebito perde i diritti successori inerenti allo stato coniugale; tuttavia egli può avere diritto allo speciale assegno successorio ossia ad un assegno vitalizio. Presupposto per il sorgere di tale diritto è la circostanza che, al momento dell’apertura della successione egli fosse titolare dell’assegno alimentare (art. 548 c.c.). Tuttavia, si ritiene che anche ove manchi un provvedimento formale di riconoscimento del diritto agli alimenti può essere disposto a favore del coniuge bisognoso l’assegno se, al momento dell’apertura della successione, egli dimostri il suo stato di effettivo bisogno, in considerazione dello spirito della legge tendente a tutelare il coniuge bisognoso in virtù del principio di solidarietà familiare.
Tale assegno ha natura assistenziale e successoria, in particolare costituisce un legato assistenziale ex legem ed il suo adempimento grava sugli eredi, in proporzione delle loro quote (vedi, più approfonditamente, in dottrina FORTINO, Diritto di famiglia, i valori, i principi, le regole, Milano, 1997, pp. 305 ss.).
Spetta, infine, al coniuge separato, senza addebito, il diritto alle prestazioni previdenziali che competono al coniuge del defunto assicurato, come ad esempio il diritto alla pensione di reversibilità ed altre indennità prevista dalla legge. In questo senso, in base all’art. 2122 c.c. (indennità in caso di morte), si stabilisce che “in caso di morte del prestatore di lavoro, le indennità indicate dagli articoli 2118 e 2120 devono corrispondersi al coniuge, ai figli e se vivevano a carico del prestatore di lavoro ai parenti entro il terzo grado e agli affini entro il secondo grado”.
Orbene, in passato, in dottrina ed in giurisprudenza, nell’ambito di una separazione pronunciata con addebito si riteneva escluso il diritto del coniuge superstite a tali prestazioni previdenziali. Tuttavia, la Corte costituzionale, con alcune pronunce, ha dichiarato illegittime le norme, contenute in varie leggi speciali, che escludevano il coniuge superstite, cui è stata addebitata la separazione, dalla pensione di reversibilità, per violazione del principio di uguaglianza.
La Corte costituzionale ha messo in luce infatti la "funzione previdenziale" delle "indennità in caso di morte"; ed ha rilevato come, alla base della disciplina dettata dall'art. 2122 cod. civ., vada ravvisata l'esigenza "che persone facenti parte del nucleo familiare latamente inteso del lavoratore possano, con la riscossione delle indennità, affrontare le difficoltà immediatamente connesse al venir meno, per morte, di chi comunque provvedeva al loro sostentamento". Ma dove questa ratio non sussista, trattandosi invece di soggetti cui nulla era dovuto da parte del prestatore di lavoro, sarebbe ingiustificata la "deviazione" dalla norma generale che conferisce ad ogni testatore il potere di disporre, "per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse (cfr. il primo comma dell'art. 587 cod. civ.). E l'irragionevolezza del privilegio così spettante al coniuge separato senza assegni verrebbe confermata - secondo il giudice a quo - dal capoverso dell'art. 548 cod. civ., in forza del quale "il coniuge cui è stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato ha diritto soltanto ad un assegno vitalizio se al momento dell'apertura della successione godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto” (…) Da un lato, in altri termini, devono essere considerate la detta funzione previdenziale delle indennità in esame e la condizione di bisogno degli aventi diritto, sulla quale fa leva il secondo comma dell'art. 2122, in vista della ripartizione delle somme stesse. D'altro lato, si rende indispensabile coordinare l'art. 2122 con gli artt. 548 e 585 cod. civ., relativi alla successione del coniuge separato: cui non può dunque spettare il diritto alle indennità in caso di morte, qualora la separazione gli fosse stata addebitata ed egli non godesse di alimenti a carico del lavoratore.
E giova ricordare che, in base al finale disposto dell'art. 548 cpv., il "caso in cui la separazione sia stata addebitata ad entrambi i coniugi" (…) va equiparato al caso in cui la dichiarazione di addebito sia stata fatta nei confronti d'uno solo dei coniugi medesimi. (v. Corte cost., 22 luglio 1985, n. 213). Ed ancora, nello stesso senso la Corte ha avuto modo di precisare che “poiché il trattamento di riversibilità ha la funzione di assicurare la continuità dei mezzi di sostentamento che il titolare della pensione era obbligato a fornire al coniuge, il relativo diritto presuppone come suo fondamento indefettibile o l'obbligo del defunto di contribuire ai bisogni della famiglia a norma dell'art. 143, terzo comma, cod. civ., oppure, venuto meno tale obbligo nei confronti del coniuge per colpa del quale la separazione è stata pronunziata (o al quale è stata addebitata), l'obbligo di prestargli gli alimenti ai sensi dell'art. 156, quarto comma” (v. Corte. Cost., 27 luglio 1989, n. 450).
Il coniuge separato con addebito, pertanto, mantiene il diritto a percepire a pensione di reversibilità ed altresì l’indennità di fine rapporto, maturata a favore del coniuge defunto, purchè sempre sia titolare dell’assegno alimentare.
Da ultimo, vale la pena di sottolineare che, la pronuncia di addebito della separazione si considera invece irrilevante per quanto concerne i provvedimenti del giudice in ordine all’affidamenti dei figli; per tali provvedimenti infatti, deve essere preso in considerazione esclusivamente l’interesse morale e materiale dei figli ai sensi dell’art. 155 c.c., in base al quale infatti “anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale. Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole” (primi due commi).

3. La risarcibilità del danno per responsabilità extracontrattuale ai sensi dell’art. 2043 c.c.

Una delle ulteriori questioni discusse in dottrina e giurisprudenza è stata quella del “se” la prova fornita in sede di giudizio di separazione con addebito da uno dei due coniugi in ordine al comportamento lesivo dei doveri coniugali da parte dell’altro possa fondare o meno la domanda di risarcimento del danno patito dal primo.

Orbene, certamente l’addebito della separazione non comporta ex se l’obbligo di risarcire il danno ex art. 2043 c.c. a carico del coniuge cui essa sia stata addebitata. Anche in giurisprudenza infatti si ritiene che “l’addebito della separazione, di per sé considerato, non è fonte di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., determinando, nel concorso delle altre circostanze specificamente previste dalla legge, solo il diritto del coniuge incolpevole al mantenimento; pertanto, la risarcibilità dei danni ulteriori è configurabile solo se i fatti che hanno dato luogo all’addebito integrano gli estremi dell’illecito ipotizzato dalla clausola generale di responsabilità espressa dalla norma citata” (Cass., sez. I, 26 maggio 1995, n. 5866).

La giurisprudenza di legittimità e di merito ha più volte evidenziato che sebbene giudizio di addebito e risarcimento del danno possono presentare “spazi di operatività” in comune, tuttavia non basta a fondare una responsabilità risarcitoria la violazione dei doveri, presupposto del giudizio di addebito.

Si renderà, allora, necessario per l’interprete verificare la ricorrenza, nel caso concreto della lesione di una posizione giuridica soggettiva (integrante il danno ingiusto), di una condotta dolosa o colposa, e l’esistenza del nesso causale tra condotta ed evento. In particolare, la questione che potrebbe porsi all’interprete è quella del “se” la violazione degli obblighi di cui agli artt. 143 e ss. c.c. integri di per sé gli estremi della condotta ex art. 2043 c.c.

In base all’art. 143 (diritti e doveri reciproci dei coniugi), con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.

Secondo una parte della dottrina, uno degli argomenti che ostacolerebbe la pretesa risarcitoria in tale fattispecie sarebbe rappresentato dalla non applicabilità della normativa generale, di cui all’art. 2043 c.c., ai rapporti ricadenti nell’ambito del diritto di famiglia. L’art. 2043 c.c. stabilisce il principio della responsabilità extracontrattuale nel nostro ordinamento, attraverso la previsione in base alla quale “qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.

In generale, quindi, gli elementi che devono necessariamente ricorrere affinché il danneggiato sia legittimato ad esperire l’azione ex art. 2043 c.c. sono, oltre alla colpevolezza, anche il fatto materiale e l’ingiustizia del danno. Per la precisione, per quanto concerne il requisito dell’ingiustizia del danno, è da reputarsi effettivamente “ingiusto” solo il danno che si concretizza nella lesione di una situazione soggettiva meritevole di tutela e, quindi, protetta dall’ordinamento con il divieto del neminem laedere. Tra la condotta del coniuge ed il danno prodotto, poi, dovrà sussistere un nesso di causalità, tale da configurare l’evento quale conseguenza immediata e diretta del danno.

4. La risarcibilità del danno per responsabilità contrattuale ai sensi dell’art. 1218 c.c.

Da ultimo, deve essere menzionata quella parte della dottrina che tende invece a legittimare l’eventuale pretesa risarcitoria del coniuge a seguito della pronuncia di addebito nell’ambito della responsabilità per inadempimento ex art. 1218 c.c., escludendo l’ammissibilità di una responsabilità aquiliana. Ora, in base all’art. 1218 (responsabilità del debitore), si stabilisce che-”il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

A titolo esemplificativo, si sottolinea che, venendo meno all’obbligo giuridico della fedeltà, il coniuge non avrebbe violato la regole del neminem ledere di cui all’art. 2043 c.c. ma i doveri che lo stesso ha assunto per effetto del matrimonio, il quale, pur non avendo natura di contratto, è pur sempre un negozio giuridico tra due soggetti. In altre parole, pur non potendosi configurare un vero e proprio inadempimento contrattuale, si potrebbe comunque sostenere l’inesattezza dell’adempimento dovuta ad inosservanza del dovere di buona fede in senso oggettivo.
Tuttavia, pur volendo aderire a siffatta impostazione e attribuire natura contrattuale alle responsabilità del coniuge che abbia violato i doveri nascenti dal matrimonio, resta comunque fortemente problematico attribuire valore economico al danno subito dall’altro coniuge a seguito del presunto “inadempimento” contrattuale.


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